“Tewje il lattaio”  Sholem Aleichem Bollati Boringhieri Editore

“Io ero un miserabile mendicante; morivo di fame, non l’auguro a nessun ebreo, con la moglie e le figlie, tre volte al giorno, lavoravo come un asino, portavo tronchi d’albero dal bosco alla stazione, interi vagoni di legna, e ne ricavavo, non vi scandalizzate, trenta copechi al giorno, e neppure tutti i giorni. E con questo denaro dovevo, Dio ci guardi, mantenere un’intera famiglia piena di bocche affamate.”

“Tewje il lattaio” pubblicato da Bollati Boringhieri Editore, è una testimonianza di fede, l’abbandono incondizionato al volere di Dio.

Un uomo semplice che nel narrare la sua storia mantiene un linguaggio colloquiale, genuino.

Per lui “la preghiera non è una capra che se ne va da sé”, è la sincera conversazione con la divinità.

Anche nelle controversie che lo affliggeranno non perderà mai la certezza che c’è un disegno scritto in Cielo.

Un lavoratore, devoto alla moglie Golde, personaggio che pur mantenendosi in ombra, ha sempre l’ultima parola.

Le sette figlie sono protagoniste di storie incredibili e tra lacrime, risate, grandi dolori si avverte la necessità di sottolineare i cambiamenti sociali e politici.

Il romanzo, pubblicato nel 1894, continua ad essere di grande attualità.

Mostra il sovvertimento di ruolo tra genitori e figli, tra religione e quotidianità.

Si ha la sensazione di raccogliere perle di saggezza, piccoli ammonimenti, suggerimenti utili per sopravvivere.

“Ognuno crede che presso l’amico luccichi dell’oro puro: ma se egli s’avvicina un pochino di più, non vede che un bottoncino d’ottone.”

Sholem Aleichem sviluppa un artificio letterario che per i suoi tempi fu rivoluzionario.

Lo scrittore è colui che ascolta i monologhi, è presente come una figura di riferimento.

Il valore effimero del denaro, la speranza come ancora di salvezza, il rispetto accompagnato da un pizzico di sospetto: un immenso affresco che si colora di arcobaleni.

Quello che colpisce e scuote è la tenacia del nostro antieroe, la capacità di cercare sempre soluzioni anche di fronte a grandi tragedie.

Non manca un accenno sarcastico al popolo che continua a sguazzare nell’ignoranza, ai vili, agli imbroglioni, agli illusi.

“Se ho qualche cosa nel cuore, la dico.”

La verità affrontata senza troppi giri di parole, la sofferenza accettata con coraggio.

Un libro che insegna a non rassegnarsi, a cercare sempre stelle cadenti per poter esprimere desideri.

Una scrittura impeccabile, veloce nei dialoghi, ricca di suggestioni paesaggistiche.

Buon viaggio in compagnia di un gigante della letteratura internazionale.