“Sono mancato all’affetto dei miei cari” Andrea Vitali Einaudi Editore Stile Libero

 

“Ma non è che ero una bestia, solo che la vita è dura e tante volte per certe cose manca il tempo.

Avevo anch’io le mie belle emozioni però non mi sembrava il caso di andare in giro a dirle ai quattro venti.”

“Sono mancato all’affetto dei miei cari”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, insegna che bisogna imparare a conoscere gli altri.

Ascoltarli, percepire i pensieri più intimi, osservare senza esprimere giudizi avventati.

Il protagonista è un uomo tutto d’un pezzo, si è sacrificato giorno dopo giorno e il negozio di ferramenta è il suo regno e la sua conquista.

Tra viti e bulloni si muove con scioltezza, è il suo mondo.

Non si è concesso mai un giorno di vacanza, un momento di spensieratezza per provvedere ai bisogni della famiglia.

Attraverso un lungo monologo ci presenta i suoi cari.

La moglie, sempre pronta a dire l’ultima parola, l’Alice con il sogno di diventare maestrina, l’Alberto poco portato per lo studio e l’Ercolino chiuso in una bolla tutta sua.

Ha il diritto un povero padre di programmare il futuro dei propri figli?

È questa la convinzione del nostro personaggio.

Vissuto in un’epoca in cui al maschio tocca il compito di dirigere e raddrizzare il carattere, prova ad imporre la propria volontà.

Niente libri per la figlia, sarebbero un’inutile perdita di tempo, un avvenire a bottega per il maggiore dei suoi ragazzi e per il piccolo di casa qualcosa in divenire.

Ma le carte del destino sono bizzare e sanno complicare le esistenze.

Andrea Vitali costruisce una struttura narrativa differente dalle precedenti.

Pur mantenendo l’ambientazione provinciale gioca la carta vincente.

Mostra lo scarto generazionale, la frantumazione della famiglia operaia.

Descrive le discrepanze tra ciò che si desidera e ciò che si avvera.

Ma, elemento molto interessante, mette in scena l’ultimo atto del pater familias.

Si è inceppato il sistema che ha retto per secoli, il patriarcato subisce un tracollo, messo all’angolo dalla “modernità.”

Abbiamo occasione di studiare questa inversione di rotta, percepire pagina dopo pagina quello che sta producendo la contemporaneità.

Sarcastico e molto sincero il testo subisce durante la narrazione una lenta ma inesorabile revisione dello stile.

Questi tre giovani vivono il loro tempo senza regole, imposizioni, obbedienze forzate.

Prendono in mano le loro esistenze senza riuscire ad uscire dal circolo vizioso di un certo tipo di educazione.

Li vediamo incerti, confusi, zoppicanti.

Vogliono libertà e si imbattono in una serie di esperienze complicate e assurde.

Grandiosa la capacità dell’autore di cogliere i punti deboli di ognuno azzeccando con poche frasi le dinamiche relazionali.

Eccellente come sempre il contesto in cui si svolge la commedia e non importa se i luoghi siano sfumati.

Li ricosciamo e sorridiamo.

Ma il nostro è un sorriso amaro.

In questa rappresentazione teatrale dei conflitti generazionali tanta è la solitudine.

Qualcosa si smembra ma il nuovo corpo non ha forma, è embrione di una entità che ci sfugge.

Altra scelta geniale è quella di prepararci ad un finale a sorpresa.

Come?

Leggete il libro e lo capirete.

Tante risate e una sottile amarezza mentre il ritmo sembra una danza che muta e si espande.

Si impara tanto e si comprende che il matrimonio è un’impresa complessa.

Capire che non si può governare tutto e godersi l’attimo.