“L’incanto fonico” Mariangela Gualtieri Einaudi Editore

 

“Ora che la lingua viene così mortificata, e le nostre vite sembrano sempre più ingabbiate, la poesia è senza dubbio la rivolta più alta, la migliore alleata, e ha bisogno di tutte le sue potenze.

È nell’oralità che essa vive in pienezza.”

“L’incanto fonico”, pubblicato da Einaudi Editore, nasce come narrazione del lungo percorso culturale di Mariangela Gualtieri che nel teatro è approdata e grazie a maestri del calibro di Cesare Ronconi e Carmelo Bene ha imparato “la poetica dell’oralità”.

Il testo è invito a sperimentare questa forma espressiva, a fare del verso il nostro lasciapassare per entrare nell’universo della comunicazione.

Il sottotitolo, “L’arte di dire la poesia” è molto esplicito e ci permette di riflettere sul valore dell’oralità.

Reimpiarare a gestire la parola, a sentirne il suono e l’armonia, a inglobarla nel nostro linguaggio quotidiano.

Nel tempo in cui i social e la frenesia del presente ci hanno allontanato dalla purezza del fonema l’autrice lancia la sua sfida.

“È vero, manca una poetica generale dell’oralità, e qui io cerco di portare il mio contributo non già come teorica, linguista o antropologa della parola, quanto piuttosto come musicista che ha abitato questa terra felice che è il mondo orale aurale.”

La mia impressione è che la poetessa sia linguista, antropologa e sociologa.

Nel percorso che faremo entreremo in contatto con le tecniche respiratorie, con le pause, con le vibrazioni.

Torneremo indietro ed evocheremo le nostre nonne che pur senza istruzione riuscivano a trasmetterci attraverso i pochi versi che ricordavano il sentimento.

Era un modo per tenere viva la memoria, per abbeverare le radici tramandate dagli avi.

“Parola e silenzio

Sponde che fanno fiume

Abbagliante di poesia

In mezzo acqua turbinante

Spaventosa

Abissale acqua gelata.

Potente pericolosa molto

Acqua.”

Quell’acqua che ci ha trascinato nel mare aperto dell’incomunicabilità, che ha avvelenato i pozzi della nostra creatività.

Il verbo e il silenzio: il mistero racchiuso in questo perfetta e impenetrabile dualismo.

“Lingua madre come feto nell’accogliente utero”, ritorno alla nascita o forse alla rinascita.

Accogliere e resistere, farsi ritmo e timbro, proteggersi dall’impoverimento lessicale, comprendere, abbracciare.

“Sue molte potenze.

Esortazione

Illuminazione

Cortocircuiti

Svelamento.

Scioglimento di ghiacci interiori.”

Sintesi accelerata che nella scelta accurata di ogni parola svela la potenza infinita del linguaggio poetico.

In alcuni passaggi la prosa prende il sopravvento ed è calda, avvolgente, ipnotica.

È luce di una scrittura intima, vitale, sperimentale.

È barriera contro ogni battaglia, “colmo respiro dell’adesso.”

Metamorfosi del verbo che si fa canto, rinuncia alla “zavorra di pensieri”,  libertà.

È quello che si prova in compagnia di questo meraviglioso testo.

Ci si sente cantastorie in città mai viste prima, uccelli migratori che fuggono dalla Patria del non detto.

Catartico esercizio per far affiorare la preghiera dell’anima.