“Non andartene docile in quella buona notte” Ricardo Menéndez Salmón Marcos y Marcos

 

 

“Le conversazioni importanti non si tengono in tempo.

È una cosa che succede solo nella letteratura o al cinema.

Nella vita reale, nella vita brutale fatta di noia, bollette e declino, nella vita felice fatta di momenti di gioia, del mistero del mare e della bontà di certi uomini e donne, il silenzio è la norma.

Un silenzio educato

Un silenzio castrante

Un silenzio che presto o tardi finiamo per pagare. “

Ricardo Menéndez Salmón riesce a squarciare quel silenzio, a riempire gli spazi del non detto.

È un percorso intimo e doloroso ma necessario.

Rivivere la propria esistenza a rallentatore non è mai facile.

Ci sono eventi rimossi per proteggersi, traumi celati, lacrime pietrificate.

È la morte del padre a scatenare un’impellenza, il bisogno di capire.

Evocare quella figura che si è dissolta come nuvola significa imparare un linguaggio sconosciuto.

“La prima difficoltà che ho incontrato accingendomi a scrivere di mio padre è stata vincere la tentazione di trasformarlo in un personaggio letterario.”

Spogliarsi dagli abiti di scrittore ed essere figlio.

Mettere in un angolo le immagini che la letteratura ha dedicato al padre e raccontare il proprio vissuto.

Papà non più circonciso dalla mistica culturale, uomo nella sua materialità.

Sofferente, affetto da una malattia cardiovascolare; non eroe ma paziente.

Per il bambino significa subire atmosfere pesanti, entrare in contatto troppo presto con la fugacità dell’esistenza, fare i conti con la colpa e con la responsabilità.

“Devo tornare indietro.

Devo sbirciare dallo specchietto retrovisore dei miei undici anni e rastrellare la terra desolata a cui ho accennato prima.

È un obbligo che ho nei confronti dei miei figli.”

“Non andartene docile in quella buona notte”, pubblicato da Marcos y Marcos e tradotto da Claudia Tarolo, può essere letto come diario di chi prova a ritrovarsi.

Ma le connotazioni letterarie e filosofiche sono infinite.

Ci si interroga sulla propria e altrui spiritualità, sulla “innocenza originaria”, sulla relazione tra libero arbitro e libertà autentica.

“La vita di mio padre non contiene lezioni.

Come nessun’altra vita, del resto.

La vita di mio padre è un insieme di fatti, gesti e decisioni suscettibili di interpretazione, discussione e delucidazione, ma che sarebbe temerario giudicare.”

Un testo che commuove e trasforma.

Un invito ad essere clementi con sè stessi, ad abbracciare il proprio passato anche se gravoso.

“Vibra una pace che si consolida e sedimenta dentro di me, nel vuoto immateriale delle parole.”

Vi prego, leggetelo, è un’elegia meravigliosa.