“Bull Mountain” Brian Panowich NNEditore

“Bull Mountain” è l’esordio narrativo folgorante di Brian Panowich.

Pubblicato da NNEditore, già nella traduzione è un esperimento riusciuto, frutto della collaborazione di più autori.

Non ci sono voci discordanti ma un equilibrio perfetto e uno stile secco, essenziale.

Nonostante sia stato finalista nella categoria Mistery/Thriller del Los Angeles Times Book Prize 2016, sarebbe riduttivo incasellarlo in un unico genere.

Della saga familiare ha i tratti e se ne distacca cercando di cogliere non l’unità ma la conflittualità.

Allarga l’obiettivo su più generazione studiando con attenzione scientifica le tracce caratteriali.

Dal nonno al figlio ai nipoti sembra che si ripeta l’arroganza e la violenza.

Clayton Burroughs è l’eccezione, l’anello che interrompe una catena gerarchica.

“Sono lo sceriffo ignorante di un paesino minuscolo e mi sforzo di proteggere la gente… la brava gente di questa vallata… dall’infinita valanga di merda che scende di continuo dalla montagna, e dai membri delle confraternite universitarie dal grilletto facile che sono convinti di potersi spingere fin qui per dimostrare a noi bifolchi quanto sono cazzuti.”

Nello scontro tra Bene e Male si sviluppa un crescendo emotivo che avrà il suo apice nel finale.

L’autore si concentra sulle reazioni dei personaggi che vengono narrati attraverso uno sguardo tridimensionale.

Non è una guerra tra buoni e cattivi ma un tentativo di rinascita, il bisogno di cambiare rotta.

Interessanti le figure femminili.

Annette è la vittima e non ha scelta.

“in un lampo di perfetta lucidità comprese che, non appena venuta alla luce la creatura che portava in grembo, il suo compito sarebbe giunto al termine. Sarebbe stata accantonata. I giorni di sesso sfrenato, di progetti per il futuro con il suo pericoloso marito e una prole devota, erano un sogno lontano e destinato a svanire. La vita da compagna e confidente di un uomo eccitante e autorevole era finita. Per quella famiglia di soli maschi non sarebbe stata niente più di un’ingombrante cameriera. Gareth avrebbe insegnato ai figli a considerarla tale.”

Kate prova ad imporsi.

“Però non capisci che sono ancora terrorizzata. Sono passati undici anni, e ho ancora paura che rincasi una sera e mi confessi di voler seguire le orme di tuo padre. O, persino peggio, che non rincasi del tutto, lasciandomi sola a chiedermi se sei sepolto in una fossa chissà dove accanto a tutti quelli che non sono stati dʼaccordo con la tua famiglia.”

Importante è il rapporto con il luogo, considerato come proprietà privata e in quella che sembra una sfumatura si intravede una concezione egocentrica e possessiva.

Con grande abilità lo scrittore raccontando una piccola comunità riesce a definire i confini di un universo ben più ampio.

È la prevaricazione e il dominio, l’assenza di filtri inibitori ma è anche il rimpianto, la nostalgia e il rimorso.

Una prova letteraria da assaporare lentamente in attesa di scoprire cosa succederà.