“Pietro il fortunato” Henrik Pontoppidan Fazi Editore

 

Vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1917 Henrik Pontoppidan ha una verve narrativa che niente ha da invidiare ai grandi romanzieri del suo tempo.

Le sue sono pennellate di colore ben dosate capaci di riportarci indietro nel tempo.

Sa descrivere la comunità danese, le gerarchie, i conflitti sociali con un distacco che permette al lettore di osservare dall’esterno e farsi un’idea d’insieme autonoma.

È un piacere godersi le 796 pagine che compongono “Pietro il fortunato”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto brillantemente da Alessandro Storti.

Si entra fin da subito nella storia e ci si sente accolti.

Le atmosfere, la descrizione della famiglia del pastore protestante Johannes Sidenius,  i pendii e i fiordi, l’indolenza del piccolo centro contribuiscono a creare una rassegnata passività.

A tracciare una demarcazione con ciò che lo circonda è il figlio Peter, scalpitante fin da piccolo, oppresso da una povertà subita dai genitori, certamente infastidito dalla mancanza di autorità del padre.

La presenza ingombrante della madre, “anima malcontenta e malinconica, cui la vita infondeva inquietudini e oscure angosce”, amplificano il bisogno di spazi alternativi.

Dopo il diploma sceglie di trasferirsi a Copenhagen con la determinazione e il coraggio di chi ha progetti ambiziosi.

Mentre la trama scorre veloce si resta piacevolmente sorpresi dalle analisi politiche dell’autore.

Pesante è la denuncia all’integralismo danese, interessante la critica ad una concezione cristiana della morte che si dibatte tra paura e angoscia.

La teologia come “retaggio dei padri”, la difficoltà ad essere accettati, il disgusto “per la mondana e gaudente società di cosiddetti signori.”

Quello che colpisce è il lento tarlo che sviluppa una consapevolezza nuova nel protagonista.

Al romanzo di costume si aggiunge una significativa osservazione analitica del presente.

Attenzione particolare ai fragili, ai bambini, ignorati dalla società.

Un finale da fuoriclasse e l’ultima, necessaria cesura con ciò che può ostacolare la libertà interiore.

Un monito da rileggere con calma:

“La nostra vita e quella delle nazioni non va costruita su questi elementi accidentali e individuali, ma su ciò che ci accomuna come esseri umani.”