Incipit tratto da “Quello che chiamiamo amore” Loreta Minutilli La Nave di Teseo

 

 

 

 

“All’inizio non sapevo ancora come chiamarlo.

Avevo dieci anni e volevo salvarla.

La vedevo poco, perché non frequentavamo la stessa scuola elementare: mia madre stava ben attenta a tenere me e mia sorella lontani da tutto ciò che avrebbe potuto definirci come membri del nostro quartiere.

Sempre, invece, sentivo la sua vocina stridula di bambina: faceva i capricci perché non voleva mangiare pasta e piselli, rifiutava di mettere a posto le Barbie dopo averci giocato, si chiedeva perché l’arcobaleno avesse proprio sette colori.

Io ascoltavo, perché il mio balcone era quasi di fronte al suo, solo un po’ più in basso. Distinguere la voce di Elisa non era facile, perché per prima arrivava quella di sua madre, un boato spaventoso con un messaggio ancora più inquietante.

La madre di Elisa si chiamava Lucia e ogni giorno affrontava il dramma di avere in casa i propri figli.

La presenza di Elisa e di suo fratello Gabriele la turbava, le impediva di organizzarsi come avrebbe voluto, era un problema che si riproponeva di continuo e restava senza soluzione. L’unico modo che Lucia aveva per affrontarlo era urlare.

Urlava quando bisticciavano, urlava quando facevano domande, urlava quando non si alzavano dal letto, urlava quando non si vestivano abbastanza in fretta, urlava, semplicemente, quando li vedeva di fronte a sé, due piccoli concentrati di vitalità che avevano bisogno delle sue attenzioni.

Mannaggia a voi e al giorno che siete nati.

Vi potessi uccidere lo farei subito.”