“L’esile filo della memoria” Lidia Beccaria Rolfi Einaudi Editore

“L’esile filo della memoria”, pubblicato da Einaudi Editore, è bisogno di trovare normalità, reinventare il presente.

“Si lascia Ravensbrück, così si varca il cancello di questa prigione maledetta ma cantando, nonostante la pioggia, nonostante il freddo, il fuoco e le guardie, cantando le canzoni preparate in un lontano giorno dell’estate passata per ben altra partenza.”

I ricordi d’infanzia si mescolano al presente, diventano piccole candele che segnano il cammino.

“Ma io ora avevo un nome.

Non ero più il 《44 140》, potevo anche dimenticare il mio numero in tedesco e in polacco e alla chiamata di quel numero non dovevo più rispondere, mi ero riappropriata del mio nome e del mio cognome.

Dovevo dirlo, almeno ai miei compagni, che avevo un nome.”

Ribadire la propria identità significa esistere, uscire dal girone infernale del Lager nazista.

Il racconto del ritorno in Italia è sviluppato come un diario, scandito dai giorni e dai piccoli eventi.

Il paesaggio, gli incontri descritti con precisione aiutano a fare esercizio.

Come un bambino che impara a camminare Lidia Beccaria Rolfi cerca appigli reali.

Vuole capire cosa è successo nel fuori, quel fuori che le è stato precluso.

Il paesaggio a tratti “tutto uguale, monotono, triste, silenzioso, senza vita” esplora una distanza fisica.

C’è la difficoltà a mettere a fuoco, a riadattarsi.

“Avevo pianto, non pensavo più soltanto alla zuppa, al sonno, ai bisogni primari, avevo provato dalle emozioni, un nodo che avevo dentro si era sciolto, riacquistavo piano piano la memoria, avevo ricordato senza fatica tutte le parole del coro del Nabucco.

Per la prima volta provai la sensazione di essere libera, attorno a me sentivo parlare italiano, ero fra amici.”

Il legame profondo tra libertà e pensiero articolato, la vittoria della Cultura che nuovamente echeggia con forti connotazioni salvifiche.

L’autrice sente la palpitazione dei sensi, osserva i cambiamenti del corpo.

Un percorso di guarigione che procede per gradi grazie alla tenacia e alla forza di volontà.

Il testo è un graduale viaggio intellettuale alla ricerca di risposte.

Dalla diaristica si passa al saggio storico con un filo logico lineare.

Domande semplici sul comunismo e sul fascismo con il desiderio di liberarsi dalle idee propinate dalla propaganda fascista.

Inquietante è il dubbio “di essere stati dimenticati da tutti.”

Difficile raccontare “le umiliazioni, l’incomunicabilità, la disumanizzazione, il crematorio che fuma, l’odore di morte dei blocchi, la voglia di solitudine.”

Il libro non è solo una testimonianza forte, è denuncia di una passività nei confronti del dolore, constatazione che ieri come oggi si deve lottare per sconfiggere l’oblio.

I “Taccuini del Lager” vanno letti come pagine sacre perché vi si percepisce la difficoltà nel trovare il coraggio di scrivere.

Disegni, versi, spazi vuoti e la poetica straziante di una eroina.