“Un punto di approdo”Hisham Matar Einaudi

“Nel 1990, quando avevo diciannove anni e frequentavo l’università a Londra, mi ero misteriosamente appassionato alla scuola senese, a quegli antichi dipinti del tredicesimo, quattordicesimo e quindicesimo secolo.

Quell’anno avevo perso mio padre.

Viveva in esilio al Cairo e un pomeriggio fu sequestrato, caricato su un aereo senza contrassegni e riportato in Libia.

Venne incarcerato e a poco a poco, come sole che si scioglie nell’acqua, fu fatto sparire.”

Il viaggio a Siena per Hisham Matar è ricerca e in ogni pagina di “Il punto di approdo”, pubblicato da Einaudi, si sente il bisogno di entrare dentro l’opera d’arte.

Essere osservatore e protagonista, perchè “la soggettività di chi guarda è indispensabile per completare il quadro”.

La città si apre con le sue meraviglie, diventa “lo spazio in cui eravamo attesi”.

Polis nel senso più intimo e politico del termine, piazza che si espande a ventaglio offrendo un’ipotesi di comunità che dal passato va verso il presente.

Un’intimità che trasforma il paesaggio, le case, le persone in soggetto vivo, presente, che consola e allevia i torti subiti.

Davanti all’Allegoria del Buon Governo di Lorenzetti percepiamo quell’inno alla giustizia che avevamo dimenticato.

L’attento studio della Madonna dei francescani di Duccio di Buoninsegna offre una interpretazione della spiritualità che è “regno privato del cuore.”

Nel ricordo del massacro del 1996 in Libia entra la morte impetuosa come la Peste Nera del 1348.

È necessario questa discromia, segno che la purezza può essere nostra solo passando attraverso la mediazione della memoria.

Un testo che lascia senza parole perchè esplora la storia dell’arte  e la trasforma espressione di fede, abbraccio d’amore.

Le illustrazioni ci accompagnano e nell’osservarle sentiamo che qualcosa ci è stato svelato.

Siamo entrati nel mistero del panneggio, nelle policromia delle tele, nelle movenze dei personaggi.