“Bottigliette” Sophie van Llewyn Keller

Per raccontare la Romania di Ceauşescu Sophie van Llewyn sceglie la giovane Alina, una ragazza normale.

Questa normalità cozza con la follia di un regime che entra con violenza nelle esistenze, distrugge i sogni, rende vittime.

La trama di “Bottigliette”, pubblicato da Keller, sa dosare l’orrore e la bellezza, la prepotenza e la dolcezza.

La purezza dell’amore tra la protagonista e Liviu viene scalfita giorno dopo giorno da un sistema oppressivo dove il sospetto rode e distrugge ogni intimità.

I servizi segreti sono ovunque, presenze inquietanti, macchie acide in un panorama gioioso.

Visitiamo i sotterranei della crudeltà  dove i dissidenti subiscono torture fisiche e psicologiche.

Sentiamo le urla, percepiamo l’ingiustizia.

La rassegnazione e la paura di tanti costruisce una spirale soffocante e la delazione diventa arma di difesa.

“Apre il portone e in quel momento dall’ombra viene fuori un uomo in completo grigio.

Le afferra il braccio.

Lei cerca di liberarsi dalla presa ma lui stringe più forte.

《 Compagna Mangiu, ho qualche domanda da farle》.”

Interrogatori interminabili mentre il cuore e la mente cercano di distaccarsi dal reale.

Ad accompagnarci in questo percorso la madre e la zia.

L’autrice sceglie due figure antitetiche con l’obiettivo di mostrarci il doppio volto delle relazioni.

Non mancano i riferimenti mitologici, le credenze, i riti purificatori e in queste manifestazioni si nasconde una profonda verità.

È necessario costruire barriere difensive e quando non ci sono vie di uscita si ricorre a strategie alternative.

Un ritorno all’ancestrale bisogno dell’uomo di credere in qualcosa, la necessità di aggrapparsi alla magia.

Il desiderio di fuggire è un fuoco che non da pace, è l’unica possibile resistenza.

“C’è qualcosa nel modo in cui la speranza risale strisciando sulle nostre spalle fino a premere i suoi palmi contro i nostri occhi, facendoci sorridere pur se ignari del futuro.

E siamo entrambi riluttanti a pronunciare il suo nome, per paura che possa svanire.

C’è qualcosa nel modo in cui ci abbracciamo di notte, come naufraghi.”

Ma la terra straniera non potrà mai sostituire le radici, l’appartenza.

Bisogna estirpare il ricordo, purificare ogni cellula, dimostrare che si può essere liberi.

Un romanzo poetico, appassionato, la testimonianza di un popolo che non può dimenticare.

Ci si può rialzare ma le ferite restano.