@filo_gagliardi propone la recensione di @r_mazzocchio “Il tempo delle donne Streetlib 2020 

Riccardo Mazzocchio, neurologo di origini siciliane trapiantato da diversi anni a Siena, ha pubblicato recentemente un libro dal titolo Il tempo delle donne.

Il titolo già di per sé è certamente particolare e pone degli interrogativi ancor prima della lettura del libro. Cosa si intende, infatti, con la  suddetta espressione? Il tempo di cui dispongono le donne, ormai protagoniste della società, o il tempo dedicato alle donne?

A fine lettura ho potuto rispondere, almeno in parte, a questa domanda ma non svelerò la mia risposta per non condizionare l’interpretazione degli altri lettori. Anche perché non c’è una soluzione univoca.

Risulta comunque certo che le donne sono le protagoniste di tale romanzo il cui genere di appartenenza resta in ogni caso non scontato: un romanzo distopico o utopico? Anche su questo non dirò nulla.

La narrazione consta di tre parti, ciascuna ulteriormente divisa in diversi capitoli per un totale di centosettantasei pagine.

Il protagonista è Walter, uno scienziato interessato a controllare, in bene e in male, il comportamento umano attraverso le nuove tecnologie.

Nel suo percorso egli conosce diverse donne, con cui instaura relazioni in cui aspetti professionali e umani spesso si mescolano.

Senza entrare troppo nei particolari, l’elemento a mio avviso più riuscito della storia risiede nell’intreccio che risulta complesso e non banale da seguire. Ciò accade soprattutto perché, mentre la prima e la terza parte riguardano le relazioni di Walter già uomo (con le sue colleghe Tracy e Marta in Inghilterra da un lato e con la moglie Margherita in Italia dall’altro),  la seconda parte ci riporta ad un Walter ancora studente e alle prese, in modo maldestro direi, con la sua prima ragazza importante, Valeria che irrompe a metà della narrazione come personaggio apparentemente straniante ed estraneo rispetto alle vicende-cardine della trama.

Se dovessi dare un giudizio su Walter potrei dire che si tratta di un uomo medio, “sanza e infamia e sanza lode”. Da un lato, infatti, risulta poco simpatico il suo desiderio di controllare e manipolare il comportamento altrui, dall’altro però va riconosciuto che si tratta di uno strumento vòlto, forse, a costruire un’umanità migliore, magari più rispettosa nei confronti delle donne che, ad esempio, in alcuni contesti del mondo, come quello africano, vedono costantemente ledere i propri diritti. Al contempo i  personaggi femminili con cui Walter entra in contatto possono offrire un esempio, poco edificante, di come anche nel civilissimo mondo occidentale le donne possano essere considerate un oggetto di sfruttamento, degli esseri di cui disporre a proprio piacimento come se ciò fosse dovuto, con la subdola convivenza delle famiglie “borghesi”: un esempio su tutti è dato dal triste caso di Valeria e di suo fratello Mattia.  Colpisce anche il linguaggio crudo e realistico atto a descrivere scene altrettanto realistiche di sesso,  anch’esse in qualche modo simboliche di un altro modo di declinare il tempo delle donne, quello destinato al loro piacere che spesso gli uomini non sanno e non vogliono, per mancanza di educazione sentimentale, riconoscere come degno e legittimo. Per questo si sentono autorizzati a violarlo.

Uno degli esiti visionari, sempre a metà tra il bene e il male, è la costituzione, in un tempo futuro, di un mondo in cui solo le donne hanno diritto di essere piene protagoniste della società per il solo fatto che gli uomini sono, in quanto tali, controllati nei loro stimoli e ridotti, con i mezzi tecnologici, a essere incapaci di fare del male. Ma siffatto scenario, forse esistente solo nella mente delirante di Walter, ridotto ormai in fin di vita dalla malattia che ha colpito, ironia della sorte, proprio il suo cervello, prospetta davvero un’umanità migliore? Ai lettori l’ardua sentenza.

 

Buona lettura e ad maiora!