“La luce che pioveva” Giuliana Zeppegno L’Orma Editore

 

“Ho voluto scrivere le cose che mi hai detto.

Le storie, le fantasie, le immagini che la tua memoria ha scelto perché continuassero ad esistere, nel suo lungo, oscuro lavorio.”

Il passaggio del testimone per non disperdere nulla del proprio tempo.

È la figlia a raccogliere ciò che è stato con la leggerezza radiosa di chi sa che le è stato affidato un tesoro.

Bisogna costodirlo come una reliquia e tramandarlo.

Nasce così “La luce che pioveva”, pubblicato da L’orma Editore.

Brevi capitoli intessuti di quotidiano, dove niente è eclatante.

Questa semplicità rende il romanzo meraviglioso, mostra che ogni esistenza ha una sua luce segreta.

Siamo nelle campagne piemontesi dove il lavoro non risparmia i bambini.

La famiglia è comunità e insieme provvede ai bisogni primari.

C’è una gerarchia che nel genitore vede il nucleo centrale e l’obbedienza è dovuta come atto di rispetto.

La nonna e quel suo muoversi esperta tra figli e animali, pronta a placare le ire del marito.

Latte, formaggi, pane, tutto veniva prodotto in casa in una routine che affidava ad ognuno un compito nella rassegnata condivisione dell’oggi.

“Il bin scandiva il tuo tempo di bambina come e più del mutare della luce: è un ricordo unico, immenso, che sono cento o mille ricordi insieme.”

La preghiera è un rito e non importa se non se ne comprende il senso.

Poche le domande di fronte al Dio che hanno descritto come Onnipresente.

C’è fiducia negli adulti anche quando qualcosa non quadra, a loro è affidato il compito di educare e guidare.

Non una resa ma la certezza che verrà senza fretta il momento di volare in autonomia.

“La scuola ti piaceva e ti riusciva bene, anche se mischiavi le espressioni in dialetto con quelle italiane e avevi sempre paura della brutta figura.”

Le recite e il sangue che segna un passaggio, il primo appuntamento e le grandi delusioni mentre gli anni sessanta “cambiano i desideri e le paure”.

“Quel che è certo è che non avevi molto tempo per pensare, per guardarti vivere.”

Prima figlia, poi madre, questa la sorte di tante donne e nel rivederne i passi a volte stentati altre volte decisi si ha un moto di tenerezza.

Moglie che non può lasciare l’uomo di una vita per quel patto non scritto che si chiama rispetto, coraggiosa combattente di una guerra personale dove non ci sono eserciti amici.

Giuliana Zeppegno esordisce con un romanzo luminoso, pacato, bilanciato nello stile, essenziale nella forma.

Ci restituisce la memoria delle nostre madri, zie, nonne e non ne edulcora i contorni.

Vuole ricucire presente e passato, donare il suo fiore a tutte coloro che ci hanno preceduto e che continuano a sorriderci e ad incitarci ad andare avanti.