“Il solo modo per dirsi addio” Simon Stranger Einaudi Editore Stile Libero

“Il passato si sedimenta in strati di oblio sempre più spessi, ricoprendo tutto ciò che non c’è più.”

Simon Stranger in “Il solo modo per dirsi addio”, pubblicato da Einaudi Stile Libero e tradotto da Alessandro Storti, riesce ad offrire alle vittime dell’Olocausto una seconda vita.

“Nella tradizione ebraica, si dice che l’uomo muore due volte: la prima quando il cuore cessa di battere e si spengono le sinapsi del cervello, come in una città in cui manchi la corrente, e la seconda quando il nome del defunto viene pronunciato, letto o pensato per l’ultima volta, cinquanta, cento o quattrocento anni dopo.

Solo allora si è davvero scomparsi, cancellati dell’esistenza terrena.”

La letteratura diventa il tramite che garantisce l’immortalità, la pietra della memoria.

Attraverso la ricostruzione di ogni dettaglio con una precisione chirurgica e ricca di pathos il lettore entra nella Storia.

L’autore utilizza una tecnica narrativa innovativa scegliendo di seguire un percorso originale.

Vengono utilizzate le lettere dell’alfabeto e il costrutto procede attraverso le parole e il loro significato.

“A come alt, 《tutto》, tutto ciò che deve sparire e scivolare nell’oblio.

Tutti i ricordi e le emozioni.

Tutti gli oggetti e gli effetti personali.

Tutto ciò che ha costituito la cornice di una vita.”

L’annullamento dell’essere, la perdita di ogni collocazione affettiva.

Ogni fonema crea un disegno armonioso e senza dispersioni si ricompone una saga familiare.

La prigionia e le immagini poetiche di una betulla dal tronco bianco – sporco e le foglie dorate, “d come duene, 《 le colombe》 che sorvolano Falstad, e che ogni tanto si possono vedere in formazione sopra i campi, in una danza ondeggiante nel cielo.”

Sprazzi di luce che alleggeriscono la drammaticità degli eventi senza alterarne i contorni.

Il pregio del romanzo è quello di intersecare  diverse generazioni mantenendo un perfetto equilibrio dei tempi storici.

La figura di Henry Oliver Rinner, collaboratore della Gestapo e responsabile di atti atroci emerge come un gigantesco e simbolico segno del Male.

L’infanzia infelice, l’adolescenza in ombra non sono giustificazioni al suo operato.

Servono a riflettere sull’origine della follia.

Indagano gli aspetti sociologici e psicologici, si spingono là dove il buio è più fitto.

Lo scrittore ci pone di fronte a diversi bivi.

Chiede non solo ascolto ma anche complicità.

Sa che tanto si è scritto sui campi di sterminio, sulle violenze e devastazioni e vuole differenziarsi.

Introduce un elemento che spiazza e spinge ad inoltrarsi nella complessità delle vittime.

“Quel che è stato è stato, e non si può cancellare, né minimizzare, né reprimere, né dimenticare.

Se c’è una cosa che si può cambiare è la strada ancora da percorrere.”

Da leggere per non dimenticare e per tenere acceso il lume della speranza.