Incipit “La città dei vivi” Nicola Lagioia Einaudi Editore

 

 

“Il 1°marzo del 2016, un martedí con poche nuvole, i cancelli del Colosseo si erano appena spalancati per consentire ai turisti di ammirare le rovine piú famose del mondo.

Migliaia di corpi camminavano verso le biglietterie.

Chi inciampava nei sassi.

Chi si alzava sulle punte per misurare la distanza dal Tempio di Venere.

La città, lí sopra, cucinava la rabbia nel proprio stesso traffico, negli autobus in avaria già alle nove del mattino.

Gli avambracci scandivano gli insulti dai finestrini aperti.

A bordo strada i vigili compilavano multe che nessuno avrebbe mai pagato. «Seee… vajelo a di’ ar sindaco!»

L’addetta alla biglietteria numero quattro scoppiò in una risata beffarda, provocando l’ilarità delle colleghe.

L’anziano turista olandese la guardò stupito al di là del vetro.

Nel pugno brandiva i due biglietti falsi che due falsi addetti al sito archeologico gli avevano venduto poco prima.

Questa, di andare a protestare dal sindaco, era tra le battute piú ripetute delle ultime settimane. Nata negli uffici comunali, si era diffusa tra i tassisti e gli albergatori e i netturbini e i venditori di grattachecche a cui pure, in mancanza di una piú chiara autorità, i turisti chiedevano aiuto tra gli infiniti disservizi cittadini.

L’olandese aggrottò le sopracciglia. Possibile che anche la vera autorità, quella in divisa ufficiale, lo stesse prendendo in giro?

Alle spalle la folla aumentava il suo brusio.”

Incipit tratto da “Tempi duri” Mario Vargas Llosa Einaudi Editore

 

 

 

“La madre di Miss Guatemala apparteneva a una famiglia di immigrati italiani chiamata Parravicini.

Nel giro di due generazioni il cognome si era accorciato e spagnolizzato.

Quando il giovane giurista, professore di Diritto e avvocato in attività Arturo Borrero Lamas chiese la mano della giovane Marta Parra, la società guatemalteca cominciò a vociferare perché , evidentemente, la figlia di bottegai, panettieri e pasticcieri di origine italiana non era all’altezza dell’attraente gentiluomo, bramato dalle ragazze da marito dell’alta società per l’antica stirpe, il prestigio professionale e la fortuna.

Alla fine i pettegolezzi cessarono e mezzo mondo assistette, alcuni come ospiti e altri come guardoni, al matrimonio celebrato nella cattedrale dall’arcivescovo della città. Presenziò all’evento il presidente eterno, il generale Jorge Ubico Castañeda, tenendo a braccetto la sua gentile consorte, in un’elegante uniforme disseminata di medaglie e, tra gli applausi della folla, entrambi si fecero ritrarre nell’atrio con gli sposi.

Il matrimonio non fu fortunato in quanto a discendenza.

Perché Martita Parra restava incinta tutti gli anni e, pur riguardandosi molto, partoriva maschietti rachitici che nascevano mezzo morti e morivano nel giro di pochi giorni o settimane, nonostante gli sforzi delle levatrici, dei ginecologi e persino di stregoni e streghe della città.

Dopo cinque anni di fallimenti ripetuti, venne al mondo Martita Borrero Parra, che fin dalla culla, per quanto era bella, sveglia e vivace, fu soprannominata Miss Guatemala.

A differenza dei suoi fratelli, lei sopravvisse.

E in che modo!”

Incipit “Storia di un figlio” Fabio Geda Enaiatollah Akbari Baldini + Castoldi

 

 

“La storia è questa, ma forse la conoscete già: mi chiamo Enaiatollah Akbari, anche se tutti mi chiamano Enaiat.

Sono nato in Afghanistan, nell’Hazarajat, una regione montuosa a ovest di Kabul, selvaggia di terra e rocce, tappezzata di pascoli e con il cielo più limpido che possiate immaginare. D’inverno la neve, di notte le stelle, ovunque – tante da ritrovartele persino nelle tasche. L’Hazarajat è la terra degli hazara, la mia etnia.

È grande come mezza Italia e ci abitano meno di dieci milioni di persone. Da Torino, dove abito adesso, quando mi capita di sollevare lo sguardo in direzione delle Alpi, soprattutto sul finire dell’inverno, quando l’ultima neve le copre fin dove partono i boschi bruciati dal freddo, allora, di tanto in tanto, sento emergere una specie di nostalgia che solletica la nuca e mi riporta al calore della brace nella casa di Nava, alle grida degli amici riuniti per strada a giocare a buzul-bazi, agli odori della cucina di mia madre e soprattutto alla sua voce, che dice: Enaiat, Enaiat jan, mi serve il tuo aiuto, c’è da prender l’acqua. Enaiat, dove accidenti sei finito?”

Incipit “Il cielo è dei violenti” Flannery O’Connor minimum fax

 

“Lo zio di Francis Marion Tarwater era morto da appena mezza giornata quando il ragazzo si ubriacò troppo per finire di scavargli la fossa, e così toccò a un negro di nome Buford Munson, che era venuto a farsi riempire una brocca, completare l’opera, trascinando il cadavere dal tavolo della colazione dov’era ancora seduto per dargli una degna e cristiana sepoltura, piantando le insegne del Salvatore in testa alla tomba e ricoprendola di una quantità di terra sufficiente a evitare che i cani lo disseppellissero.

Buford era arrivato pressappoco a mezzogiorno e quando se ne andò, al tramonto, il ragazzo, Tarwater, non era ancora tornato dalla distilleria.

Il vecchio era il prozio di Tarwater, o almeno così diceva, e, da quel che sapeva lui, avevano sempre vissuto insieme.

Lo zio gli aveva detto che aveva settant’anni all’epoca in cui lo aveva salvato e iniziato a educarlo; ne aveva ottantaquattro quando morì.

Secondo i suoi calcoli, quindi, Tarwater doveva avere quattordici anni. Lo zio gli aveva insegnato a far di conto, a leggere, a scrivere e poi la storia, a cominciare dalla cacciata di Adamo dal giardino dell’Eden, passando per i presidenti, compreso Herbert Hoover, e proseguendo con le sue congetture riguardo il Secondo Avvento e il Giorno del Giudizio. Oltre a dargli una buona istruzione, lo aveva salvato dall’unico altro parente, il nipote del vecchio Tarwater, un maestro di scuola che in quel periodo non aveva figli, e che voleva crescere il figlio della sorella morta secondo i suoi principi.”

Incipit “L’altra donna” Cristina Comencini Einaudi Editore

 

 

 

“La prima volta l’avevo notata, una bella donna triste che mi sembrava di avere già visto da qualche parte.

Io mi sentivo splendente: venticinque anni, una piccola casa, un gatto, il mio lavoro, ed ero anche innamorata di un uomo con trent’anni più di me.

Al liceo ho avuto un’esperienza con una donna, la sorella di un amico di mio fratello.

Ci siamo date un bacio in bagno, durante una gita, e poi abbracci ed eccitazione in un letto stretto.

È finita lì, mi attiravano gli uomini, nascondevano sempre qualcosa, un mistero di cui parlare con le amiche.”

 

 

 

Incipit “L’amore al tempo dei cambiamenti climatici” Josef Pànek Keller

 

 

 

“Qua si parla d’amore.

Di cambiamenti climatici a livello globale. Ecc.

L’amore al tempo dei cambiamenti climatici a livello globale, davvero.

Il punto è questo: se vi ritrovate a Bangalore, India, restate terrorizzati dal casino, dalla sporcizia, dai clacson, da un fetore per voi indefinito, dal soprannumero di gente, dal totale senso di sradicamento, siete nel posto più sfasciato e inospitale del mondo e voi non lo conoscete ancora, no, e l’hotel!

Dell’hotel dopo.”

Incipit “Il mantello” Marcela Serrano Feltrinelli Editore

 

 

 

“Uscendo dal cimitero, mi ero ripromessa di chiudere ogni valvola del corpo che, se lasciata aperta, mi avrebbe impedito di camminare con le mie gambe, anche quella a metà strada lungo la spina dorsale, la sede dell’anima, come diceva Virginia Woolf.

Una bomba atomica sganciata sulla nostra testa.

Parlo di noi, parlo delle sue sorelle. Siamo sempre state cinque. Irreversibilmente spezzata la nostra ferrea identità unitaria.

Provai a immaginare un drappello di donne fantasma che vagano per i campi abbandonati, senza nome e senza meta. Con le valvole aperte.

Impossibile. Come a dire quattro zombie o, al contrario, quattro prefiche urlanti, di quelle che si ingaggiano per far vedere che c’è qualcuno che piange il morto, in certe culture.

No, né zombie, né prefica urlante.

Bloccare il meccanismo esterno che scatena il dolore, qualunque esso sia. Magari anche le lacrime (serbarle per l’alba, l’alba è gentile).

Dicono che solo gli aristocratici sappiano comportarsi con discrezione in certi momenti, ma a me dell’aristocrazia non me ne frega niente.

Però odio le sceneggiate. La sofferenza è indiscreta. In pubblico, indecorosa.”

Incipit “Cose che succedono la notte” Peter Cameron Adelphi Editore

 

 

“La sera scese con un’immediatezza snervante, come un sipario abbassato in fretta su uno spettacolo amatoriale andato nel peggiore dei modi.

E poco dopo l’uomo si rese conto che il buio non era dovuto al tramonto del sole ma al treno, entrato in una fitta foresta dopo aver percorso distese di neve per l’intero pomeriggio.

Gli abeti, alti e compatti, si stringevano intorno ai binari, simili a scolari accalcati davanti alla finestra della classe per vedere meglio uno spaventoso incidente accaduto in strada. La moglie gli sedeva davanti; erano gli unici due passeggeri nella piccola carrozza rivestita in legno di un treno d’altri tempi.

Fissava assente fuori dal finestrino e pareva ipnotizzata dall’infinita vastità della tundra, ma non appena il treno entrò nel bosco scuro si ritrasse all’improvviso, come se gli alberi che sfioravano la vettura potessero graffiarla.

Si portò una mano alla guancia, nel punto in cui la sera prima si era sbucciata malamente la pelle.

Incipit “Ragazza” Edna O’Brien Einaudi Stile Libero

 

“Prima ero ragazza, adesso non piú. Puzzo.

Il sangue si asciugava incrostandomi il corpo intero, e la gonna iro a brandelli. Le viscere, un pantano. Trasportata a tutta velocità nella foresta che vedevo, quella prima notte atroce, quando hanno rapito me e le mie amiche dalla scuola.

L’improvviso pam-pam degli spari nel nostro dormitorio e gli uomini, a viso coperto, la furia negli occhi, si spacciano per militari venuti a proteggerci, perché in città c’è un’insurrezione. Noi abbiamo paura ma ci crediamo.

Qualche ragazza scese titubante dal letto e altre arrivarono dalla veranda, dov’erano andate a dormire perché la notte era calda, afosa. Sentendo Allāhu Akbar, Allāhu Akbar, capimmo al volo.

Avevano rubato le divise dei nostri soldati per eludere la sorveglianza.

Ci tempestarono di domande: Dov’è la scuola maschile, Dove tengono il cemento, Dove sono i magazzini. Quando rispondemmo che non lo sapevamo, persero la testa. Poi eccone arrivare altri di corsa dicendo che nei capannoni non avevano trovato pezzi di ricambio né benzina, e allora apriti cielo.”

Incipit “Il teatro dei sogni” Andrea De Carlo La Nave di Teseo

 

 

“Se Veronica Del Muciaro dovesse dire qual è la sua paura più grande, direbbe senz’altro quella di perdere il momento.

Fino a più o meno venticinque anni è riuscita a perderne milioni, di momenti:

saltati fuori dal nulla senza il minimo preavviso e schizzati via senza che lei neanche riuscisse a capire cosa fossero, figuriamoci agguantarli in tempo.”