“Soldato tartaruga” Melinda Nadj Abonji keller

“Io sono il sole del giardino, le chiazze di luce sulle foglie all’alba, la pioggia che gocciola, questo sono, e l’acqua pazza che con un rovescio ravviva la terra arsa..”

Zoltán e la poesia di un universo che si ribella alla guerra.

Ragazzo che dopo l’incidente ha dovuto ricollocare il suo presente tra immaginazione e realtà.

Anima che scopre quotidianamente il dono della vita.

“Soldato tartaruga”, pubblicato da Keller e tradotto da Roberta Gado, è un esercizio linguistico raffinatissimo.

Gioco di parole che acquistano senso se si accetta di poter riscrivere un alfabeto alternativo.

La Storia sta cancellando culture e tradizioni, tocca alla letteratura raccontare per rinascere.

Melinda Nadj Abonji sa interpretare il vissuto della Serbia cercando una traccia narrativa che si intreccia con la struttura teatrale.

Affida ad un giovane puro il testimone.

Il racconto dell’esperienza nell’esercito si dissolve in immagini che sembrano sogni sgranati.

Ordini che non hanno senso, teste rasate, “ammazzare o essere ammazzati”.

“E scribacchio,  scribacchio a matita, appoggio la testa sul tavolo, vado avanti a scribacchiare, mi mordo le labbra in modo che non sfugga niente, ma proprio niente da queste labbra, non un grido, non una canzone, niente, certo che è tutto dentro di me, per sempre.”

Come può l’uomo non cogliere la bellezza di una notte stellata?

Cosa è successo all’umanità che imbracciando le armi si sente potente?

La figura enigmatica di Hanna è luce e amore, rispetto e abbraccio.

In lei ci rivediamo, nel suo incedere decisa, nella consapevolezza che la memoria va salvaguardata.

“A chi apparteniamo noi?

Allo stato?

A Dio?

Ai genitori?

All’aria?

A noi stessi?

Alla morte?”

Una domanda che ci lascia sgomenti e mentre chiudiamo il libro vorremmo regalare un fiore a chi non ha avuto scelta.