“Poesie” Rachel Bluwstein Interno Poesia

 

Madre fondatrice della poesia ebraica femminile, Rachel Bluwstein non ha avuto l’attenzione che certamente merita.

Grazie a Interno Poesia arrivano in Italia le sue “Poesie”, curate da Sara Ferrari.

La bellissima nota introduttiva scandaglia gli episodi salienti di un’esistenza travagliata sempre percorsa dalla ricerca di un personale canone stilistico.

Forte è il legame con la terra d’origine:

“Non ti ho cantata, terra mia,

Né ho fregiato il tuo nome

Con gesta d’eroe

O con spoglie di guerra;

Solo un albero le mie mani hanno piantato

Sulle placide rive del Giordano,

Solo un sentiero hanno tracciato i miei piedi

Sulla distesa dei campi.”

Quell’albero ha una simbologia precisa che spezza le catene di una poetica patriottica.

C’è il bisogno di costruire fondamenta nuove per redimere prima di tutto l’uomo.

“Conosco innumerevoli parole,

Per questo io taccio.”

Essenziale e puro, incisivo e mai celebrativo, il verso sa affermare la personalità dell’autrice.

Ricorre spesso quella che mi piace definire l’elegia del silenzio e in quel silenzio si percepisce non l’isolamento ma lo sviluppo di una comunicazione alternativa.

Non è casuale la sonorità che accompagna ogni pagina, la costante ricerca di una musicalità che sia universale.

“Attorno a me si adombra la distesa dei campi,

Uno spazio muto.

Lontano conduce il mio sentiero

Il mio sentiero solitario.”

Una visione che spazia verso l’infinito mentre il destino sembra segnare traiettorie brevi.

Tanti i colori che descrivono e circoscrivono paesaggi immaginifici.

“Erano rossi i miei tramonti e pure l’alba

E fiori mi sorridevano ai margini del sentiero

Nel mio passato.”

Incendio, arcano, tempo, patto, messaggero: ogni fonema riesce a comporre un’immagine metafisica.

L’anima si mostra tra “dolore amaro” ed “estranea voluttà.”

Non è consentito l’oblio, ogni esperienza “serba una melodia che consola.”

Un testo in cui il lettore potrà specchiarsi, sentire musiche sconosciute, bere alla fonte della speranza, osservare “la ferita che diviene cicatrice.”