“Va tutto bene signor Field” Katharine Kilalea Fazi Editore

 

“Essere al buio è come trovarsi all’interno del proprio corpo”.

Entrare nella mente del protagonista di “Va tutto bene signor Field”, pubblicato da Fazi Editore, significa lasciarsi alle spalle il monotono susseguirsi della quotidianità.

Tutto è sfumato, rallentato, onirico.

Voci notturne riempiono il silenzio, figure immaginate diventano ossessioni.

“Certe volte è meglio non sapere”.

Sarà questa la spinta emotiva ad isolarsi dal reale, a costruire la metafisica del sogno?

Un uomo che all’apparanza è triste, isolato, fallito ci regala una profondità interiore che attrae e intrappola nel territorio delle possibilità.

Un modo di osservare che straccia le tracce del presente e costruisce archetipi mentali, associazioni linguistiche, paradossi e simbologie.

“Quante volte a Londra, dove ovunque guardi un edificio o un autobus entrano nel tuo campo visivo, ho desiderato spingere lo sguardo in lontananza?

Quante volte ho pensato che in una città non si ha il senso della prospettiva, e senza il senso della prospettiva non si ha spazio per pensare?”

Katharine Kilalea riesce a costruire la prospettiva alternativa, dove luoghi, oggetti, paesaggi vengono rimodellati e assumono contorni irreali.

Ma è proprio questo senso di vertigine che rende il romanzo conturbante.

“Le case non dovrebbero avere porte.

I muri ci separano.

Le nostre case dovrebbero aiutarci a vederci e a sentirci a vicenda, e a stare di più insieme.”

La misantropia che nasce da un’architettura che non considera l’uomo, lo stritola in una condizione di isolamento esistenziale.

Ecco che ci si inventa compagni di viaggio pronti a spezzare i monologhi strazianti.

Un libro che nel susseguirsi delle stagioni, nella poetica di immagini rarefatte rivela cosa è il desiderio.

Non una spinta carnale ma qualcosa di intimo, viscerale e sarà questo sentimento ad aprire spiragli di luce in un finale che può essere letto come un incipit.