“Capannone n.8” Deb Olin Unferth SUR

 

“Capannone n.8”, pubblicato da SUR e tradotto da Silvia Manzio, è provocazione da cogliere come una sfida.

Non ha la struttura del romanzo “politico” ma certamente è una denuncia forte ad un sistema che punta solo al profitto.

Nella descrizione di uno dei tanti allevamenti di ovini viene rappresentata la spudorata arroganza umana.

Si è rotto l’ equibrio tra uomo e animale e lo scenario che si prospetta è apocalittico.

Deb Olin Unferth non propone un saggio con le solite e banali frasi di circostanza.

Vuole scuoterci e riprendendo il filone della favola educativa esce dagli schemi narrativi classici.

Compone una trama divertente, logorroica, accelerata.

Scandisce un linguaggio spericolato fidandosi della capacità di costruire dialoghi brillanti, immediati.

Il suo è il gergo parlato carico di storpiature e asimmetrie.

La figura dominante è Janey e a lei ci affezioniamo.

Giovanissima abbandona le comodità della metropoli spinta dal sogno di conoscere il padre.

La terra che l’accoglie è aspra, arretrata, bigotta.

Assistiamo ad un gioco che sembra infantile ma è esercizio di resistenza.

La vecchia e la nuova Janey devono trovare un punto di congiunzione e in questo sviluppo psicologico sta la potenza ideativa della scrittrice.

Deve scattare un meccanismo di riscatto, un’occasione che sia salvifica.

I tanti personaggi che animano il testo pur avendo ruoli secondari costruiscono una scacchiera di probabilità.

Ed insieme, uniti da un unico obiettivo, saranno forza vitale di un cambiamento culturale.

Una storia che sa dosare le visioni surreali grazie ad una sfrenata creatività.

Da proporre nelle scuole per la duttilità delle improvvisazioni fantasiose e per il forte messaggio.

Reagire sempre e comunque per rendere vivibile il pianeta, credere in sè stessi e in ciò che sembra impossibile.

E se le galline ci parlano….impariamo ad ascoltarle.

Nell’universo le voci differenti sono indispensabili colori di un meraviglioso arcobaleno.