“Guayabas Voci femminili dalla Colombia” Castelvecchi Editore

Sedici scrittrici e altrettante brillanti traduttrici compongono un’antologia letteraria che pur nella diversità di stili e tecniche narrative mostra un disegno comune.

È il bisogno di dar forma alla parola, estrapolarla dal contesto e darle vita.

Il fonema che si intreccia ad aggettivi e verbi costruisce vertigini immaginifiche, sogni impossibili, ritratti che si specchiano su vetri frantumati.

“Guayabas Voci femminili dalla Colombia”, pubblicato da Castelvecchi Editore, è come l’omonimo frutto.

È il profumo di una Terra, la generosità del corpo che si dona, l’abbraccio che protegge.

Consapevolezza di qualcosa che sfugge alla comprensione, bisogno di evadere da prigioni familiari.

Domanda che distrugge il dogma della figura femminile statica, arresa, incapace di scegliere.

Prezzo da pagare per conflitti che non appartengono al popolo.

“Voglio solo raccontare la mia storia, condividerla in qualche modo con qualcuno…

Ho deciso di lasciare questa confessione qui, tra queste pagine.

Così la troverà solo chi ne avrà bisogno.”

Perché la scrittura è condivisione del pensiero.

E i pensieri nel testo si rincorrono: malinconici, audaci, provocatori.

Lanciano idee che restano sospese, pronte per essere decifrare dal lettore.

L’amore può essere tormentato, insufficiente, lacerante mentre “il disamore è la peggior forma di espropriazione, il disamore è l’esilio.”

L’oscurità è paura di essere invisibili, la luce l’accecamento dei sensi.

“Non ha più paura di piangere e le lacrime hanno cominciato a pulire i cristalli opachi della sua anima.

La sua vita tornerà a splendere dopo, forse più nitida, all’altro lato dei suoi occhi, e potrà sedersi, come in una sala cinematografica, a contemplare le immagini di quegli ultimi mesi come se fosse solo una tra i tanti invitati al duello.”

Essere distante, osservarsi da lontano, accettare le ombre, improvvisare segreti e non svelarli.

Non costruire finali perché la letteratura non si può chiudere nel recinto di un prima e un dopo.

“Non sarebbe tornata, e se qualche volta lo avesse fatto, il paesaggio sarebbe stato diverso e lei stessa sarebbe stata un’altra donna.”

Importante è accorgersi del cambiamento ed andare avanti.