“Bianco è il colore del danno” Francesca Mannocchi Einaudi Editore Stile Libero

Ci sono libri che arrivano quando non sai trovare le risposte e il mondo ti sembra una ruota che gira vorticosamente.

E senti che quella storia ti appartiene, ti lacera e ti carezza.

Penetra nella carne, si fa voce che non hai saputo o voluto trovare.

Scorri le pagine con timore e rispetto.

Ti fermi su una frase, la ricopii e con quel gesto ingenuo sai che l’anima della scrittrice e la tua stanno entrando in comunione.

Senti il brivido e l’emozione dell’incontro con la Letteratura, quella che ha il potere di aprire le vie della conoscenza.

Si è aperto un varco che non si conclude con l’esperienza della lettura.

Va oltre, ti possiede, costringe ad interrogarti.

Scrivere di “Bianco è il colore del danno”, pubblicato da Einaudi Stile Libero è come scalare una montagna sapendo che nessun commento potrà rendere la bellezza del testo.

E quel bianco che già nel titolo è dominante si dilata all’infinito, è allegoria di stati d’animo.

È il limite tra materia e spirito.

Fiore che germoglia nel dolore purificandolo.

Francesca Mannocchi interpreta la malattia, la spoglia dalla tragedia e la rende visibile.

Trasforma la sua esperienza in indagine sociale regalando al malato quella dignità che spesso gli si nega.

Estrapola la maternità dai luoghi comuni, da obblighi che non rappresentano l’amore ma lo intrappolano in reti di possesso.

Offre un’interpretazione politica del corpo non più oggetto ma soggetto.

Ricorda che il tempo non è infinito, che il ricordo va preservato e difeso.

Insegna a resistere, a continuare a sperare anche quando  venti tempestosi tentano di spezzare i sogni.