“Stalingrado” Vasilij Grossman Adelphi Editore

 

Ci sono libri che arrivano nel momento giusto lasciando spiazzati.

Riescono a rispondere alle domande che la contemporaneità impone.

Pur essendo ambientati in un tempo altro visualizzano con lucidità il presente, lo analizzano frammentandolo.

Offrono una visione rallentata degli eventi, diventano specchio utile per chi vuole capire.

È quello che succede con “Stalingrado”, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto da Claudia Zonghetti.

Non sono mancate le brillanti recensioni che hanno saputo cogliere la magnificenza del testo.

La prima avvertenza è quella di lasciarsi condurre seguendo il flusso linguistico senza cercare di affrettare la lettura.

Ogni passaggio va meditato, riletto, sottolineato.

Perchè è la storia di un popolo e sentiamo che ci appartiene.

È la rappresentazione di sensazioni, emozioni, sentimenti.

È la solitudine di fronte a qualcosa che sfugge alla comprensione.

È la voce della coscienza che grazie alle arti affabbulatorie di Vasilij Grossman diventa collettiva.

È lo spaesamento di fronte alla guerra, la paura di abbandonare la certezza di una casa.

È il sangue e il dolore, il freddo e il tormento.

Sentiamo che “il campagnolo Vavilov” è un simbolo, pietra che resta sul cammino a ricordarci chi paga quando i potenti prendono strade che porteranno alla rovina.

“Allo scoppio della guerra con la Germania nazista, ovunque – in città grandi e piccole, nelle fabbriche, in campagna, sui fiumi e sui mari – la gente aveva capito una cosa: la fatica sarebbe stata grande, perché i tedeschi erano un popolo forte e pugnace e la Germania un paese forte e ricco.”

Lo scrittore riscatta la massa, ne mostra il pensiero e le preoccupazioni.

Ricorda che è compito del popolo, di quel popolo dimentato nelle storiografie ufficiali di essere in prima fila.

A pagare e a scontare le strategie imperialiste.

La scrittura ha un andamento ondulatorio, come se l’autore si concedesse delle pause.

Un pregio perché è frutto di una sofferenza.

È la necessità di riappropriarsi di una terra, di radici, del prima.

È l’urlo di chi vuole andare a fondo, vivere la battaglia, sentirne la follia.

Fumo, boati, esplosioni: una parola che esplode attraverso immagini tanto veritiere da squarciare il cuore.

“È nella sventura che scopri gli amici,

e non quando insieme si ride felici;

se lacrime e pene arrivano, ahimé,

l’amico è quello che piange con te.”

Una frase che, insieme ad altre, sottolinea il valore morale della letteratura.

Che deve istruire, cambiare, educare.

Deve aprire gli occhi su vecchie e nuove dittature, su deliri di onnipotenza negli scenari internazionali.

Un affresco di una bellezza interiore fulminante, un viaggio all’interno di noi stessi.

Per imparare a difendere la libertà e la democrazia.

A resistere nella certezza che la vita si spegne ma restano le nostre orme.

La postfazione di Robert Chandler è dedicata a tutti coloro che vogliono cimentarsi nell’analisi di un’opera.

Le acque del fiume e l’impetuoso affluire di ricordi mentre ci si accorge che non esiste la parola fine.

Altra meravigliosa dote di Grossman.

Sta a noi scegliere come attuare e rendere contemporaneo il finale.