“La vita involontaria” Brianna Carafa Cliquot Editore

Oblenz, citta polverosa, “battuta dai venti capricciosi del mare.”

Luogo di improvvisi silenzi e rarefatte insoddisfazioni.

“C’ero io, con l’ombra di mia madre, morta nel mettermi al mondo, dietro di me.”

In questa atmosfera sospesa “La vita involontaria”, pubblicato da Chiquot Editore, svela il sottile legame tra realtà e irrealtà.

Il giovane protagonista interpreta magistralmente la dualità tra essere e scomparire.

Accettarsi o fuggire nel territorio impalpabile dell’inadeguatezza e “dell’indegnità”.

È la colpa che non riesce a prendere forma, atavica, legata a un malessere esistenziale che emerge fin dalle prime pagine.

Romanzo di formazione che esplora i meandri della mente.

Pagine cariche di tensione, monologhi evasivi, idee e abbozzi di progetti.

Un senso di abbandono al destino e la fioca tentazione di uscire daĺla compulsiva attrazione verso il nulla.

Il testo, entrato nella cinquina dei finalisti al Premio Strega  nel 1975, mantiene un taglio psicoanalico, si aggira senza timore nella vertigine della perdizione.

I turbini di vento, la tempesta di neve compongono il paesaggio ideale per rappresentare “il senso di irrealtà.”

Tutto è sfumato, lontano, anche la morte assume il colorito di una tragica fatalità.

“Oh eterni vuoti minuti al centro di un deserto!

Già la speranza s’era perduta come un pezzo di carta nei mulinelli di nevischio”.

Brianna Carafa, scomparsa prematuramente, scompone in piccoli ritagli il male di vivere.

Regala una lirica che strazia e al contempo permette di addentrarsi nella mente del personaggio.

Regge una trama che si avviluppa su se stessa, trasforma il passato in “frammenti insignificanti, spogli di ogni emozione”.

Costruisce una ingegnosa trasposizione scenica unendo inizio e fine in un’immagine che offre una lettura esistenziale.

A cosa porta il processo di disgregazione del pensiero?

Ci si può rifugiare in una bolla di dimenticanza?

Si può lottare contro ciò che non si conosce?

La coscienza si dissolve, il corpo amato naufraga nel desolato specchio deformato dove tutto ha una fine.

Cosa resta?

Il rimpianto e la leggera malinconia di chi, trasgredendo le regole della razionalità, ha conosciuto l’insondabile attrazione dell’incubo.

Un libro da leggere con rispetto cogliendo in ogni frase, in ogni accostamento, nella musicalità dellla parola il testamento spirituale dell’autrice.

“Vivi la tua vita. Non fare come me che non l’ho vissuta.”