“Amare tutto” Letizia Pezzali Einaudi Editore Stile Libero

Si può “Amare tutto”?

Cancellare la patina oscura di relazioni traballanti e liberarare il desiderio.

Essere non solo madre.

Accettare il corpo, riscoprendo i messaggi che lancia.

Superare traumi infantili, rielaborandone le ferite.

Accogliere senza timore un fugace sguardo, una stretta, una confessione.

Rinascere lentamente certando di mettere a tacere la colpa.

Essere testimone di misteriosi segnali, piccole premonizioni e rendere possibile l’impossibile.

Letizia Pezzali nel romanzo pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero non a caso come esergo sceglie le parole di Edgar Allan Poe.

“Ma ci amavamo d’un amore ch’era più che amore.”

In Lucia coglie la preziosa filigrana di una femminilità che finalmente si espande, abbraccia ed esplora il sentimento.

Una figura in apparenza fragile, oppressa da convenzioni borghesi che la costringono a mostrarsi felice, nel corso della narrazione diventa farfalla.

Una metamorfosi che ha il gusto di una rinascita.

L’incontro con Francesca scatena pulsioni, diventa chiave di acceso ad un privato a lungo censurato.

Ma sarà Massimo e il suo odore di maschio a far crollare “le certezze che aveva costruito”.

“Il mondo perse forma e divenne un miscuglio di tinte.”

L’autrice incede sicura nella realizzazione di un costrutto narrativo solido, arricchito da più voci.

Anche la collina è pronta ad accogliere la fioritura di una storia.

Nelle sfumature e nel dettaglio di un luogo c’è il profondo bisogno della cura.

Scrittura che si concede, delinea un personaggio, una reazione, un guizzo immaginifico.

Parola che sa essere incandescente, provocatoria e invitante.

Alcova per il lettore, spazio in cui le regole si frantumano e rimodulano una libertà ideativa e introspettiva.

Sentirsi se stessi, “avvertire con precisione i confini del corpo, dell’identità, dell’attrazione e della repulsione.”

Sommare e sottrarre, sperimentare e creare sintonia con chi legge.

Una prova letteraria che ha il coraggio di mostrare le crepe di una società e di una cultura che non sanno più rappresentare il dissenso, la rabbia, l’esclusione.