“La tarda estate” Luiz Ruffato La Nuova Frontiera

“E mi trovo di nuovo qui, riannodati i fili che legano l’inizio e la fine.”

Il ritorno di un uomo a Catagueses, città dell’infanzia.

Un Ulisse spaesato, disilluso che nella sua Itaca cerca di ricomporre ricordi.

La penna di Luiz Ruffato nel tratteggiare la figura di Oséias riesce a cogliere la sospensione del tempo.

Un tempo che come una pellicola sfocata va riavvolto e compreso.

“La tarda estate”, pubblicato da La Nuova Frontiera, è metafora del nostro incedere stentato nella Città dei ricordi.

È il caldo afoso del Brasile, che si imprime sulla pelle, scortica le resistenze e fa affiorare nomi, luoghi, immagini.

Venti anni di assenza di un esule che non ha trovato la sua libertà.

La fuga a San Paolo, la fine del matrimonio,  l’incapacità di costruire un rapporto con il figlio e strade polverose, hotel bui nell’anonimato.

Esistenza ai margini, bisogno di prendere le distanze anche con il presente.

Che senso ha tornare? Cosa è cambiato nella terra che non ricorda più i suoi passi e il suo volto?

Le sorelle e il fratello sapranno riempire il vuoto d’amore?

Sono ancora famiglia?

Rosana,  Isinha, João Lúcio riaccendono un rimorso che non si è mai spento.

Un segreto che ha il colore del sangue, tarlo costante, colpa che non si può rimuovere.

Nella ripetitività dei gesti del protagonista c’è la malinconica consapevolezza di essere “un fantasma spaventato che urta corpi che si muovono irrequieti per i territori del passato.”

“Sbarcare nello stesso identico posto, ma così diverso che non riesco a ritrovare colui che sono stato.

Attraverso la città come uno spettro.”

Un romanzo scritto con passione, immediato, fulminante.

Mentre “Di me ormai neanche ti ricordi” è un testo politico, un atto di accusa alla dittatura, in questa meravigliosa prova narrativa c’è uno scarto soggettivo.

Una rivisitazione della memoria struggente che nel finale esplode unendo insieme vita e morte, sconfitte ed emozioni.

Una luce si spegne e forse finalmente regnerà la pace.