“Le gratitudini” Delphine De Vigan Einaudi

“Senza il linguaggio cosa resta”?

Michka e il tempo che la sfiora lasciando svuotata.

Corpo abbracciato dalla vecchiaia, presenza che invade gli spazi senza chiedere permesso.

La gestualità lenta e il bisogno di abbandonare la casa e affidarsi alle cure in una residenza per anziani.

“Ha tenuto qualche libro, gli album di fotografie, una trentina di lettere, le carte che la burocrazia impone di conservare.”

“Le gratitudini”, pubblicato da Einaudi, è la poesia della vita che si aggrappa a poche certezze.

Battaglia impari per fermare lo strazio di fonemi che si confondono e si accumulano in frasi disarticolate.

Non luogo che si anima di presenze e di ricordi, di sussurri e  tenerezze, di rimbalzi nel passato e sottrazioni.

“Perdere ciò che ti è stato dato, ciò che hai guadagnato, ciò che hai meritato, ciò per cui hai combattuto, ciò che pensavi di tenerti per sempre.

Riadattarsi.

Riorganizzarsi.

Fare senza.

Passare oltre.

Non avere più niente da perdere.”

Piccole cose che scompaiono assorbite dall’Io che non ha più certezze.

Lottare per lasciare in superficie il bene ricevuto.

Guardare oltre il finito, cercare nell’indefinito senso e colore.

L’amore di Marie è il fiore consolatorio, la mano che accarezza ripercorrendo un affetto che dura da sempre.

Figura che ricorda un angelo per la leggerezza e la grazia, per la dolcezza di un silenzio e di un’attesa.

L’umanità di Jèrôme mostra il vero volto della condivisione, fatta di piccole, impercettibili attenzioni.

Delphine De Vigan regala una scrittura tersa, densa di dialoghi e di emozioni.

Canta la canzone della resistenza del corpo e della mente.

I fili che uniscono “Le fedeltà invisibili” a questa nuova prova narrativa si percepiscono nell’intreccio delle relazioni, nell’emozione di un legame ritrovato, nella sofferenza che sboccia come rosa nel deserto contemporaneo.

Come si misura la gratitudine? Nel libro la strada da percorrere.