“Morsi” Marco Peano Libri Bompiani

 

Lo scrittore ed editor di Einaudi ha il dono raro di “sognare le parole” e di restituirle al lettore lasciandolo incantato.

È assonanza perfetta di soggetto e verbo, distillato di frasi che suonano vari strumenti.

La tristezza lancinante del violino, il caldo vibrare del sassofono, il dolce arpeggio di una vecchia chitarra abbandonata nel solaio dell’immaginazione.

In quel solaio entriamo con “Morsi”, pubblicato da Bompiani, attratti fin dalle prime righe, essenziali e armoniose.

Una luce mozza il respiro mentre i personaggi entrano in scena.

Li vediamo, sentiamo la loro tensione che è anche la nostra.

Intuiamo che insieme alla giovane Sonia stiamo entrando nei contorti labirinti della mente.

Tutto potrà accadere e la scansione narrativa è una sfida e una provocazione.

Dobbiamo camminare spinti non solo dalla curiosità.

C’è un sommerso che ci verrà svelato in quel borgo di poche case dell’entroterra piemontese.

Cartoline dove la neve con il suo accecante biancore contrasta con la notte del mistero.

Si percepisce che l’autore conosce i luoghi e non solo geograficamente.

Ci mostra la mappa di leggende e dicerie, tradizioni e suggestioni con grande maestria.

Tutto è statico, fermo in un tempo che non ha dimensione.

Ma qualcosa succede e ci aspettiamo una reazione, un moto di ribellione o di indignazione.

Immutato resta il paese desideroso di dimenticare.

La prima falla che coinvolge tutti costringendo a riflettere sul nostro ruolo di passivi osservatori.

Mentre la trama si colora di rosso e vira verso visioni apocalittiche in un gioco di rimandi a drammi  collettivi, il ritmo si fa teso, si espande verso un incolmabile vuoto.

In questo disperso arcipelago Sonia non è sola.

A farle compagnia Teo, un coetaneo introverso e provato dall’esistenza.

Saranno loro, insieme, a cercare una soluzione a quella che sembra una inspiegabile follia.

Impauriti e tenaci rappresentano quella generazione che non sappiamo più ascoltare.

Il libro ci prepara a capire, a sentire le loro voci, forse a tornare ad essere guide.

Immagini forti che riflettono sulla nostra psiche contrastanti segnali, saremo in grado di recepirli?

Riusciremo ad attraversare quel pantano di paure irrisolte, di fantasmi mai sopiti che tormentano il presente?

Si potrebbe scrivere per ore perché tanti sono i pensieri che si vanno accavallando.

Suggerisco di trovare nel testo quelle infinite sfumature, i riferimenti culturali, gli accostamenti scenici e teatrali.

In alcuni passaggi mi è venuto in mente “Cecità” di Saramago ma ogni paragone fa un torto a “Morsi”.

Struggente, forte, bellissimo è prova che la letteratura italiana non è seconda a nessuno.

“Conoscere il nome delle cose significa salvarsi.

Le parole salvano sempre.”

Un messaggio che porterò con me, mi terrà compagnia dandomi la forza di non arrendermi mai anche di fronte ai più difficili esercizi di comunicazione.

Grazie, Marco!