Intervista a Vittoria Baruffaldi autrice di “C’era una volta l’amore” Einaudi

@CasaLettori dialoga con Vittoria Baruffaldi autrice di “C’era una volta l’amore” Einaudi

 

Si può educare all’amore?

“Platone parlava di educazione all’eros: un viaggio graduale ed appagante che dalla bellezza fisica porta al bello in sé, e dunque al bene.
Noi avevamo l’inserto di Cioè e dei modelli molto tradizionali che ci educavano a tutto, fuorché all’amore. Così ci siamo improvvisate, e ora ci ritroviamo con il cuore nella rotula destra.”

 

 

Sono bellissime le “Puntualizzazioni amorose”, come nascono?

“Sono frammenti, alla Barthes, che mi piaceva tenere così, come fossero delle piccole illuminazioni dentro il caos dell’amore.”

 

 

Come raccontare il desiderio?

“Il desiderio è il motore dell’amore, perché è mancanza, canzoni in loop, Sturm und Drang, fogli inzuppati di lacrime, struggimento.”

 

Cosa ci insegna Eloisa?

“Eloisa vuole diventare la ragazza più colta della Francia, e invece si ritrova a essere la ragazza più innamorata della Francia, come qualunque sedicenne. Ma è amore vero il suo e, nonostante tutte le traversie, rimarrà fedele a quello che aveva provato. Ostinata, cocciuta, terrà aperta la ferita della sofferenza per ricordarsi chi è davvero lei.”

 

Si continua a credere nel principe azzurro?

“Credere nel principe azzurro – ovvero un concetto ideale – è una fregatura. Niente potrà bastare. L’amore, invece, è sentirsi se stessi all’interno di una relazione, se se stessi comprende alcune qualità e molti difetti, e le qualità sono spinte all’estremo e i difetti ben tollerati.”

 

Lou era una seduttrice, perché ha scelto di introdurla nella narrazione?

“Come non si può inserire la seduzione – gioco tra autentico e artificiale – all’interno del discorso amoroso? Lou voleva e non voleva, si concedeva e non si concedeva; solo di una cosa era certa: voler mantenere a tutti i costi la sua libertà, “osare tutto e non aver bisogno di niente”.

 

 

La vita amorosa di Simone de Beauvoir è pretesto per lanciare un messaggio?

“Simone è anticonformista, indipendente, finanche scandalosa, ma incline all’innamoramento. Stipula un patto con Sartre, fa promesse a Algren, definisce Lanzmann il suo “destino”. Sono cose che si fanno, e si dicono, quando si è innamorati, credendo di mettersi al riparo da istinti razionali e piccolo borghesi, quali la gelosia, il possesso, il controllo ossessivo dei like che lui fa alle altre.”

 

 

Come si può gestire l’assenza dell’amato?

“L’amato è sempre assente: è l’oggetto trascendente, impalpabile; un oggetto che sfugge sempre. Questa è la fatica amorosa, aver sempre più a che fare col vuoto che col pieno.”

 

 

Quanto si è divertita a scrivere “C’era una volta l’amore”?

“Molto. A forza di leggere biografie ed epistolari delle filosofe, sono diventate delle “amiche”, così contemporanee e così simili a noi. Si disperano, sono cocciute, amano profondamente. Divertenti, e consolatorie.”

 

 

Quanto si identifica nel suo personaggio?

“C’è solo una donna che vive il ciclo universale dell’amore: inizio, svolgimento, fine, e ancora inizio. Non c’è alcun pericolo: lei continuerà, e noi continueremo, a innamorarci ancora.”

 

 

Una definizione dell’innamoramento?

“Un meraviglioso stato di delirio. Accende le lucine quando sorride, propaga attorno onde elettromagnetiche, fa i fuochi d’artificio dentro la testa.”

 

 

Delle tre figure maschili presenti nel testo quale sceglie?

“Scelgo, con indulgenza, Abelardo: ambizioso, mitomane e piagnucolone. Non sa quali parole scegliere né quali argomenti addurre per placare la passione di Eloisa, ormai rinchiusa in convento. È “confuso”, è stato Dio a scegliere questo destino per loro, le dice, lui non ne può niente.”

 

È riuscita a conciliare l’attualità con la filosofia, quale cammino ha intrapreso?

“La storia che volevo raccontare – quella di una donna che ripercorre le tappe dell’amore, e prova a illuminarne il senso – ha trovato la sua chiave nella filosofia. La filosofia scandaglia il reale, senza ridurne la complessità.”

 

 

Cosa è per lei la parola scritta?

“La parola scritta comporta fatica. Ginzburg diceva: “Ho scoperto allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. È un cattivo segno se non ci si stanca.”
Mi piace stancarmi, ripensare ossessivamente a una frase, farmi visitare da immagini, trascorrere ore sulla scelta di un vocabolo.”

 

 

Cosa manca oggi alle donne per percorrere il cammino della consapevolezza?

“Dovremmo fare a meno di fingere di stare bene quando stiamo malissimo. Perché lo dice la società: la donna deve essere forte, pancia in dentro e tette in fuori.
Questa dittatura della positività passa sopra persone e corna e sentimenti perché non ha tempo da perdere; deve vincere, andare avanti, essere disumana.”

 

Tre aggettivi per descrivere il suo libro

“Agro, dolce, sensuale.”

 

 

Progetti futuri?

“Continuare a faticare con le parole.”

2 thoughts on “Intervista a Vittoria Baruffaldi autrice di “C’era una volta l’amore” Einaudi

  1. “…deve vincere, andare avanti, essere disumana”. Che peccato pensare all’apparire e per questo non poter essere. Un’ intervista che offre interessanti punti di vista sull’importanza di sentirsi se stessi con gli altri.

  2. “Continueremo ad innamorarci ancora”, tenendo presente che amare, è anche mantenere la propria individualità all’interno della relazione. Grazie per l’esaustiva intervista e complimenti ad entrambe

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.