“Il ballo delle pazze” Victoria Mas Edizioni e/o

“Sono di tutte le età, dai tredici ai sessantacinque anni,

sono brune, bionde o rosse, magre o grasse,

vestite e pettinate come lo sarebbero in città,

e si muovono con pudore.”

Vivono nell’ospedale psichiatrico di Salpêtrière in un tempo rarefatto.

Louise, abusata dallo zio, Ernestine con il sogno di diventare cuoca, Hersilie, la mummia, Aglaè che ha tentato il suicidio alla morte della figlia: le incontriamo in “Il ballo delle pazze, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Alberto Bracci Testasecca.

Ambientato nel 1885 a Parigi il romanzo riesce a scardinare la nostra idea di pazzia.

Mostra il lato oscuro delle tecniche ipnotiche ma soprattutto è un atto di accusa.

La reclusione è sempre frutto di una piccola ribellione che non può essere accettata in una società dominata dagli uomini.

Nella figura di Eugénie, ricoverata perché è in contatto con gli spiriti, è racchiuso il mistero dell’Altrove.

Luogo dove sacro e profano si incontrano, dove l’eternità non è più concetto astratto.

Rassegnazione e desiderio di libertà, rabbia e passività sono attimi che circoscrivono esistenze alienate, offerte come fiori marci alla società parigina durante una festa annuale che è una delle tante beffe.

Vittime sacrificali all’altare di un perbenismo tutto maschile, sono oggetti senza personalità.

“L’assenza di orologi fa di ogni giorno un momento sospeso e interminabile.

Tra quelle pareti in cui aspettano di essere viste da un medico il nemico fondamentale è il tempo, perché fa sgorgare i pensieri, smuove ricordi, solleva angosce, richiama rimpianti, e quel tempo che non sanno se finirà mai è più temuto del male di cui soffrono.”

In uno scatto narrativo originale Victoria Mas offre un’alternativa, racconta le intimità, le amicizie, i conflitti interiori.

Regala a Geneviève il dono del dubbio e  questa meravigliosa metamorfosi è un inno alla conoscenza che mai deve arretrare.

Da leggere per imparare ad esercitare l’indignazione, per credere in una medicina che cura e non opprime, per non dimenticare che la fede incrollabile in un’idea porta al pregiudizio.

Si prova pietà e ci si commuove mentre la narrazione entra nel cuore.