“La morte in mano” Ottessa Moshfegh Feltrinelli Editore

 

“Si chiamava Magda. Nessuno saprà mai chi è stato. Non l’ho uccisa io. Qui giace il suo cadavere.

Ma non c’era nessun cadavere. Nessuna macchia di sangue. Nessuna ciocca di capelli impigliata tra i ruvidi rami caduti a terra, nessuna sciarpa rossa umida di rugiada mattutina a drappeggiare i cespugli. C’era solo quel messaggio a terra, che frusciava ai miei piedi smosso dal lieve vento di maggio.”

In “La morte in mano”, pubblicato da Feltrinelli, l’incipit accattivante conquista subito il lettore.

Vesta Gul, voce narrante, si improvvisa detective.

Iniziamo a conoscerla perché sa raccontarsi con spontaneità.

Settantadue anni, vedova e con un cane, vive da un anno a Levant, un luogo anonimo, fuori dal mondo, con “una natura lussureggiante”.

Cosa la spinge ad indagare?

Chi è veramente la nostra protagonista?

Donna, che ha condiviso con il marito Walter “una mente”, compie un lungo percorso interiore e si scopre diversa da ciò che ha creduto di essere.

La bravura di Ottessa Moshfegh sta nel dare libertà ad una personalità contratta per troppo tempo in un esistenza che non le appartiene.

La ricerca di verità è necessaria riconquista di spazi, interessi, vitalità.

Si evidenziano le crepe del passato, si risorge senza paura nell’affrontare i demoni che sanno trasformarsi in visioni.

“Era questa la vita, trovare il modo di passare il tempo.”

Frase spiazzanti che colloca il romanzo in un articolato viaggio interiore.

Il testo si muove su più binari e non lascia niente al caso.

Si entra in un costrutto letterario raffinato dove tanti sono gli anfratti da esplorare.

“Mi piacevano i libri.

I libri erano silenziosi, non ti urlavano in faccia, non si offendevano se li trascuravi.”

È costante il bisogno di libertà, la possibilità di scegliere o di non scegliere.

Di urlare al vento la propria fragilità, di inventare trame per un ipotetico poliziesco.

Non mancano le allusioni metaforiche ed è compito del lettore coglierle e creare associazioni mentali.

Classificare il testo in un genere sarebbe mortificare la creatività dell’autrice.

Ci troviamo di fronte ad un puzzle da ricomporre mentre la lettura procede con non poche sorprese.

Una scrittura compatta, diretta, che rifiuta schemi, che sa restituire la speranza.

Si può sognare, improvvisare, giocare con le figure bizzarre della fantasia e  credere che i sogni infranti sono solo schegge da dimenticare.

“Finalmente potevo pensare con la mia testa.”

E forse ci si può affidare alla terra, chiudere gli occhi e sentirsi in pace.