“Zero” Pedro Salinas Interno Poesia

 

“Mondo felice?

Vite, trame,

Che si intessono, si stessono,

Farfalle, uomini, tigri,

Che s’amano, poi non s’amano più?

No, geometrie. Astratti

Colori senza abitanti,

Finte cartine di atlanti.”

Il dolore si fa lamento.

Urlo a quel mondo che non distingue più le forme.

Colori cupi e la finzione di un’esistenza vuota di valori.

Immagini di un prima che si scolorisce tra batuffoli di ricordi.

Innocenza perduta mentre “il disastro avanzava.”

Il futuro è visione di rovine, il bacio una chimerica promessa che resta desiderio.

Pedro Salinas canta l’imperfezione della Storia con voce chiara, dura, intransigente.

Si fa testimone di un tempo che si slabra perdendo l’estasi suprema.

“Perfezione intravista, ma mai nostra!

Immagini chinate su uno specchio

Che non riflette la loro bellezza!”

Il vuoto si fa presenza che volteggia, illude e non dà tregua.

Il mito si dissolve, restano ceneri e braci.

La materia è fragile, il corpo esile confine.

“Zero”, pubblicato da Interno Poesia, curato da Lia Ogno, ci permette di conoscere l’evoluzione stilistica del poeta.

Nell’accelerazione di alcuni versi, nell’armonia del suono, nella composizione delle frasi si sente uno spasmo di infinita sofferenza.

Il ritorno ad una regressione è di una attualità sconvolgente, è anticipazione della distruzione e della furia dell’uomo.

“Tra quei detriti cerco io i miei morti:

Sono invisibili e questo più mi duole.

Non li vede nessuno; sono forme

Mozze; erano prodigi, singolari,

Che, sconfitti, tornano alla pietra.”

Questa è la guerra, annullamento e oblio.

È compito di chi scrive essere testimone e in questa raccolta poetica dobbiamo cercare quello che resta, ciò che si può salvare.

Torneranno a fiorire i fiori, i tramonti e le albe contineranno a succedersi in un equilibrio che nessuno può distruggere.

Ognuno dovrà approdare “in quella baia, celeste e sicura, quella che sta, in salvo, dietro al tempo.”

Forti le influenze della cultura classica e la pietra, più volte citata, resta come superstite a ricordarci che si può ricostruire.