“Una volta l’Argentina” Andrés Neuman SUR

 

“Fanno male quando tornano?

O cominciano a guarire al ritorno, e a quel punto scopriamo che fanno male da tanto, i ricordi?

Viaggiamo al loro interno.

Siamo i loro passeggeri.”

Un incipit che sottolinea il valore della memoria, la necessità di trasformare in scrittura ciò potrebbe disperdersi nei cieli affollati dell’oblio.

Un viaggio a ritroso in compagnia di nonna Blanca e della sua lettera con le lettere sbilenche.

La vita di più generazioni e di un Paese, episodi che hanno insanguinato la storia e piccoli aneddoti familiari.

Il bambino e l’adulto, i nonni e il padre, le figure femminili, i ricordi di scuola, la migrazione dei bisnonni, le strade e le case che hanno fatto parte integrante della crescita.

“Una volta l’Argentina”, pubblicato da SUR e tradotto da Silvia Sichel, è un monumento dove ogni pietra sa farci assaporare una storia.

Una costruzione che si dipana da un centro e si allarga e si allunga creando un romanzo epocale.

Mantenendo la compattezza del racconto ogni capitolo ha una sua autonomia, un timbro, un’intonazione differente.

Non viene rispettata una cronologia perché la vera letteratura deve essere malleabile, immensa, penetrante e senza ostacoli.

“È vero?

È falso?

Non sono queste le domande.”

È la filosofia di chi conosce il misterioso incontro tra finzione e realtà e può permettersi di intrecciare, mescolare, confondere.

Sarà il lettore a divertirsi nel dipanare i fili colorati di questa splendida tela.

“In quegli anni, era terribile anche quando non accadeva nulla.

Era come un vuoto che indicava un’altra parte.”

Frasi brevi, essenziali perché la violenza va circoscritta senza enfasi per essere credibile.

Franca, sedicenne, scomparsa nel nulla: una delle tante vittime del regime.

E cala il silenzio come una nebbia, bisogna andare avanti e sopravvivere.

“Scrivere e leggere è un modo di agire.”

Andrés Neuman usa l’arma più potente e lo fa con l’obiettivo di ridare dignità alla parola.

Il suo romanzo è un inno alla libertà di espressione.

È la consapevolezza che ogni essere umano ha un suo vissuto che va rispettato e preservato, che per liberarsi dai fantasmi del passato bisogna esorcizzare il silenzio.

Quel sommesso parlare con coloro che non ci sono più è il più grande atto d’amore, è la consacrazione di una appartenenza che la morte non potrà intaccare.

C’è tanto di autobiografico e di intimo sempre modulato dalla voce della coscienza.

Quella coscienza che invita a non essere narcisisti, ma a considerarsi parte di un disegno più ampio.

E la poesia che entra come un vortice leggero.

“La spiaggia è uno spazio di desideri, ma soprattutto il teatro di cose che non avvengono: amori congetturali, corpi inaccessibili, piedi altrui.

La spiaggia ha un che di pagina vuota dove tutto sta per essere raccontato.”

Un viaggio affettivo, una vacanza indimenticabile nei meandri finalmente spalancati del Novecento.