“La mia fuga da Kabul” Asmā Neri Pozza

 

Giorno zero, il nastro di un progresso lentamente conquistato si riannoda su se stesso.

Sono tornati con i loro sguardi truci a far scendere la notte sui cieli dell’Afghanistan.

Il cielo si colora di lampi mentre gli spari suonano come campane a morte.

Abbiamo assistito sgomenti alle immagini che arrivavano nelle nostre case.

Inconcepibile per noi occidentali la perdita della libertà, terribile l’idea che una terra possa diventare deserto dove muore la speranza.

Il tempo è passato e, presi dalla frenesia del nostro ingombro presente, abbiamo cancellato ciò che era successo.

Neri Pozza ci regala una testimonianza che fa tornare la memoria imponendo una riflessione profonda.

Chi siamo noi, fragili pupazzi nello scacchiere internazionale?

Cosa ne sarà dei bambini, delle donne, degli uomini che sono costretti a convivere con le terribili leggi dei talebani?

Dopo aver letto “La mia fuga da Kabul”, curato da Pier Luigi Vercesi, sentiamo di essere stati complici di un silenzio assordante.

Il diario di Asmā ci fa sentire vicini a questa giovane che con pacatezza racconta la sua esperienza.

Nata in Pakistan a quattro anni torna a Kabul insieme alla famiglia.

Crede nelle tradizioni del suo popolo ma non rinuncia a studiare.

Sta per partire per un master in Italia insieme al fidanzato quando “il mondo le crolla addosso.”

“Ho capito che l’Afghanistan, per me, è come una madre e la sua gente una famiglia.”

L’inica salvezza prevede la fuga da una città irriconoscibile.

Il sottotitolo del libro è “Diario dei cinque giorni che mi hanno ridato la libertà”.

Bisogna tentare di salire su un aereo che la porterà via grazie all’aiuto di in insegnante italiano.

La narrazione riporta la verità di quei tragici giorni, il terrore e il senso di precarietà.

Le foto che accompagnano il testo mostrano una folla di disperati che cercano di salvarsi mentre gli invasori mostrano ancora una volta la loro ferocia.

Le descrizioni hanno una forte carica emotiva e sono impreziosite dalle riflessioni molto mature di chi sa che sta facendo un passo decisivo.

Lasciare i genitori significa sradicare una parte di sè, accettare la resa.

Le cene e i piatti tipici, le attenzioni per l’ospite, le feste di fidanzamento e le promesse prima del matrimonio: entreremo in punta di piedi all’interno di una cultura antica.

Sentiremo il calore di una comunità che ha sempre sognato la pace.

Quando l’aereo finalmente si mette in moto restano le lacrime a sciogliere quel grumo di emozioni inespresse.

I versi del poeta Sulaiman Layeq sono un invito a non lasciarsi sopraffare mai dalla disperazione.

Da leggere per non dimenticare.