“Il quartetto Razumovsky” Paolo Maurensig Einaudi Editore

 

Non voglio pensare che “”Il quartetto Razumovsky” sia il romanzo d’addio di un autore che amo molto.

Paolo Maurensig consegnò all’editore Einaudi poco prima della morte questa grandiosa opera letteraria.

Le sue parole restano a scandire una presenza che ha segnato la Cultura di un secolo, ha tracciato con pennellate indelebili la planimetria storica del Novecento, ha costruito un linguaggio universale.

Se già nei libri precedenti avevamo ammirato il coraggio di un artista che non si sottrae alla ricerca di verità, in questo ultimo manoscritto si rivela il progetto che gli è stato compagno.

Svelare le angolazioni più nascoste dell’animo umano, mettere in scena il dramma della gelosia e del rancore.

Mostrare il colpevole nella elaborazione della sua confessione.

“Queste pagine, scritte di mio pugno, sono la confessione di un assassino.

Ho dato disposizioni perché vengano consegnate al cappellano del carcere solo dopo la mia morte.”

Da subito il lettore è messo al corrente del percorso che lo aspetta e non credo che la scelta sia casuale.

Lo scrittore vuole tirarci dentro, farci assistere all’ultimo spettacolo, essere testimoni di quel processo pubblico che purtroppo non ha coinvolto tutti i responsabili dell’orrore perpetrato dal nazismo.

Gli siamo grati perché attraverso la sua scrittura potrà aprirsi un dibattito necessario in questo presente dove venti nazionalisti provano a confondere le idee.

Tre amici si riincontrano dopo tanti anni e provano a ricostituire il gruppo musicale che li aveva visti protagonisti in un concerto in presenza di Hitler.

Attraverso una trama assai articolata dove nessun personaggio è secondario affiora quel passato che li ha divisi.

Non c’è più scampo per la voce narrante, il suo tradimento è stato sventato e “qualcuno” pagherà il prezzo per aver voluto scoperchiare il vaso di Pandora.

La storia potrebbe già reggere con queste articolazioni ma conoscendo Paolo sappiamo che le sue analisi sono taglienti, provocatorie, scarnificate dalla retorica.

Ha voluto costruire un Mausoleo per le troppe vittime e ci è riuscito.

Ha mostrato il Male nei suoi infiniti volti, ci ha insegnato che negare i propri sentimenti significa entrare nel buco nero della dissolvenza.

È la memoria che ci tiene ancorati al prima e l’oblio è sempre un fallimento.

Le complicate relazioni familiari, l’omosessualità vissuta come colpa, la ferocia nei confronti dei dissidenti, le stanze del supplizio, la fuga dalla Germania: un fiume in piena dosato da una scrittura modulata su più piani narrativi.

Ci si chiede dove inizia il pentimento ed è spiazzante osservare che questo non è l’obiettivo dell’autore.

Non ci può essere perdono, solo una nuova consapevolezza.

Ed è questo il messaggio forte che dovrà farci compagnia ogni giorno della nostra vita.

Guardiamo agli eventi passati con lucidità e onestà, non travisiamo i segnali di pericolo che arrivano da frange violente.

Preserviamo la democrazia e la libertà di pensiero, studiamo il Novecento e tramandiamolo ai nostri figli.

È la consegna che ci è stata assegnata, solo così la luce che Paolo Maurensig ci ha donato non si spegnerà mai.

Grazie di cuore, arrivederci amico.