“Splendi come vita” Maria Grazia Calandrone Ponte alle Grazie

 

“Sono figlia di Lucia, bruna Mamma biologica, suicida nelle acque del Tevere quando io avevo otto mesi e lei appariva da ventinove anni nel teatro umano.

Sono figlia di Consolazione, bionda Madre elettiva, da me fragorosamente delusa.”

In “Splendi come vita”, pubblicato da Ponte alle Grazie” la parola è cercata, inseguita, manipolata.

Cera che si muta in poesia in un equilibrio instabile.

Si nasconde nel fonema ricercato, della musicalità della frase.

È maestosa, studiata, mai rumorosa.

È scudo che protegge, fortezza dove rifugiarsi.

Fin dalle prime pagine si consuma il dramma di una donna che ha paura.

Il suo grembo non ha partorito e la colpa della sterilità si ingigantisce, sconfina nella confessione alla bambina di quattro anni.

Raccontare la verità significa prendere le distanze, proteggersi e proteggere.

Maria Grazia Calandrone con candore innocente racconta la storia di una frattura.

“Il Disamore avvolge i letti dei bambini fra le spire di un pianto non pianto.

I bambini non amati non piangono.”

L’evoluzione di un rapporto sbilanciato, il sussurro di due donne ferite, lo spasmo di una distanza incolmabile.

La scrittura diventa testimone e nessuno potrà giudicare.

Immagini rallentate dove il padre potrebbe essere ancora di salvezza per entrambe.

La sua morte accelera la discesa agli inferi della madre.

E negli urli, nella rabbia, nella distanza affettiva si deve cogliere la resa di chi ha provato ad amare.

Il romanzo ha i tratti di un monologo e nella voce narrante si concentra la potenza emotiva delle figure del teatro greco.

“Fu così che smise di vedermi.

Fu così che iniziò a perseguitarmi.

Fu così che, infine, divenne cieca.

E fu così che smisi di dipingere

Quadri che non poteva più vedere

E tentai la poesia.”

Le foto presenti nel testo vogliono fermare gli istanti, cedere alla tentazione della malinconia.

Ma è tempo di dipanare la matassa della storia, far entrare nella narrazione il vento degli anni adolescenziali.

Il cinema, le rivolte giovanili, le letture.

“Mi sigillo.

Una lastra polare di indifferenza.

Niente mi tocca.”

Ad un tratto si ha la sensazione che il tono e il ritmo subiscono un cambiamento.

“Mi metto a piangere, difendo Madre.”

È il momento della catarsi, dello scioglimento del pathos.

È il tempo della verità davanti ad un corpo inerte.

Non più Madre ma Mamma.

“Mamma, dammi la mano, ci sono io.

Sono quella di allora.

Ancora qui, a segnare il tuo confine, come quando eravamo senza confini.

Mamma, sei tanto stanca.

Puoi andare, mamma.

Mamma, ti lascio al fuoco col mio dono da nulla, un foglio arrotolato fra le tue belle mani. Mamma, io ti accompagno oltre le fiamme.

Le parole non servono a niente.

Abbiamo solo il tempo della vita, mamma.

Nient’altro.”