“L’arte di legare le persone” Paolo Milone Einaudi Editore

 

Entro in enormi stanze vuote,

vedo il paziente in lontananza nel suo letto,

attraverso metri cubi di niente,

gonfiati di follia, dove infiniti mondi coesistono,

e, dopo prolungato viaggio nel silenzio, giungo nell’isola della disperazione.”

 

Paolo Milone offre una lettura critica della malattia mentale purificandola dai luoghi comuni e restituendo l’esperienza di quarant’anni in Psichiatria d’urgenza.

La sua non è solo la testimonianza di medico, è incontro che trasforma il malato in compagno da guidare.

Sguardo dell’uomo che si china sull’altro, ascolta, prova ad interpretare, cammina insieme a chi ha perso la rotta.

Compassione nel senso più profondo, la mano tesa e il cuore che sa partecipare.

Dolore condiviso, continua ricerca della strada da percorrere.

“L’arte di legare le persone”, pubblicato da Einaudi Editore, racconta la follia.

“un giardino dove abbevero i miei cavalli stanchi,

sciolgo i calzari, siedo all’ombra,

e lascio riposare lo sguardo su colline lontane.”

Un testo dove l’umanità riesce ad andare oltre la professionalità.

È il sorriso beffardo di Lucrezia, la rabbia di Filippo, la dissociazione di Danilo, è “urla e pianto muto.”

È la vita uscita dagli argini del fiume, il giorno trasformato in abisso.

“I matti sono nostri fratelli.

La differenza tra noi e loro 

È un tiro di dadi riuscito bene

L’ultimo dopo un milione di uguali 

Per questo noi stiamo dall’altra parte della scrivania.”

Ogni frase è meditazione, voce intima, comunione con la sofferenza.

Il ritmo segue la cadenza dei pensieri alternando stati d’animo che arrivano al lettore come inviti a comprendere e ad interrogarsi.

Chi esce dai margini della normalità?

Cosa significa curare?

Quanto è difficile costringere un paziente ad un ricovero obbligato?

Sullo sfondo Genova “città quadrata, città storta.”

“Si mostra,

Apre le braccia”

Invita a fermarsi, a riprendere fiato ma è tempo di esserci.

In prima linea, senza indugi, ad abbracciare e a sorreggere col cuore stretto dalla morsa della responsabilità.

“E dopo le parole cosa resta di noi?”

Resta il coraggio di chi continua a cercare “il dolore altrui.”