Citazioni tratte da “La biblioteca di mezzanotte” Matt Haig Edizioni e/o

 

 

Non puoi combattere per sempre

Devi essere come tutti gli altri

Se la tua vita non funziona

Sei tu a doverti chiedere perché

 

Ricordi quando eravamo giovani

Senza paure per il futuro

O rimpianti per il passato

E noi eravamo soltanto Noi

E il tempo era solo Adesso

E noi eravamo Vita

A nostro agio

Come avvolti in un soffice maglione

Perché il tempo era nostro

Il tempo per respirare

Il momento è duro

Ma la vita non può finire

Se non è ancora cominciata

 

Il lago scintilla e l’acqua è fredda

Tutto quel bagliore può trasformarsi in oro

Fermate la musica per affinare la melodia

Basta sorrisi falsi e urlate alla luna Urlate, nella notte Urlate, fino al mattino

Urlate, tocca a voi combattere ora.

Citazioni tratte da “La carezza” Elena Loewenthal La Nave di Teseo

 

 

Incontrare qualcuno, scoprire un’affinità, una intesa immediata che tiene fuori tutto il resto del mondo. E la gioia della complicità, pure.

Sbalordimento. Spensieratezza.

Tutto senza neanche un pensiero, solo vita.

 

Quasi fossero, Lea e Pietro, dentro un sogno, uno di quei sogni fatti tutti di colori e movimento, un sogno pieno di stupore e allegria, di scoperta della complicità

 

C’è qualcosa che fa combaciare i loro desideri, l’impulso a dirsi di sì senza pensarci neanche un secondo, come se il “no” e il “forse” e il “perché mai” non esistessero, nel loro vocabolario dell’amore, nella allegria spensierata della loro intimità.

 

E loro due sono un vuoto e un pieno perfetto: combaciano sempre.

Sono la frase che colma la lacuna, la presenza che cancella l’assenza. Sono l’istante in cui tutto comincia: fuori dal tempo, prima del mondo.

 

Ogni testo va letto come in un negativo fotografico: la luce è in quello che c’è, il buio in quello che non c’è. Che manca.

Nel silenzio della parola.

Nella nostalgia dell’assenza.

 

Tu sei il mio luogo, uno dei pochi che sento miei.

Citazioni tratte da “Il ghetto interiore” Santiago H. Amigorena Neri Pozza

 

 

 

Da qualche tempo faceva fatica a partecipare a quelle interminabili conversazioni che, partendo dal loro passato o dalle loro famiglie, li conducevano sempre sullo sdrucciolevole terreno politico degli sviluppi della situazione in Europa.

 

Che disperazione per una madre non avere notizie di suo figlio!».

 

Rosita e Vicente erano molto diversi, ma in una cosa si assomigliavano tantissimo: un’incerta fragilità, pallida e silenziosa, che tradiva il fatto di essere stati molto amati da piccoli.

 

Come mai a volte parliamo di noi stessi con la certezza di essere un’unica cosa, semplice, fissa, immutabile, una cosa che possiamo conoscere e definire con un’unica parola?”.

 

Allontanarsi da sua madre, nel 1928, era stato un tale sollievo – essere lontano da lei, oggi, era una tale tortura.

 

I nazisti non gli avevano dimostrato che a definirlo era un’unica cosa: essere ebreo.

 

Una delle cose piú terribili dell’antisemitismo è non permettere a certi uomini e certe donne di smettere di pensarsi come ebrei, è confinarli al di là del loro volere in quell’identità, è decidere, definitivamente, chi sono.

 

Nel 1941 essere ebreo era diventata una definizione di sé che escludeva tutte le altre, un’identità unica: quella che classificava milioni di esseri umani, e che doveva, anche, annientarli.

 

E camminava, e pensava, e di nuovo tutte le parole gli diventavano insopportabili.

 

il crudo orrore di certi fatti permette sempre, in un primo tempo, di ignorarli.