“Questa strana e incontenibile stagione” Zadie Smith SUR

 

“La scrittura è controllo. Il dipartimento universitario dove insegno dovrebbero piuttosto chiamarlo Dipartimento di Controllo dell’Esperienza.

Nel flusso dell’esperienza – sconcertante, travolgente, conscia, inconscia – siamo immersi tutti.

Cerchiamo di adattarci, di imparare, di fare spazio, a volte di resistere, altre volte di sottometterci, a ciò che di volta in volta ci troviamo davanti.

Ma gli scrittori vanno oltre: prendono questo sbigottimento perlopiù informe e lo versano in uno stampo progettato da loro.

La scrittura è tutta resistenza.”

La pandemia fa saltare la prevedibilità, inverte le priorità.

Rende fragili, indifesi.

Acuisce le distanze tra razionalità e  paura.

Zadie Smith in “Questa strana e incontenibile stagione” si interroga sul ruolo della parola scritta.

Ora che tutto è mutato, scrivere significherà “nuotare in un mare di ipocrisie.”

Lo spazio è diventato soffocante perchè non scelto ma imposto.

Il tempo si trasforma in una distesa infinita da riempire.

Trovare “cosa fare” significa ridare senso alle nostre quotidianità, provare a mettere ordine nel subbuglio dei sentimenti.

I saggi che compongono la raccolta sono intensi, provocatori.

Sono una sfida a quell’America che si è trincerata nel privilegio, distratta da un benessere che non intaccava certezze.

“Neppure l’estinzione globale di massa – sotto forma di collasso ambientale – avrebbe toccato l’America, o al limite l’avrebbe toccata solo alla fine, all’ultimo minuto. In relativa sicurezza, al riparo delle sue alte mura, l’America avrebbe banchettato con ciò che restava delle sue risorse, ancora un grande paese in confronto alla sofferenza di quelli là fuori, oltre i suoi confini.”

Il virus non conosce differenze tra ricchi e poveri, bianchi e neri, felici e infelici.

Penetra abbattendo le distanze sociale e soprattutto mostra il volto tumefatto della morte, quella morte che “c’era da sempre, anche se coperta e negata.”

Come attraversare questa tragica esperienza collettiva?

Quante coppie non sopporteranno la forzata convivenza, quanti anziani saranno schiacciati dalla solitudine che non è più liquida.

È una massa incandescente che diventa compagna di tutti.

È il silenzio interiore che nessuna voce riuscirà a riempire, è il terremoto che fa perdere di vista “lo scopo della vita.”

Ci si accorge che “la sofferenza non è relativa; è assoluta.”

Non si può schermare, mediare, accompagnare.

È un deserto tragicamente privato.

La scrittrice ha il coraggio di smascherare il re nudo con lucidità e coerenza intellettuale.

Che sia americano o inglese poco importa, è la stupidità di sentirsi invivibili anche di fronte alla catastrofe.

C’è tanta umanità verso gli ultimi, i dissociati, le vittime di un potere che conosce solo la violenza.

Un capitolo è dedicato agli “Spunti”, piccole occasioni di riflessione, pensieri sparsi che invitano a provare compassione,

“ad amare.

A donare.

A crescere.”