“Works” Vitaliano Trevisan Einaudi Stile Libero

 

“Un uomo è responsabile di ciò che dice, non di quello che gli altri capiscono.

Ammesso che sappia quello che dice, cosa niente affatto scontata.

Vale anche per la scrittura.”

La scomparsa di Vitaliano Trevisan ha aperto una crepa nel cuore di coloro che lo avevano amato e apprezzato.

Fulminea è arrivata una domanda.

Quanto avevano compreso di questo artista eclettico, a quale solitudine lo avevamo relegato?

Leggere Works, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, a distanza di anni dalla prima edizione, significa provare a farsi perdonare.

Per non aver voluto cogliere la sua forza espressiva, prorompente, disubbidiente a canoni previsti, lucida e tagliente.

Tragica nella capacità di narrare il presente e il suo dissolversi.

Autentica nell’analisi di una società che sta cambiando pelle.

Rivivere gli anni Settanta senza filtri attraverso una parola che sa farsi interpretare di un disagio nascente è esperienza che bisogna fare.

Si sente la frattura tra lavoro ed etica, tra politica e cultura.

L’uomo nella fragilità di sogni negati diventa schiavo di un sistema che lo vuole operativo e obnubilato.

Lo scrittore è stato vate inascoltato, e le sue parole oggi sono di una attualità travolgente.

Il Veneto tratteggiato con pennellate lunghe ritrae “i consumatori/figuranti”, i nuovi ricchi, il sottobosco di traffichini, imprenditori, politicanti.

La fabbrica nella sua disumanità, la follia di un’edilizia che non rispetta nessuna regola urbanistica, il miracolo italiano che segue “l’insorgere degli appetiti del momento, accompagnato dal consueto rumore di fondo di mandibole che masticano e rimasticano il territorio senza fermarsi mai”.

Si ha la sensazione di assistere al teatro dell’assurdo ma scavando attentamente ci si accorge che ogni frase ha una sua collocazione temporale.

Lo sguardo di antropologo in alcuni tratti lascia il posto all’urlo di un’anima in bilico.

E quel vuoto lo viviamo, lo sentiamo, lo sperimentiamo, lo conosciamo.

“Le mie pause sono i miei crolli e/o viceversa.”

Un saggio, una rivisitazione introspettiva, un viaggio nell’universo giovanile, una confessione: le pagine scorrono veloci ed è difficile interrompere la lettura.

Si è ammaliati dal ritmo incostante, dalle pause, dalle forme narrative differenti.

Dal diario alla psicologia delle relazioni, dalla famiglia disfunzionale alle pause della mente.

Niente viene taciuto in un flusso di coscienza senza perdere mai di vista il sociale.

“Cosa non si farebbe pur di togliersi da una pagina bianca!”

L’ansia dovuta ad un perfezionismo che nasce dal rispetto del linguaggio.

Ricorre spesso questa urgenza di scegliere il fonema esatto, di differenziare maschile e femminile.

“Dove tutto ebbe inizio” dovrebbe essere un finale, lo immagino come uno spazio aperto, a dimensione d’uomo dove si è liberi di scegliere.

Sono certa che l’autore sia finalmente a casa, luogo agognato e mai raggiunto.

Veglia e sorride osservando questo pazzo mondo e le sue rovine.

Ha fatto la sua parte e finalmente è in pace.