Intervista ad Eleonora Sottili autrice di “Senti che vento” Einaudi

@CasaLettori dialoga con Eleonora Sottili, autrice di “Senti che vento”Einaudi

 

Quanto il racconto del fiume straripato è metafora?

“In realtà questo romanzo prende spunto da un’alluvione che ha davvero interessato Bocca di Magra. Nel 2011 crollò il ponte della Colombiera e esondò il fiume. Nei giorni successivi si trovavano lungo gli argini i mobili, le poltrone e subito accanto le barche.
Quando scrivo non penso mai al senso metaforico delle immagini, ma so che gli oggetti, i paesaggi possiedono una loro forza e questa forza moltiplica il loro significato. Così poiché l’acqua è elemento del femminile, legato alla nascita e alla vita, nel fiume che oltrepassa gli argini si può vedere anche la femminilità che prorompe e si impone nella vita di Agata, vincendo tutte le sue resistenze.”

 

Due poli: la violenza della burrasca e il rallentamento del tempo. Come nasce questa ambivalenza?

“La burrasca, come ogni manifestazione estrema della natura, ci restituisce a una dimensione più primitiva. Le città, le nostre case, i mille oggetti di cui ci circondiamo, improvvisamente cambiano aspetto, non servono più, si rompono, affondano, e allora è come se noi dovessimo tornare a contatto con quella che è la nostra identità più profonda e perciò anche con un tempo più naturale. Così accade alle tre protagoniste di Senti che vento, alle quali il fiume concede una bolla, una lentezza di ore e giorni in cui scoprirsi reciprocamente, forse per la prima volta.”

 

Colpisce la scelta delle protagoniste di restare. Quale il simbolismo?

“Le donne di Senti che vento si rifiutano di lasciare la loro casa. Dicono di no e sono molti i personaggi in letteratura che dicono di no, lo dice Bartleby, lo scrivano di Melville; lo dice il Cosimo di Calvino che non scende dall’albero, lo dice anche il protagonista del romanzo Caos Calmo di Veronesi, che decide di non uscire dall’auto e restare di fronte alla scuola di sua figlia. È il momento in cui capisci di non poter andare semplicemente avanti come sempre, in cui decidi di fermarti. Accade anche nella vita qualche volta, dici no e cambi direzione. Qui le donne restano nella casa, si fermano e alla fine ognuna a proprio modo cambia direzione.”

 

Tre generazioni di donne, da quale si sente più rappresentata?

“Come spesso mi accade quando scrivo, ogni personaggio di questa storia rappresenta un pezzo di me, così mi ritrovo nella resistenza della nonna, nell’inquietudine della madre, e di sicuro nella paura di Agata e nella sua immaginazione. Mi piace pensare che in ognuno di noi ci siano diverse versioni possibili, e in Senti che vento ogni donna, coi suoi tratti, rappresenta una versione possibile del femminile, che in realtà di declinazioni ne ha moltissime.”

 

Gli oggetti aprono scenari, il bisogno di certezze?

“Ho sempre abitato in case piene di oggetti che arrivavano da posti o da tempi lontani. Mio nonno e mio zio navigavano, i miei genitori amavano gironzolare per mercati dell’antiquariato e io stessa oggi adoro andare al Baloon e curiosare tra vecchie lettere e fotografie. Penso che ogni oggetto contenga delle storie, e soprattutto le faccia accadere. Gli oggetti nei film di Hitchcock, nel bellissimo libro di Pamuk Il Museo dell’innocenza, le spade, le chiavi e gli anelli nelle favole. Forse gli oggetti più che con le certezze, per me hanno a che fare con le magie che innescano.”

 

L’amore è forza che non si contiene, un po’ come il fiume. Una similitudine antropologica?

“L’amor che move il sole e l’altre stelle, scrive Dante. Ecco, io sottoscrivo. Per me l’amore è la forza che muove tutto, nel bene e nel male. Forse insieme alla paura è il primo sentimento che sperimentiamo nella vita e forse per lo stesso motivo paura e amore sono talvolta tanto legati. Non si può controllare, gli inglesi dicono cadere in amore. È vero, in un certo senso, l’amore capita come un incidente, un imprevisto. Non è casuale perciò che quando Agata si innamora la sua storia esca dagli argini, esattamente come accade al fiume.”

 

Esiste un confine tra ciò che unisce e ciò che divide le sue donne?

“In realtà ciò che unisce e divide le tre protagoniste della storia è la medesima cosa, la loro femminilità. Agata cerca di non assomigliare alla madre e alla nonna perché intuisce un attrito nella loro vita, una difficoltà che è profondamente legata alla loro natura di donne. Il modo in cui la madre e la nonna si vestono, si truccano anche nella tempesta, rappresenta la profonda accettazione del loro femminile. Agata sta ancora combattendo col proprio sesso, con la responsabilità che il diventare una donna comporta.
E una volta che l’acqua invade tutto e le tiene in ostaggio nella casa, Agata, sua madre e la nonna si incontrano, forse davvero per la prima volta, proprio nelle possibilità infinite della loro femminilità.”

 

Il libro è un viaggio verso la verità, quanto costa raggiungerla?

“Ogni viaggio è una trasformazione, e questo impone delle perdite, ma porta anche molte cose nuove e diverse. E credo che il viaggio non finisca mai, perciò è nella sua natura non permettere neppure bilanci definitivi.”

 

Come nasce “la ragazza di ferro e ruggine”?

“Adoro i capelli rossi. Vengo da una famiglia di donne coi capelli rossi, anche se io purtroppo non li ho ereditati, ho solo dei riflessi a cui tengo moltissimo. E il rosso è il colore della ruggine, quando il ferro che è elemento duro entra in contatto con l’acqua. La ragazza di ferro e ruggine ha in sé la forza del ferro e quella dell’acqua.”

 

La Storia entra nel romanzo come rappresentazione liberatoria.

“La libertà che volevo raccontare attraverso la figura di Fulvia è prima di tutto libertà di pensare, di decidere, di essere. E la Resistenza durante la guerra ha restituito agli italiani la libertà. Troppo spesso in questo periodo dimentichiamo cosa significa non essere liberi, il tempo dei nostri nonni sembra purtroppo un tempo lontanissimo e stiamo rischiando di affidarci a una politica della paura e della chiusura.”

 

In un tempo in cui si tende a praticare l’oblio quanto è importante la memoria?

“La memoria è identità, se rinunciamo a ricordare la nostra storia, rinunciamo a sapere chi siamo e cosa vogliamo e questo è estremamente pericoloso.”

 

In 3 aggettivi come definirebbe Agata?

“Sognatrice, paurosa, innamorata. Innamorata in senso generale, della vita.”

 

La sua scrittura è curatissima, un ricamo perfetto. Che ruolo ha oggi la parola scritta?

“Oggi si scrive molto. Nella quotidianità scriviamo messaggi, scriviamo post, scriviamo email. Ed è più che mai importante farlo con cura. Con questo intendo che quando si parla male, quando si scrive male, alla fine si pensa male. Purtroppo nel nostro paese e in certa politica si è affermato negli ultimi anni un linguaggio violento e scorretto. Nel mio piccolo cerco anche quando insegno di trasmettere invece l’importanza di ogni parola. Scegliere le parole significa scegliere i pensieri e di conseguenza la realtà che vogliamo creare e vivere.”

 

Dice nella postfazione: “Questo romanzo, ho pensato alla fine, è un po’ come una casa. Perché?

“Perché scriverlo è stato davvero come costruire una casa. Ci sono volute tutte le persone che ho ringraziato e senza le quali Senti che vento non ci sarebbe stato, come una casa dipende dall’architetto, dai muratori, dagli elettricisti, dagli idraulici. È un progetto che si realizza solo se tutti lavorano insieme, e alla fine in un romanzo ci si abita per un po’ come si abita in una casa.”

I suoi riferimenti letterari nell’elaborazione del testo?

“Di sicuro Perec, che io amo moltissimo e che in La vita istruzioni per l’uso ha raccontato tanti appartamenti, tanti oggetti e intrecciato mille racconti. Modiano, che amo per la capacità di costruire storie di segreti, ma anche la Woolf di Gita al faro, Stevenson con L’isola del tesoro, Montale e Sereni, Pamuk come ho già detto, e Sandra Petrignani e la Duras. Insomma sono davvero moltissimi gli scrittori che dovrei ringraziare.”

 

Tornerà Agata o ci sono già altri progetti?

“Adesso mi trovo in quel periodo che c’è sempre prima dell’inizio di una storia in cui raccolgo immagini, suggestioni, comincio a fissarmi con qualche idea finché poi nasce una storia. Mi piace perché è divertente andare a caccia di spunti, dettagli e non sapere ancora come si incastreranno tra loro. Vedremo. Di sicuro Agata si trasformerà ancora.