Incipit scelto da @CasaLettori: “La tua assenza è tenebra” Jón Kalman Stefánsson Iperborea

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Titolo: “La tua assenza è tenebra”             

Autore: Jón Kalman Stefánsson

Casa Editrice: Iperborea

Collana: Gli Iperborei

Anno di pubblicazione: 2022

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“Le cose davvero importanti ti lasciano addosso un segno indelebile, sentimenti profondi, esperienze difficili, traumi, felicità intensa; dolori o violenze che colpiscono la società o il tuo mondo possono penetrarti dentro a una profondità tale da inscriversi nei geni, che poi li tramandano di generazione in generazione, forgiando così chi ancora non è nato.

È una legge di natura.

I geni trasportano le sensazioni, i ricordi, le esperienze e i traumi da una vita all’altra, e in questo modo alcuni di noi esistono ben oltre la loro dipartita, ben dopo essere stati dimenticati del tutto. Il passato, pertanto, ce lo portiamo costantemente dentro.

È un continente invisibile, misterioso, che talvolta si lascia percepire tra il sonno e la veglia. Un continente con rilievi montuosi e distese marine che influiscono in maniera stabile sul clima e sulle variazioni di luce che abbiamo in noi.

È sempre possibile trovare qualche conforto Forse me lo sono sognato.

Sono seduto in prima fila sulla panca di una fredda chiesa di campagna; la quiete profonda all’esterno è rotta solo da qualche belato e dal lontano stridore delle sterne, le finestre dell’edificio incorniciano il cielo azzurro, il mare, una striscia di prato verde, la montagna quasi brulla.

Spero che sia un sogno perché non ho alcun ricordo di me, non so nemmeno chi sono né come mai mi trovo qui, non so… … ma non sono da solo in chiesa.

Mi volto per dare uno sguardo alle mie spalle e vedo un uomo seduto a un’estremità dell’ultima panca, accanto a un’asta di bandiera fatta di un legno segnato dalle intemperie, appoggiata di traverso su cinque file di panche.

Magro, direi di mezza età, il volto scavato, una calvizie incipiente, rughe evidenti sulla fronte.

E mi osserva con uno sguardo sardonico.

Forse sono morto.

Che sia così che succede?

Tutto si spegne, l’essere si prosciuga, e ti risvegli in una piccola chiesa con il diavolo seduto qualche fila dietro di te, che è venuto per reclamare la tua anima.”

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Incipit scelto da @CasaLettori: “Piccole cose da nulla” Claire Keegan Einaudi Editore Stile Libero

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Titolo:  “Piccole cose da nulla”   

Autore: Claire Keegan 

Casa Editrice: Einaudi Editore 

Collana: Stile Libero 

Anno di pubblicazione: 2022

Incipit

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“In ottobre gli alberi erano gialli.

Poi gli orologi tornavano un’ora indietro e arrivavano i venti di novembre, soffiavano senza sosta e spogliavano i rami.

Nella cittadina di New Ross i camini buttavano fumo, che svaniva dileguandosi in lunghi fili lanuginosi prima di disperdersi sulle banchine, e ben presto il fiume Barrow, scuro come birra, si gonfiava di pioggia.

Perlopiú la gente sopportava il maltempo, scontenta: bottegai e artigiani, uomini e donne alle poste e in coda per la disoccupazione, al mercato, al caffè e al supermercato, alla sala bingo, nei pub e in friggitoria non facevano che parlare, ciascuno a modo suo, del freddo e di quanto era piovuto, domandandosi se fosse normale – perché non era mica una cosa normale, eh? – e comunque non ci si credeva, ecco un’altra giornata di freddo barbino, l’ennesima. I bambini si tiravano il cappuccio sulla testa prima di affrontare il percorso fino a scuola, mentre le madri, che ormai ci avevano fatto il callo a correre a testa bassa alla corda del bucato, ammesso che ancora osassero stendere fuori, nemmeno ci speravano di avere anche solo una camicia asciutta prima di sera.

E poi scendeva la notte e ancora una volta gelava, e lame di freddo si infilavano sotto le porte tagliando le gambe a chi ancora si inginocchiava a recitare il rosario.

Nel suo deposito, Bill Furlong, il commerciante di carbone e legname, si fregava le mani, dicendo che se andava avanti cosí presto avrebbero dovuto cambiare le gomme al camion. – Fa avanti e indietro tutto il giorno, – disse ai suoi uomini. – C’è il caso che tra un po’ ce le ritroviamo consumate fino ai cerchioni.

Ed era vero: un cliente non faceva in tempo a uscire dal deposito che subito ne arrivava fresco fresco un altro, oppure suonava il telefono, e quasi tutti volevano una consegna rapida se non immediata, e no, non andava bene la settimana dopo. Furlong vendeva carbone, torba, antracite, carbonella e legna.

I clienti ne ordinavano un quintale, mezzo quintale, una tonnellata o un’intera camionata. Vendeva anche formelle di torba imballate, legna minuta e bombole a gas. Peggio di tutto era il carbone, e in inverno toccava andare a ritirarlo sulle banchine una volta al mese. Gli uomini ci mettevano due giorni pieni per caricarlo, trasportarlo e, una volta tornati al deposito, smistarlo e pesarlo tutto.

Nel frattempo i battellieri polacchi e russi, che se ne andavano in giro per la città con i loro berretti di pelo e i loro cappottoni abbottonati, senza quasi spiccicare una parola in inglese, erano una bella novità. In quei periodi di intenso lavoro, era Furlong a fare quasi tutte le consegne, lasciando i suoi uomini a prendere gli ordini e a tagliare e spaccare in due i carichi di alberi abbattuti che portavano i coltivatori.

Per tutta la mattina si sentiva un gran segare e spalare, ma quando suonava la campana dell’Angelus, a mezzogiorno, gli uomini posavano gli attrezzi, si lavavano via il nero dalle mani e se ne andavano da Kehoe, dove li aspettava un pasto caldo completo di zuppa, e fish & chips il venerdí.”

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Claire Keegan è nata nel 1968 nella contea di Wicklow, in Irlanda.

“Piccole cose da nulla”, pubblicato in 30 Paesi, è finalista al Booker Prize.

 

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Incipit scelto da @CasaLettori: “Ritratto di un matrimonio” Maggie O’Farrell Guanda Editore

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Titolo: “Ritratto di un matrimonio”     

Autore: Maggie O’Farrell

Casa Editrice:  Guanda Editore

Collana: 

Anno di pubblicazione: 2022

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“Ritratto di un matrimonio” è un viaggio storico alla ricerca dell’emancipazione

“Lucrezia si siede alla lunga tavola che luccica come uno specchio d’acqua, apparecchiata con piatti, calici capovolti e una ghirlanda d’abete.

Il marito non si accomoda di fronte come di consueto bensì accanto a lei, così vicino che, volendo, potrebbe poggiargli la testa sulla spalla; mentre lui spiega il tovagliolo, raddrizza un coltello e avvicina la candela, le balena nella mente con singolare chiarezza, come se dinanzi agli occhi le fosse stato messo, o forse rimosso, un vetro colorato, che vuole ucciderla.

Ha sedici anni ed è sposata da meno di uno.

Hanno viaggiato per buona parte del giorno, sfruttando la poca luce offerta dalla stagione, dopo essere partiti all’alba da Ferrara e aver cavalcato fino a quello che lui aveva definito un casino di caccia, all’estremità nordoccidentale del ducato.

Non è affatto un casino di caccia, avrebbe voluto dirgli Lucrezia quando erano arrivati a destinazione: una struttura dagli alti muri di pietra scura, con un fitto bosco su un lato e un’ansa sinuosa del fiume Po sull’altro.

Avrebbe voluto girarsi sulla sella e chiedergli: Perché mi avete portato qui?

E invece aveva lasciato che la giumenta lo seguisse lungo il sentiero fra gli alberi grondanti, oltre il ponte ad arco e nel cortile del bizzarro edificio fortificato a forma di stella che, persino allora, le era sembrato stranamente deserto.

I cavalli sono stati portati via e lei si è sfilata la mantella e il cappello fradici mentre il marito la guardava con la schiena rivolta alla fiamma del focolare e ora lui indica ai servitori in attesa nell’ombra della sala di avvicinarsi e riempire i piatti, affettare il pane e versare il vino nei calici, e d’improvviso Lucrezia ricorda le parole della cognata, sussurrate con voce roca:

Daranno la colpa a voi.

Con le dita stringe il bordo del piatto.

La certezza che lui vuole ucciderla è una presenza al suo fianco, un uccello da preda con le piume scure posato sul bracciolo della sedia.

Ecco il motivo del viaggio inatteso in quel luogo selvaggio e desolato.

L’ha portata nella fortezza di pietra per assassinarla.

Lo sconcerto la strappa dal suo corpo, la fa quasi ridere: è sospesa vicino al soffitto a volta e guarda i due seduti a tavola, che si portano alla bocca brodo e pane salato.

Vede lui protendersi verso di lei, posarle la mano sulla pelle nuda del polso mentre le dice qualcosa; vede lei fare di sì con il capo, ingoiare, parlare del viaggio e dei paesaggi interessanti che hanno attraversato come se fra loro andasse tutto bene, come se fosse una cena normale dopo la quale andranno a letto.

Ancora lassù, accanto alla pietra fredda e umida del soffitto, pensa invece che la cavalcata fin lì dalla corte è stata noiosa, fra campi spogli e gelati, il cielo così pesante che sembrava accasciarsi, sfinito, sulle cime degli alberi nudi.

Il marito aveva scelto il trotto, lunghi tratti di saliscendi sulla sella, la schiena indolenzita, le gambe escoriate dallo sfregamento delle calze bagnate.

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Incipit scelto da @CasaLettori: “Una infanzia laconica” Santiago H. Amigorena Neri Pozza Editore

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Titolo: “Una infanzia laconica” 

Autore: Santiago H. Amigorena

Casa Editrice:  Neri Pozza 

Collana:  Bloom

Anno di pubblicazione: 2022

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“Una infanzia laconica”, pubblicato da Neri Pozza e tradotto da Margherita Botto, è un viaggio nell’anima per ritrovare le proprie origini

“L’abuelo Vicente, il cui cognome non avrei mai saputo se glielo avesse attribuito E.T.A. Hoffmann con un intento puramente poetico o un qualunque altro burocrate tedesco per semplice insolenza verso la nobiltà austriaca, portava spesso un cappello.

Nei primi anni Venti, quando passeggiava per le strade della sua Łódź natale confidando gli ultimi episodi delle interminabili liti con il padre all’orecchio, che molti anni dopo sarebbe stato uno dei piú apprezzati al mondo, dell’amico di famiglia Arthur Rubinstein, nella vana speranza che intervenisse in suo favore, gli capitò sott’occhio chissà come un supplemento del quotidiano La Nación che celebrava i meriti di un giovane paese latino-americano.

Smise subito di preoccuparsi di suo padre, si fece prestare dall’ancor giovane pianista i soldi per il biglietto e partí all’istante.

Arrivato in Argentina, poiché decisamente si circondava solo di celebrità, l’abuelo Vicente visse nella stessa pensione di Witold Gombrowicz, suo compatriota e perfetto coetaneo, e lo frequentò quando quest’ultimo vendeva cravatte in calle Florida, ad appena pochi metri di distanza da un altro venditore ambulante, Aristotelis Onassis.

Anche mio nonno avrebbe conosciuto, come il greco, rovesci finanziari – da bambine, a seconda degli anni, le sue tre figlie andavano in sinagoga per la festa di Rosh haShana vestite come principesse (abiti di tulle bianco, scarpe nuove, nastri di seta selvaggia) o per mendicare vestite di stracci − rovesci finanziari di minore portata, certo, ma che rischiarono di avere sulla mia esistenza un’influenza ben piú grande di quelli di Onassis. Tuttavia non sarei nato a Punta del Este.

Quei rovesci finanziari, gli unici eventi significativi nell’esistenza dell’abuelo Vicente, avrebbero determinato il luogo mitico della mia nascita senza però cambiarne, come il destino non fa mai per gli eroi, il luogo reale.

Perché possiate capire tutto ciò che di grottesco si cela nel mio attaccamento a Punta del Este, mi scuso di dover tornare indietro di alcuni anni, risalendo il tempo al di là dei miei ricordi, convocando gli echi di quelle memorie esterne e volontarie che so essere menzognere.

Il demone del gioco possedeva da sempre l’abuelo Vicente, ma fu singolarmente potenziato durante la Seconda guerra mondiale.

Negli anni Quaranta Buenos Aires fioriva, l’opulenza e l’euforia di trovarsi lontano dal campo di battaglia prolungavano le notti umide e moltiplicavano le possibilità di raffinatezza e di lussuria.

Depravazione, lascivia, piaceri si accalcavano agli angoli delle strade buie. La maggior parte degli argentini pagava quei piaceri a caro prezzo: scambiavano la notte per il giorno e il giorno per la notte senza pensare minimamente a ciò che preoccupava i due terzi dell’umanità.

Fino alla fine della guerra, e nonostante le lettere di sua madre, Gustava Goldvag, che gli raccontavano la vita nel ghetto, il nonno continuò a credere che ci fosse ancora speranza, che avrebbe trovato il modo di far venire in Argentina tutta la famiglia, che sarebbe stato il loro salvatore, che gli oscuri motivi delle liti con suo padre che lo avevano spinto ad andarsene dalla Polonia sarebbero svaniti con un colpo di bacchetta magica.

Da buon ebreo, perpetuò quella caratteristica che oggi è considerata una tara, quella qualità che come tante altre va perdendosi da quando uno Stato riunisce quel popolo costituzionalmente disperso: l’ottimismo.

Ai tavoli di poker in fumosi caffè del quartiere di Once, ogni sera, a mezzanotte, ritrovava altri tre polacchi e un tale che vendeva dritte sulle corse, e cosí trascorsero le ore occulte della Seconda guerra mondiale a giocare a carte, una notte dopo l’altra, mentre la domenica era riservata all’ippodromo di San Isidro e alle sue corse di cavalli nostalgiche di un geniale fantino, viejo y peludo.”

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Incipit scelto da @CasaLettori: “Morire in California” Newton Thornburg SUR

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Titolo: “Morire In California”     

Autore: Newton Thornburg

Casa Editrice: SUR

Collana: Big SUR

Anno di pubblicazione: 2022

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“Morire in California” è un noir introspettivo, un viaggio nelle conflittualità americane, una foto a colori della famiglia.

 

“Malgrado quel che stava guardando tra le folate di neve fosse una bara con dentro il cadavere del suo primogenito, gli occhi di David Hook erano asciutti.

Il suo cuore era asciutto.

Avrebbe potuto essere un estraneo che dopo aver vagato con la testa altrove in mezzo alle tombe si fosse trovato al centro di quel gruppo di persone per osservarle con occhi non solo asciutti ma freddi, gli occhi di un reporter.

Non gli sfuggiva nulla, nemmeno la bellezza semplice e antica della scena, l’evocazione di un’America ormai morta e sepolta: i suoi vicini, quei campagnoli col vestito della domenica, gli uomini duri, vigorosi, temprati, le mogli austere e i giovani coi capelli lunghi e alla moda che erano andati a scuola con suo figlio e avevano raccolto il fieno insieme a lui e forse gli avevano perfino voluto bene, perché c’era chi piangeva in mezzo a loro, occhi bagnati di lacrime anche se non i suoi.

Hook amava quel cimitero, nei limiti in cui è possibile provare un sentimento simile per un cimitero; l’amava in particolare per le sue file di piccole lapidi antiche e i messaggi che vi erano scolpiti, le litanie sul coraggio dei pionieri, le loro vite piene di stenti e perdite.

Ma gli piaceva anche la lontananza di quel luogo in cima alla collina, la serenità del silenzio e quei terreni trascurati da cui lo sguardo poteva spingersi per diverse miglia, un’esperienza rara nei piatti campi dell’Illinois sud-occidentale.

Adesso, però, in pieno dicembre, quella vista offriva un misero riparo dal vento che, a raffiche, come la neve, gli sbatteva in faccia le parole del reverendo Hodson:

«Il Signore è il mio pastore. Non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce».

La figura tarchiata del reverendo che gli stava di fronte, dall’altra parte della bara, gli precludeva la vista della tomba di sua moglie ma poteva comunque contemplare quella del bisnonno, James Hook, che era stato il primo della sua famiglia a lasciare un segno nel cimitero.

La modestia della lapide non era meno laconica dell’uomo, stando a quel che si diceva di lui: vi erano indicati soltanto il nome e le date, 1855-1904.

Quando Hook era ragazzo il luogo era ancora noto come il «vecchio cimitero battista», essendo stato terreno di sepoltura di una chiesa di campagna che sorgeva su quella stessa collina e distrutta da un incendio sul finire del secolo precedente.

Negli ultimi tempi però, anzi a partire dalla seconda guerra mondiale, la gente aveva cominciato a chiamarlo il cimitero di Hook, verosimilmente perché la sua tenuta si era ampliata fino a circondarlo su tre lati o forse perché si sapeva che era lui ad averne cura, per così dire, passandoci varie volte durante l’estate con una falciatrice per tagliare le erbacce che crescevano di continuo.

Di fatto perciò, quel giorno Hook stava seppellendo suo figlio in un terreno che confinava col suo e che portava anche il suo nome.

Adesso tuttavia, mentre osservava la scena con la neve che penetrava a sferzate come sabbia nella fossa nera sotto la bara, aveva la sensazione di seppellire il figlio non a casa, in un luogo a lui familiare, ma in una terra straniera, quasi lunare.

Teneva il braccio sulle spalle dei due figli che gli erano rimasti.”

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Newton Thornburg (1929-2011) è stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense. Tra i suoi libri: DreamlandThe Lion at the Door e Cutter and Bone, quest’ultimo trasformato i

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Incipit scelto da @CasaLettori: “La ragazza che viene dal buio” Michael Robotham Fazi Editore

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Titolo: “La ragazza che viene dal buio” 

Autore: Michael Robotham 

Casa Editrice:  Fazi Editore 

Collana:  Darkside

Anno di pubblicazione: 2022

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“La ragazza che viene dal buio” in un susseguirsi di colpi di scena mostra quanto sia difficile fare i conti con il passato.

“Tarda primavera.

La mattina è fredda.

Dalla nebbia emerge una barchetta di legno, che scivola in avanti a colpi di remi.

Lo specchio d’acqua all’interno del porto è talmente liscio da mostrare ogni increspatura che si irradia verso l’esterno prima di arrivare a infrangersi contro la prua.

La barca segue il muro di roccia grigia, oltre i pescherecci e gli yacht, fino a raggiungere una spiaggetta di ciottoli.

L’unica persona a bordo salta giù e tira la barca in secco, dove s’inclina di lato come un ubriaco.

A terra ha un aspetto sgraziato.

Un’eleganza perduta.

Il cappuccio della giacca a vento viene spinto indietro e appare una folta capigliatura rossa.

Rossa naturale.

Rossa come il fuoco.

Rossa come l’alba.

La ragazza si toglie una fascia dal polso e avvolge le ciocche in una coda che le ricade al centro della schiena.

Il mio respiro ha appannato la finestra della stanza.

Tiro la manica sopra il pugno e pulisco il piccolo riquadro di vetro per riuscire a vedere meglio.

Finalmente è arrivata.

Sono sei giorni che aspetto.

Ho camminato lungo i sentieri, visitato il faro e assaggiato tutti i piatti sul menu del bar-ristorante O’Neill.

Ho letto i giornali del mattino e tre romanzi in offerta, ho ascoltato le storie degli ubriaconi del posto.

Pescatori, perlopiù, con mani nodose come radici di zenzero e occhi che si socchiudono alla luce anche se non c’è sole.

China sulla barca a remi, la ragazza solleva un telone scoprendo cassette di plastica e scatole di cartone.

Viene qui ogni due settimane per fare provviste.

Con le mani piene di scatole, sale i gradini dalla spiaggia e attraversa l’acciottolato.

La seguo con gli occhi mentre percorre il lungomare, supera chioschi e negozi per turisti con le serrande abbassate e si dirige verso un piccolo supermercato con una luce accesa all’interno.

Scavalca una pila di giornali e bussa alla porta.

Un uomo di mezza età, con il naso rosso e le guance rosee, scosta la tendina e fa un cenno di riconoscimento.

Gira la chiave nella serratura, fa entrare la ragazza, poi si sofferma a scrutare la strada, forse cerca me.

Sa che sto aspettando.

Mi vesto in fretta con jeans e felpa, infilo le scarpe e scendo le scale del pub fino a una porta laterale.

L’aria odora di alghe secche e fumo di legna; le colline distanti sono orlate d’arancione là dove Dio ha aperto lo sportello della fornace e attizzato i carboni per un nuovo giorno.

La campanella tintinna su un braccio metallico.

Il negoziante e la ragazza si voltano verso di me.

Hanno entrambi una tazza fumante tra le mani. Lei si irrigidisce, come se fosse pronta a lottare o fuggire, ma non arretra.

Sembra diversa dalle fotografie.

Più piccola. Il viso bruciato dal vento, le mani callose, un piccolo ematoma sotto l’unghia del pollice sinistro.

«Sacha Hopewell?», chiedo.

Mette la mano nella tasca della giacca.

Per un attimo, immagino un’arma.

Un coltello da pesca o uno spray al peperoncino.

«Mi chiamo Cyrus Haven.

Sono uno psicologo.

Ti ho scritto una lettera».”

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Michael Robotham, nato in Australia nel 1960, ex giornalista e ghostwriter, è autore di thriller di grandissimo successo a livello internazionale. Pluripremiato e campione di vendite, i suoi libri sono tradotti in venticinque lingue. Vive a Sydney. Fazi Editore ha pubblicato Brava ragazza, cattiva ragazza nel 2022. La ragazza che viene dal buio, il sequel, è stato decretato il miglior thriller dell’anno dalla Crime Writers’ Association e dalla giuria del Ian Fleming Steel Dagger Award.

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Incipit scelto da @CasaLettori “La dolcezza dell’acqua” Nathan Harris Nutrimenti Editore

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Titolo: “La dolcezza dell’acqua” 

Autore:  Nathan Harris

Casa Editrice:  Nutrimenti Editore 

Collana:  

Anno di pubblicazione: 2022

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“La dolcezza dell’acqua” è un viaggio alla scoperta della libertà

 

“Era passato un giorno intero da quando George Walker aveva parlato con sua moglie.

Si era inoltrato nel bosco la mattina, per inseguire una bestia che gli sfuggiva da quando era bambino, e ora stava calando la sera.

Aveva visualizzato la bestia al risveglio, e inseguirla gli trasmetteva un senso di avventura che lo appagava a tal punto da renderlo insofferente per tutto il giorno all’idea di tornare a casa.

Era la prima spedizione di quel tipo che faceva in tutta la primavera e, mentre vagava tra gli aghi di pino spezzati e i funghi rigonfi della pioggia mattutina, si era imbattuto in un pezzo di terra che non aveva ancora esplorato del tutto.

La bestia, ne era sicuro, era sempre a un passo dal finire nel raggio della sua visuale.

La terra ereditata da suo padre si estendeva per più di duecento acri.

La sua casa era circondata da grandi noci e querce rosse che a volte coprivano il sole fino a renderlo un lieve baluginio nel cielo che passava tra i rami.

Con molti di quegli alberi aveva una tale dimestichezza da usarli come punti di riferimento, dato che li studiava da molti anni, sin da quando era bambino.

Il sottobosco in cui si imbatté George gli arrivava alla vita ed era ricoperto di lappole che gli si attaccavano ai pantaloni.

Negli ultimi anni aveva cominciato a zoppicare; lui incolpava un passo falso fatto scendendo verso il terreno del bosco da casa sua, ma sapeva che era una bugia: il problema si manifestava con la persistenza e il progresso costante tipico della vecchiaia.

Era nella natura delle cose, come le rughe che aveva sul viso, e i capelli bianchi.

Lo rallentava e, quando riuscì a riprendere fiato e a concentrarsi per esaminare quello che aveva intorno, si accorse che il silenzio si era impossessato del bosco.

Il sole, alto sulla sua testa fino a pochi attimi prima, era svanito nel nulla nell’angolo opposto della valle, quasi invisibile ormai.

“Che mi venga…”. Non aveva la minima idea di dove si trovava.

L’anca gli faceva male come se dentro si fosse annidato qualcosa che cercava di fuggire.

Presto fu sopraffatto dal bisogno di bere: aveva il palato così asciutto che la lingua vi si incollava.

Si sedette su un piccolo tronco e aspettò che il buio calasse del tutto.

Se le nuvole si fossero diradate sarebbero apparse le stelle, e a lui bastavano quelle per ritrovare l’orientamento e tornare a casa.

Se anche avesse sbagliato di molto i calcoli, sarebbe comunque arrivato a Old Ox e, anche se non gli sorrideva l’idea di incrociare qualcuno di quei disperati male in arnese, quantomeno uno di loro poteva prestargli un cavallo per tornare a casa.

Per un attimo gli sovvenne della moglie.

A quell’ora di solito lui rientrava a casa, gli ultimi passi guidati dalla candela accesa che Isabelle aveva lasciato sul davanzale.

Spesso lei gli perdonava quelle assenze improvvise solo dopo un abbraccio lungo e silenzioso, e la tinta scura degli alberi le lasciava impronte di mani sul vestito, facendola arrabbiare di nuovo.”

 

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Autore

Nathan Harris ha conseguito il Master in Fine Arts presso l’Università del Texas. La dolcezza dell’acqua è il suo primo romanzo. È stato premiato dalla National Book Foundation under 35 nel 2021. Vive a Seattle, Washington.

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Incipit scelto da @CasaLettori tratto da “Falsa guerra” Carlos Manuel Álvarez SUR

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Titolo: “Falsa guerra”   

Autore: Carlos Manuel Álvarez

Casa Editrice:  SUR

Collana: Nuova serie

Anno di pubblicazione: 2022

Incipit

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Un romanzo corale che sa raccontare lo spaesamento dei senza patria.

Dispersi in un mondo che gira troppo veloce.

Non siamo anche noi esuli?

“Miami Beach

Il rumore degli aerei attraversava il cielo sterminato del Distretto Federale.

Non potevo più rimanere in città.

Salii su uno di quei voli per la frontiera.

Entrai da sud e in tre giorni attraversai in autobus Texas, Louisiana, Mississippi e parte dell’Alabama, prima di sprofondare nell’imbuto della Florida.

Vidi i cieli malati.

Vidi le strade e i fast food e le remote stazioni di servizio americane.

Se segui i movimenti sulla cartina, ti sposti da ovest a est sul continente e di colpo cadi in questo buco.

La mia amica Elis mi ospitò a casa sua, un bilocale su un’isola a nord di Miami Beach.

Mi venne a prendere a Tampa, e da lì partimmo sulla sua Toyota bianca.

Da piccoli eravamo vicini di casa e adesso ci ritrovavamo lì chiusi dentro una macchina, uniti da una vita precedente, alla quale, vent’anni dopo, lei aveva deciso di essere fedele. «Puoi stare da me tutto il tempo che ti serve», disse.

All’epoca non era ancora andata a vivere con il Fanatico né lavorava in una galleria d’arte. Beveva qualche sorso di caffè e poi lo sistemava nel portabicchiere tra i sedili anteriori della macchina.

Era vestita di nero, aveva le occhiaie e portava un orologio Swatch, nero anche quello. I finestrini abbassati.

«Non voglio disturbare», dissi. «Appena ingrano mi cerco una stanza in affitto».

Elis mi guardò con diffidenza, come se qualcuno della mia stirpe non potesse ingranare o come se quell’eventualità non esistesse.

In effetti, che cosa intendevo dire?

«Certo», disse.

«Ma per adesso puoi restare a casa mia. I miei roommates ti piaceranno, vedrai».

La sua cortesia la rendeva ancor più estranea ai miei occhi.

Voglio dire, non era qualcuno che conoscessi. Ci eravamo frequentati alle elementari, nel quartiere, le nostre famiglie dovevano essersi scambiate qualche favore, niente di più.

«E tuo padre?»

«Malato», dissi.

«E tua madre?»

«Non c’è».

Non ero a mio agio su quel sedile, lontano da tutto.

Avevo il vento in faccia, e decisi di concentrarmi su quello.

Elis, una mano sul volante, l’altra sul bicchiere di caffè.

Guidava con naturalezza.

Glielo dissi, poi rimasi in silenzio per un po’.

«È la cosa che faccio più spesso: guidare», rispose. L’autostrada divideva in due la linea dell’orizzonte.

La macchina procedeva come un paio di forbici, tagliando la superficie.

A un certo punto mi spensi.

Quando Elis mi svegliò eravamo sotto casa sua.

Salimmo con l’ascensore fino all’appartamento al terzo piano a metà di un corridoio con le pareti bianche.

In fondo, le scale antincendio.”

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Autore

Carlos Manuel Álvarez ha vinto nel 2013 il Premio Calendario e nel 2017 è stato selezionato tra i 39 migliori scrittori latinoamericani sotto i quarant’anni nel progetto Bogotá39. Fondatore della rivista El Estornudo, i suoi testi di non-fiction sono stati pubblicati da testate quali The New York Times, The Washing-ton Post, BBC World, Al Jazeera, Internazionale.
In Italia ha pubblicato con Sur il romanzo Cadere nel 2020.

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Incipit scelto da @CasaLettori tratto da “Il re del Grano e la regina della Primavera” Naomi Mitchison Fazi Editore

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Titolo: “Il re del Grano e la regina della Primavera”

Autore: Naomi Mitchison

Casa Editrice:  Fazi Editore 

Anno di pubblicazione: 2022

Incipit

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La storia di una donna che ha il coraggio di cambiare la sua sorte.

Un viaggio appassionante nella mitologia e nella magia.

Per sperimentare il perdono e il coraggio.

“Erif Der, seduta sui ciottoli, lanciava sassi tra le onde del Mar Nero; tirava molto bene per essere una ragazza.

A cosa stava pensando?

Un po’ alla magia, ma soprattutto a niente in particolare.

Il vestito tirato sopra le ginocchia le scopriva le gambe lunghe e magre, pallide perché l’inverno non era ancora finito.

Lunghe trecce piatte le ricadevano molli ai lati del viso, anch’esso pallido, e a ogni lancio gli orecchini si scuotevano.

La tunica di lino spesso a scacchi rossi, neri ed écru aveva le maniche lunghe bordate con due ampie bande di colore ed era stretta in vita da una cintura di cuoio decorata con piccoli ovali di lamina d’oro, con altri due ovali più grandi a mo’ di fibbie, maschere con occhi e denti di granato.

Sopra la tunica indossava un lungo gilet di feltro rigido con strisce di pelliccia sui fianchi. Non sentiva freddo nonostante il vento che soffiava dal mare.

Posò la mano sui ciottoli, con il palmo all’insù per far salire un granchio che si stava avvicinando.

Sorrise tra sé alla sensazione delle chele umide che le solleticavano la pelle, poi lo raccolse stringendolo delicatamente ai lati del carapace e se lo mise sui piedi nudi.

Una nuvola oscurò il sole.

Lanciò ancora un paio di sassi in acqua e si alzò.

Si rimise le scarpe e si avviò verso il porto di Marob.

Arrivata all’altezza del frangiflutti, invece di passare per la strada si arrampicò sulla costruzione, aggrappandosi alla catena e all’anello e sfruttando le commessure tra i blocchi di pietra consumati dalle onde, perché le piacevano le imprese complicate e inutili. Giunta in cima, scese con un salto di circa quattro metri e atterrò sulla riva ghiaiosa, senza farsi male.

Difficilmente si feriva: l’aria e l’acqua, se non altro, la conoscevano fin troppo bene.

Ora procedeva più spedita, e in breve arrivò in paese.

Aveva l’impressione che suo padre la chiamasse.

Al porto, proprio affacciata sul mare e orientata a nord-est, c’era la dimora del Capo, costruita su spessi piloni di pietra.

Le sarebbe piaciuto vivere in quella casa dalle finestre così piccole?

No, anche perché lì dentro faceva freddo e, se proprio l’avessero costretta, avrebbe fatto di tutto per non abitarvi insieme a Yersha.

Proprio mentre lo pensava, Yersha uscì dalla porta principale, con l’acconciatura delle occasioni importanti e il lembo del mantello drappeggiato sulla spalla alla moda greca, seguita da due guardie armate.

Erif Der andava di fretta e aveva deciso di non farsi vedere, così Yersha girò la testa dall’altra parte per un minuto abbondante e quando tornò a guardare davanti a sé la strada era deserta.

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Autore


Naomi Mitchison nacque in Scozia e visse fino all’età di 101 anni. Viaggiò in tutto il mondo e scrisse più di settanta libri, spaziando dal fantasy alla fantascienza, dalla poesia alla non-fiction. Molto attiva in ambito politico e sociale, aderì alle cause del socialismo e del femminismo, battendosi in favore della liberazione sessuale e dell’aborto. Intima amica dello scrittore J.R.R. Tolkien, fu tra i primi a leggere Lo Hobbit. Fazi Editore ha pubblicato anche Il viaggio di Halla nel 2020.

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