“Il corpo della femmina” Veronica Pacini Fandango Editore

 

“Sentivo la mente rinunciare, abbandonarsi, e in quella deriva il buio si gonfiava e affioravano ricordi inabissati.”

Può la mente governare il corpo?

Renderlo inerte come un albero sradicato.

Ammansirlo, trasformarlo e dimenticarlo.

“Il corpo della femmina”, pubblicato da Fandango Editore, è sperimentazione che non segue una logica.

Diario di un percorso ad ostacoli.

Consapevolezza che quel corpo può essere limite e intoppo.

Si impara da bambine quanto ogni tua fibra sia desiderata, frantumata, devastata.

Dallo sguardo penetrante di un compagno di giochi alla violenza subita da un familiare.

Che sia sorella o madre poco importa, tanti sono i modi per farti sentire l’ingombro della carne.

Provare a farsi accettare sapendo di non essere adeguati, vivere il sesso come una consegna obbligatoria.

Offrirsi e negarsi, esplorarsi e sentire dolore.

E il dolore è prova che esisti ma anche necessità di perdersi.

Espiare una colpa che non ha nome.

Cercare in Dio le risposte, affidarsi ad un misticismo che purifichi.

E ancora inventare strategie per essere invulnerabile.

Ma il nemico non è solo nelle strade, è qualcosa che rode dentro.

“Le madri sottraggono le forme della nebbia, infrangono la quiescenza e inquinano il silenzio.

Promettono di offrirci il mondo nello stadio che ritengono più evoluto, quello della separazione, dell’individuazione, dei nomi.”

La madre come “brodo primordiale del suono che a poco a poco decanta e fa affiorare le parole.”

Prima causa di una separazione che si ripeterà all’infinito.

Veronica Pacini ha una scrittura affilata, a tratta tragica, impreziosita da una lingua composita, studiata e non affidata al caso.

Descrive il vortice del desiderio e il suo contrario, la vergogna che fa sentire distanti e soli, la paura di abbandonarsi all’amore.

Spazzi di piacere e poi il vuoto e l’assenza.

La percezione delle cose finite, spente, come voci lontane che si sovrappongono.

Qualcuno resta ed è figura ricorrente: un lampo di luce e “finalmente eccolo, il giorno, quel chiarore.”

Un esordio letterario sbalorditivo con note alte e note bassissime.

Diario impietoso del viaggio di una donna all’interno di se stessa.