La scrittura di Viola Di Grado è estrema e bellissima.

Ogni suo libro trafigge e ammalia.

Porta dove tutto è reale, tragico e poetico.

Esplora i sentimenti che si trasformano in graffi.

Racconta l’abbandono non come sconfitta ma come consapevolezza che bisogna cavarsela da soli.

Crea atmosfere esotiche e misteriose, fascinose e inquietanti.

Descrive la relazione nella sua complessità, simbiotica e al contempo soffocante.

Si spinge ad attraversare l’amore assoluto, quello che non conosce limiti.

Spasmodico, intimo, completo.

La sua ultima opera già nel titolo contiene gli elementi di una ricerca che non si fermerà davanti agli ostacoli.

“Fame blu”, pubblicato da La Nave di Teseo, mostra una maturità stilistica e concettuale.

Ruota intorno alla perdita e alla ricomposizione del sè.

La morte del gemello è un duro colpo per la protagonista.

C’è un famelico bisogno di chiudere un cerchio, di comprendere i sogni del fratello.

Il trasferimento a Shanghai diventa indispensabile traccia per riagganciare i nodi irrisolti.

“Ex fabbriche tessili e macelli anni Trenta, luoghi pieni di logica e di abbandono, architetture algide e ferrose, luce autunnale alla deriva su filari di lamiere in disuso.”

Le parole hanno peso e consistenza, gli aggettivi rotolano come massi, le immagini sono spietate.

Anticipazione di qualcosa che sta per accadere e incendierà la trama.

L’incontro con Xu è la rivisitazione in bianco e nero dei propri traumi.

È la distanza tra l’affettività e il possesso.

La straniante meraviglia del corpo dell’altra e il veleno che si instilla goccia a goccia.

“L’amore non dovrebbe procurare cicatrici insensibili, più lucide e dure della pelle.”

In un tempo guasto, in un luogo metallico e distante si celebra l’ultimo atto di una lotta che lascia senza parole.

Colpiscono i riferimenti alla bellezza dell’arte.

È come se si volesse restaurare l’anima, ritrovare l’equilibrio.

Un romanzo da leggere come il canto di chi prova a non affondare.