“La fabbrica” Hiroko Oyamada Neri Pozza Editore

 

“Nel rivedere la fabbrica da adulta non la trovai affatto rimpicciolita, anzi, mi parve addirittura più sconfinata e imponente.

Il suo impatto sul territorio era innegabile: in tutte le famiglie si contava almeno una persona che lavorava per la fabbrica o una delle tante aziende del suo indotto.

Vetture e furgoni con il suo celebre logo percorrevano tutti i giorni le strade dei dintorni, e genitori ambiziosi e pieni di speranza cercavano di inculcare nei figli in età scolastica il sogno di una brillante carriera alle sue dipendenze.”

“La fabbrica”, pubblicato da Neri Pozza Editore e tradotto da Gianluca Coci, è un grande puzzle dove ogni personaggio aggiunge dei frammenti.

Un’ addetta alla distruzione di documenti, un esperto di muschi, un tecnico informatico si trovano catapultati all’interno di ruoli inessenziali.

È come se si procedesse a ritroso e i lavoratori siano tornati ad essere oggetti senza intelligenza.

L’atmosfera ha il colore grigio che ricorda un tempo smorto, inutile, impalpabile.

Hiroko Oyamada costruisce un romanzo dalle tinte surreali grazie ad una scenografia molto studiata.

Dal luogo sconfinato, agli uccelli neri, ai movimenti degli operai: una perfetta ideazione per immagini che turbano e insinuano qualche dubbio.

Cosa significa accettare un lavoro precario?

C’è ancora spazio per i sogni nel mondo del lavoro?

Esiste una spersonalizzazione che frantuma ogni certezza e rende fragili, indifesi, vittime di un meccanismo che annulla la creatività.

“Poco prima del punto in cui il corso del fiume si allargava per riversarsi nell’oceano, si potevano scorgere le grosse tubature del sistema fognario della fabbrica da cui sgorgavano continui fiotti d’acqua.

A volte l’acqua scaricata nel fiume era torbida, grigia e schiumosa, ma piú spesso era pulita, almeno in apparenza. I canali di scolo erano abbastanza ampi e per fortuna non si riempivano mai oltre la metà.”

L’inquinamento atmosferico si aggiunge ad uno spaesamento che colpisce anche il lettore.

La scrittura passa da riflessioni argute a descrizioni di un paesaggio che lascia intuire strani presagi.

Bellissimo e fantasioso il finale, ultimo atto di un testo che ha l’impostazione di un’opera teatrale.

Da leggere ripensando ad un nuovo modo di progettare il futuro, riaccendendo la rabbia e il dissenso per una società che vuole annientare le nostre ambizioni.