“Lo scaffale degli ultimi respiri” Aglaja Veteranyi Keller Editore

 

“Mi immagino il cielo come un guardaroba.

Dentro, gli angeli ci tengono i loro accessori di scena.

E le anime si vestono da persona, prima di nascere.”

La scrittura di Aglaja Veteranyi sa essere sincopata ed essenziale.

Lucida e incisiva.

Ricca di parole che si susseguono seguendo una musica misteriosa.

Scarsa di verbi ed aggettivi e lieve come una nuvola passeggera.

“Lo scaffale degli ultimi respiri”, pubblicato da Keller Editore e tradotto da Angela Lorenzini, è narrato in prima persona e certamente questa scelta nasce dal bisogno di essere diretta interprete della propria storia.

La morte della zia diventa pretesto per liberarsi dal peso di troppe identità.

La Romania è origine e condanna, luogo dal quale fuggire lasciando scie di appartenenza.

“Ci hanno picchiati per strada e poi ci hanno ficcati in carcere.

I feriti gravi li fucilavano subito.

A me hanno legato mani e piedi insieme con il fil di ferro e mi hanno sbattuto la libertà fuori dai polmoni con un sacco di sabbia.”

Girovagare mentre il cuore non sa più cosa significhi stabilità.

Il romanzo non è solo esperienza di esule.

È ricerca di radici che la figura materna non può dare.

“Nel letto di mia madre non ci andavo.

Nemmeno da bambina.”

Rifiuto che si fa aspro, doloroso.

È la ferita di chi sente di non poter amare e percepisce il palpito attrattivo dell’assenza.

Non esserci, farsi muta, trovare nel silenzio la formula perfetta per dare spazio alla libertà ideativa.

Il costrutto si fa veloce, come una corsa mentre il fiato è sospeso nell’attimo in cui il paesaggio si fa visione.

“Adesso ti arriva la paura nella pelle.”

La parola si fa carnale, diretta.

Incontro nel luogo degli estremi saluti dove le lacrime si trasformano in piccoli fiori.

Insieme all’autrice abbiamo la sensazione di scivolare mentre “i tetti delle case si conficcano nel cielo.”

Restiamo sospesi grati all’autrice che ci ha condotto oltre il sentire.

Ci ha regalato la percezione di una realtà che si sbriciola in mille stelle fluorescenti.