“Gli invisibili” Roy Jacobsen Iperborea

 

“Nessuno può lasciare un’isola, un’isola è un cosmo in miniatura, dove le stelle dormono nell’erba sotto la neve.”

Vorremmo abitare a Barrøy, respirarne la maestosa bellezza.

Imparare ad essere fuori dal tempo e dallo spazio.

Sentire il fragore delle onde, il canto del vento.

Dimenticare la civiltà e i suoi rumori.

Diventare parte della famiglia che prende il nome dell’isola.

Sedersi sul bordo di una barca e nel volto dell’anziano Martin leggere le antiche leggi della resistenza.

Raccogliere insieme al capofamiglia Hans gli oggetti che arrivano dal mare, trasportati dalle correnti.

Osservare insieme a Maria l’orizzonte infinito e provare nostalgia per un prima che abbiamo abbandonato.

“Maria… è la filosofa dell’isola, la donna dallo sguardo obliquo, perché viene da un’altra isola e ha qualcosa con cui fare paragoni, la si può chiamare esperienza, perfino saggezza.”

Cercare di comprendere l’universo isolato di Barbro, provare a penetrare in una mente che scalpita e forse sogna la terraferma.

Pochi i personaggi che animano “Gli invisibili”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Maria Valeria D’Avino.

Elemento innovativo per la prima parte di una saga che ci permette di godere a pieno della trama.

Pescatori e contadini, abituati al lavoro manuale, in sinergia con la Natura.

Il tempo è scandito dalle stagioni che regalano paesaggi indimenticabili.

A reggere la narrazione una bambina, Ingrid, che vedremo crescere e diventare donna.

Sarà lei frequentando la scuola a vivere il conflitto tra ciò che ha e ciò che potrebbe avere.

La forza del romanzo è racchiusa nella dicotomia tra restare e andarsene e in questa ambivalenza si sviluppa la tematica principale.

Essere isolani significa guardare attraverso un filtro, sentirsi parte inscindibile di quel lembo di terra, essere investiti da qualcosa di mistico.

Andarsene significa sperimentare il proprio Altrove, deludere gli avi, tradire.

Questi sentimenti che dilaniano sono narrati con una scrittura da brivido.

C’è tanta poesia e pace anche quando la morte arriva con il suo passo pesante.

È il gioco dell’esistenza e la perdita deve essere nuovo inizio, chiamata a raccolta chi resta per continuare l’opera e i progetti di chi non c’è più.

Roy Jacobsen ci regala un piccolo paradiso, ci fa sognare e commuovere.

Non sceglie un finale chiuso perchè altre evoluzioni letterarie ci aspettano.

Ci invita a pensare che invisibili siamo tutti, soli anche se immersi nella contemporaneità.

Silenziosi perché troppe sono le parole senza senso che ci circondano.

Desiderosi di entrare in sintonia con il Creato, pronti a scivolare sul ghiaccio e sorridere tornando ragazzini.

Una cosa è certa:

“Basta un’ora o due perché il sole spazzi via la nebbia.”