“Campo di pietra” Tove Jansson Iperborea

 

“Ogni tanto penso che non ci sia niente di più pericoloso delle parole che ci spargiamo intorno.

Le azioni sono in un certo senso più pure, provocano un cambiamento,  nel bene e nel male, qualcosa di concreto di cui si è responsabili e che si può giudicare.”

La filosofia del linguaggio che può diventare arma affilata, ferire, uccidere e poi fuggire lontano.

La vulnerabilità del logos che non lascia traccia e si disperde nel caos di suoni senza senso.

La mancanza di attenzione per il parlato sempre più volgare, impoverito, incapace di regalare emozioni.

“Campo di pietra”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Carmen Giorgetti Cima, ci riporta alla purezza del fonema, alla bellezza della forma e del contenuto.

Ad accompagnarci in questo viaggio che a tratti diventa provocatorio è un giornalista in pensione.

Jonas si è allontanato dalla famiglia, oppresso da rituali che non sente suoi.

Il pranzo la domenica, i centrini e i pizzi, le soffocanti e ingombranti chiacchiere per riempire il silenzio rappresentano un sistema stantio, poco incline alla vera comunicazione.

Ad ossessionarlo l’incarico di scrivere la biografia di un personaggio che detesta perché attraverso l’eloquio ha costruito un impero economico.

Sollecitato dalle figlie decide di passare un periodo in una delle isole Åland.

Assistiamo ad una lenta metamorfosi dell’uomo spigoloso e solitario.

È una brezza leggera che attraversa la mente, purifica i pensieri, ristabilisce un equilibrio tra azione e riflessione.

“Non si può far sparire quello che è corrotto, ogni fallimento è indistruttibile.”

Tove Jansson rappresenta colui che ad ogni costo vuole conoscere e capire.

Essere incorruttibile, scevro da passioni, integerrimo protettore del linguaggio.

Perché è quello che ci definisce umani, ci innalza e ci esalta.

C’è una traccia autobiografica nella scelta del mestiere del protagonista.

È l’ansia della perfezione, della modulazione narrativa secondo precisi canoni estetici.

Contemporaneamente si sente il bisogno di “semplificare”, rendere palese ciò che è oscuro.

“Dovrei parlare .. per tutti coloro che non osano o non possono, dovrei essere la voce che grida nel deserto, forse è questo il mio compito.

Non so.”

Una domanda che ci incita ad una risposta e ci pone in una posizione difensiva.

Quella assunta da tutti coloro che hanno circondato Jonas.

Ed ecco che la trama si ribalta e nell’osservare con più attenzione gli altri personaggi ci si accorge che sono state ombre pronte a celarsi per non invadere un territorio sconosciuto.

Un romanzo bellissimo sull’incomunicabilità, sul destino della scrittura, sui nebulosi e falsi costrutti letterari.

Nella postfazione Anna – Lena Laurén sottolinea quanto la narrativa sia “una forma d’arte spietata e senza compromessi.”

Tove Jansson in tutte le sue opere non ha mai ceduto a comodi accomodamenti, ha accettato la sfida ed è risultato vincente.

Gli siamo grati perché ancora una volta ci ricorda il valore della scrittura.