“Acque strette” Julien Gracq L’Orma Editore

Ci sono luoghi visitati durante l’infanzia che si trasfigurato assumendo le forme di archetipi della memoria.

In “Acque strette”, il fiume Evré viene evocato come “cantuccio privilegiato”, entità animata da visioni che scandiscono un percorso fisico e mentale.

Diventa figura di un paesaggio culturale, quasi a voler segnare le tappe di un viaggio intellettuale.

Origine e fine sono negati, creando quella trama misteriosa che aggiunge fascino ma al contempo costruisce l’allegoria perfetta dell’esistenza.

“Si scivolava a un tratto in una zona di silenzio sottile, quasi in allerta.”

L’acqua e la foschia si stringono in un connubio poetico, un’abbraccio tra sopra e sotto che evidenzia il bisogno di creare l’armonia dell’universo.

In alcune pagine si ha la sensazione di vivere dentro un sogno, “in quello sfilare muto, incomprensibilmente maestoso delle due rive”.

“Il sipario occultante dei pioppi”, l’odore acre delle foglie, l’apparizione di un Maniero propongono “bizzarri stereotipi poetici che si coagulano alla rinfusa nell’immaginazione.

Il tempo si ferma in attimi di stupore e come controcanto le parole di Poe, Nerval, Balzac diventano unica voce smarrita di fronte a tanta bellezza.

Julien Gracq cura il linguaggio con una passione dirompente, costruisce delle suggestioni che lasciano senza fiato.

Fa percepire l’anelito alla libertà, la ricerca della purezza assoluta, lo studio di un ritmo mai uguale.

Con lui ci fermiamo alla “Valle senza Ritorno”, “un burrone, dal tracciato profondo e sinuoso”, e osservando la linea dell’orizzonte intuiamo che questo viaggio è stato unico e irripetibile.

Certamente rileggendo questa prosa che si alza e si protende verso il cielo troveremo e vivremo nuove emozioni, passaggi incantevoli che ci regaleranno pace interiore