“Mariana” André Aciman Guanda Editore

 

“Ancora ignoravo quale fosse l’origine del dolore.

Non sapevo cosa farci, non sapevo in che modo calmarlo o metterlo da parte, come quando qualcuno suona il campanello all’improvviso e infili i vestiti sotto un cuscino del divano in salotto.

Impossibile anche eliminarlo mediante una spiegazione razionale.

Il dolore era lì, intenso, grossolano e non negoziabile, al pari di un lottatore di sumo seduto su un bambino.

Odiavo me stessa, non solo perché sentivo di non essere abbastanza per te, ma anche perché non riuscivo a sbarazzarmi del peso della gelosia.”

“Mariana”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Valeria Bastia, è un lungo monologo viscerale e tragico.

Vi si annidano sentimenti contrastanti, spade che trafiggono la carne.

Quella carne che brama e desidera, che vuole essere usata per riconoscersi.

Quel cuore che ha perso il battito normale e disperatamente cerca le ragioni della sua sofferenza.

Una storia che finisce così come è cominciata, senza impegno, senza promesse.

È l’eros che esplode in una ricerca di libertà fittizia.

E quando il castello di carta cede, la personalità si sgretola e vaga sperduta nei luoghi del prima.

Si riesumano ricordi che hanno il sapore stantio dell’abbandono già annunciato.

Ci si sente colpevole di non aver saputo costruire stabilità.

André Aciman mette in scena lo spaccato esistenziale di molte donne che da vittime assumono il ruolo di inadatte, inadeguate, vinte.

Riesce a ricostruire l’urlo di disperazione che niente ha a che vedere con la fine di una relazione.

Mostra il condizionamento operato da una società che vuole amanti, mogli, madri.

Racconta la fragilità che potrebbe essere scambiata per ossessione.

È la perdita del sè ciò che devasta la protagonista.

“Non riesco a voltare pagina, pur sapendo che dovrei, e oltretutto vorrei.”

Quel “volere” impossibile da raggiungere perchè si sono costruiti dei confini invalicabili.

Come uscirne?

La scrittura diventa l’unica possibile difesa ma le parole sono lanugine che si disperde, lacrime mai versate, rabbia trattenuta.

Una lezione che nella postfazione riesce a rendere nitido il cammino intrapreso dallo scrittore.

“Alla fine ci resta solo quello, noi stessi, benché un po’ diversi rispetto a quelli che eravamo prima di credere di avere incontrato qualcuno che ci avrebbe liberati dalla nostra solitudine e portati a pensare di essere ben altro che un semplice ospite di passaggio al banchetto dell’amore.