“La pattuglia dei bambini” Deepa Anappara Einaudi Editore Stile Libero

“La pattuglia dei bambini”, pubblicato da Einaudi Stile Libero, è una stella nel firmamento letterario internazionale.

Deepa Anappara ha un esordio che travolge il lettore.

Difficile sintetizzare i tanti stati d’animo che riesce a scatenare.

La narrazione è affidata al piccolo Jai e la spontaneità è una cascata di acqua limpida in un mondo offuscato da elucubrazioni mentali.

“Noi viviamo in un basti, e casa nostra ha una sola stanza.

Papa ripete sempre che in questa stanza c’è tutto quello che ci serve per essere felici.

Parla di me e Didi e Ma, non della tv, che invece è la cosa migliore che abbiamo.”

Quando sparisce il primo bambino il nostro protagonista insieme agli amici Pari e Faiz si improvvisa investigatore.

Sembra un gioco di ragazzini, la spensierata ricostruzione di un puzzle.

Ma con un ritmo che diventa crescente le scomparse continuano ad aumentare.

L’indifferenza della polizia mostra lo scollamento tra comunità e potere, tra prevaricazione e sofferenza.

“Voglio scoprire cosa stanno facendo i poliziotti.

Gli sbirri alla tv hanno come motto «Servire e Proteggere» ma quelli che vedo in giro al Bhoot Bazaar fanno tutto il contrario.

Infastidiscono i bottegai, si ingozzano senza pagare dai venditori ambulanti, e a quelli che sono in ritardo con l’hafta fanno scegliere tra un manganello su per il didietro o una visita dei bulldozer.”

Il realismo nelle descrizioni accurate descrive l’India che preferiamo non conoscere.

Il lavoro precario nelle case dei ricchi, la difficoltà a provvedere ai bisogni primari, lo smog che copre ogni cosa e pizzica gli occhi.

Padri alcolizzati, madri costrette ad accuparsi poco dei figli, scuola che non sa comprendere il linguaggio fantasioso dei ragazzini.

L’autrice entra nei vicoli bui, tratteggia personaggi che sembrano usciti da favole paurose, sottolinea la conflittualità tra indi e musulmani.

“È troppo pericoloso sposare un musulmano se sei indú.

Al telegiornale ho visto delle foto piene di sangue di gente ammazzata perché aveva sposato qualcuno di religione o casta diversa.

E poi Faiz è piú basso di Pari, non starebbero bene insieme.”

Una scrittura visiva, immediata, carica di vibrazioni.

Un viaggio di formazione in un ambiente che nega i diritti dell’infanzia.

Un noir che incede verso un unico, enorme interrogativo.

Chi sono i cattivi e chi i buoni?

Si scoprirà la verità o restano solo dubbi?

“Io non ho paura di niente, dico, ed è un’altra bugia.

Ho paura delle ruspe, degli esami, dei djinn che forse esistono davvero, e dei ceffoni di Ma.”

La sincerità innocente che emoziona e rende omaggio alle tante piccole vittime che non hanno avuto giustizia, ai genitori straziati, ad un paese che deve fare un lungo cammino per risorgere.