Intervista di @CasaLettori a Viola Ardone autrice di “Oliva Denaro” Einaudi Stile Libero

Intervista di @CasaLettori a Viola Ardone autrice di “Oliva Denaro” Einaudi Stile Libero

 

Ci aveva già sorpreso ed emozionato con “Il treno dei bambini”, pubblicato da Einaudi Stile Libero. Con “Oliva Denaro” ci regala un’opera rivoluzionaria ed educativa.

Come è riuscita a ricostruire la Sicilia degli anni 60?

 

Ho cercato di ricostruire quel mondo attraverso tutti gli strumenti che avevo a disposizione: libri, film, giornali, documentari, racconti. Un po’ come un regista che deve ambientare il suo lavoro in un’epoca del passato e ha bisogno di ricostruire un set preciso per ogni scena. Volevo che l’ambientazione del romanzo fosse credibile, affidabile per il lettore.

 

Scegliendo come voce narrante la protagonista ha permesso di cogliere il percorso evolutivo di Oliva.

Sentiamo un afflato emotivo che ci lega fin da subito prima alla bambina e poi all’adolescente. La sua scrittura ci fa rivivere una metamorfosi. Quanto è importante far sentire il lettore coinvolto?

 

Non mi piace, da lettrice, affidarmi a una narrazione e scoprire a un certo punto che l’autore sta bluffando. Il lettore accetta di fare un viaggio, paga un biglietto per imbarcarsi verso un continente sconosciuto e va tutelato. Il punto di vista, i caratteri, le voci dei protagonisti non devono lasciare dubbi che si tratti di “realtà”, anche se realtà di carta. E per questo in qualche modo più vere di quelle in carne e ossa. Chi metterebbe mai in dubbio l’esistenza di Anna Karenina? Del giovane Holden?

 

Dell’isola siciliana narra la quotidianità senza lasciarsi tentare da luoghi comuni abusati. Perché da napoletana proprio la Sicilia?

 

La mia è una Sicilia dell’anima, una sineddoche del Sud, un angolo del Mediterraneo in cui la condizione femminile è stata in un certo periodo più difficile e dal quale, proprio per questo, sono nate tante spinte di cambiamento e di riscatto.

 

La società che tratteggia è a misura d’uomo. La donna è “una brocca: chi la rompe se la piglia”.

Un incipit che è asse portante della narrazione. Una provocazione a un femminile che continua ad essere sotto attacco?

 

Oggi nessuna mamma insegnerebbe questo a sua figlia. Eppure nel profondo, nelle abitudini, nei pregiudizi, la donna viene ancora oggi considerata qualcosa di fragile, che non deve esporsi troppo perché rischia di andare in frantumi e perdere il suo valore. Le donne sono forti e fragili, così come gli uomini sono forti e fragili. Ciascuno rischia di spezzarsi e ciascuno sa resistere agli urti, a suo modo.

 

Centrale la figura della madre, un personaggio che subisce un lento cambiamento. Quanto è stato complicato delinearne la caratterialità?

 

La madre è un personaggio a cui sono molto legata. Lei cerca di dare alle figlie il meglio di sé, della sua esperienza, dei suoi insegnamenti, e lo fa in perfetta buona fede, affinché le loro vite siano migliori della sua. E non si rende conto che in questo modo replica quegli stessi stereotipi in cui lei stessa è vissuta. Quando vede la figlia soffrire, però, il suo sguardo cambia, un cambiamento in apparenza minimo ma a suo modo rivoluzionario.

 

Il padre, uno sconfitto o un eroe d’altri tempi?

 

Un eroe “moderno”. Nel senso che è un personaggio pieno di dubbi, che si interroga continuamente e al contrario della madre non ha consigli, non ha regole da dare. E forse, anche se tutti lo ritengono uno sconfitto, è lui l’unico vincente.

 

Ha saputo trovare le parole per raccontare lo stupro. Si percepisce la partecipazione ad una violenza che diventa collettiva.

 

Oliva improvvisamente capisce che il suo corpo non le appartiene più. Anzi, che non le è mai appartenuto, perché era sorvegliato, controllato e giudicato dalla società in cui viveva.

Oliva può essere considerata icona simbolica di un cammino verso l’emancipazione?

 

Oliva è una che non vorrebbe lottare, che non vorrebbe essere il simbolo di nulla, che avrebbe voluto trascorrere i suoi giorni nella più grande tranquillità. Avrebbe voluto essere una come tante, invece si trova ad essere diversa, ed è questo che orienta i suoi passi e le sue scelte. Non agisce per ideologia, per convinzione, per principio. Lo fa perché a un certo punto sente di non poter fare altro. La sua ribellione è una forma di sopravvivenza.

 

Accanto alla trama ricca di eventi si legge una traiettoria sociologica che coinvolge tutto il Sud.

È l’innovazione nel romanzo che esce dai confini della struttura ed entra nelle dinamiche comportamentali?

Il suo è un approccio analitico?

 

No, a me interessava raccontare la mia storia, ma volevo che avesse le radici ben piantate nella realtà storica e i rami ben sollevati verso la creazione di fantasia. Ma queste poi sono le regole del romanzo storico, che funziona proprio così, da Manzoni in poi.

 

Non ha utilizzato il dialetto pur mentendo una visione oggettiva del contesto. Un nuovo approccio nella relazione tra linguaggio e territorio?

 

Ho creato per Oliva una lingua personale, che appartenesse solo a lei; volevo che riecheggiasse la cadenza del Sud ma che non cadesse nella macchietta o nello stereotipo.

E poi Oliva è una che vuole imparare a parlare bene, che cerca parole nuove nel vocabolario per esprimersi meglio e per pensare meglio.

La sua quindi è una lingua letteraria, non mimetica.

 

Il personaggio più complesso da delineare?

 

Quello del padre, sicuramente, volevo che si percepisse tutta la sua umanità, nonostante fosse un uomo così silenzioso.

 

Oggi nel nostro Sud il matrimonio resta una tappa fondamentale?

 

Per alcune sì e per altre no. Io non metto in discussione il matrimonio come istituzione, ma è importante che questo, così come la maternità, sia una scelta libera e non obbligata.

 

Ha lanciato un messaggio universale, un invito a scegliere anche quando la strada è accidentata.

Quanta attualità nel suo splendido romanzo?

 

Purtroppo tanta! Ancora oggi il corpo della donna è territorio di lotta e di violenza e il senso di possesso viene spacciato per amore. Mentre l’amore è una forma di libertà. Forse la più difficile.

Intervista a Maurizio Torchio autore di “L’invulnerabile altrove” Einaudi Editore

Intervista a Maurizio Torchio autore di “L’invulnerabile altrove” Einaudi Editore

 

In “L’invulnerabile altrove”, pubblicato da Einaudi Editore, si percepisce un cambiamento stilistico e musicale rispetto a “Cattivi”.
Quali gli input per arrivare a questo percorso introspettivo molto interessante?
Cattivi era ambientato in uno spazio molto piccolo e molto vuoto: una cella di isolamento.
Questo rendeva le parole importanti (anche quando non era affatto certo che qualcuno le avrebbe ascoltate, e tanto meno che avrebbe risposto).
L’invulnerabile altrove è ambientato in uno spazio ancora più piccolo e – in teoria – solitario: una testa. però non è un monologo: è un dialogo. sono due teste in contatto (e, attraverso le teste, due mondi che hanno bisogno di essere raccontati, due mondi invisibili l’uno per l’altro).
E’ il massimo dell’intimità compresso insieme al massimo dell’estraneità.
Credo le conseguenze stilistiche vengano da lì, da questa tensione.
Delle due figure femminili, solo una ha un nome proprio.
Dietro questa scelta letteraria riuscita ma temeraria cosa si cela?
Intanto un mio limite: faccio sempre fatica a dare dei nomi ai personaggi.
Comunque all’inizio un nome ce l’aveva anche la voce che è viva, e racconta.
Poi mi sono accorto che c’era molta più concretezza nel mondo dei morti. Capitavano più cose lì. Il mondo di ombre, la condanna a ripetere atti di cui si è dimenticato il senso, era più da questo lato. Così ne ho approfittato per togliere il nome alla voce narrante.
C’è un bilanciamento tra i  due personaggi o una domina sull’altra?
L’opacità del qui contro lo splendore dell’altrove rischia continuamente di mettere in secondo piano la voce narrante.
Io però ho fatto il possibile per evitarlo.
Dopotutto è con lei che possiamo identificarci.
Con i problemi e le paure e le speranze di chi non è ancora morto.
Quanto è presente il tema del doppio nel testo?
Non troppo. Che Anna sia il doppio immaginario e per certi aspetti complementare di chi narra è solo una delle letture possibili.
Serrati i dialoghi in un gioco mentale raffinato che riesce a sintetizzare il Pensiero.
Il bisogno di cercare strade alternative all’Omologazione?
Mettiamola così: la voce che narra si adatta molto rapidamente ad avere una seconda voce in testa perché, in partenza, non era molto soddisfatta della sua, quella che sentiamo tutti, quella che ascoltiamo da quando abbiamo ricordi.
La nostra vocetta interiore spesso è poco più di un rumore, di un antidoto al silenzio.
Ricorre spesso il verbo “guarire”, da cosa e da chi?
Guarire ha innanzitutto un significato sociale, significa: tornare alla normalità, non rischiare di venire espulsi. Questo nel libro vale per i vivi e, ancor più, per i morti.
Le due donne non sanno come sono entrate in contatto, sanno però che questo contatto deve finire, e in fretta.
La pazienza dei rispettivi mondi sta per finire.
Ma se la malattia (questa malattia del libro) è contatto, mescolanza non autorizzata, allora guarire comporta sì maggiore integrità, ma anche maggiore sterilità.
Il corpo è un ostacolo o una nuova opportunità per vivere il connubio tra ragione e istinto?
I morti fanno meraviglie col corpo.
Dedicano un’infinità di tempo a esercitarsi, migliorarsi, sintonizzarsi con gli altri.
Sono ballerini, ginnasti, acrobati, coro.
I vivi… fanno più fatica.
Che ruolo hanno i sogni? Delimitano gli spazi della creatività?
I sogni sono l’unico momento in cui le due donne non sentono i pensieri dell’altra.
Sono un momento di privacy.
E dopo un po’ cosa fanno?
Cominciano a raccontarseli.
Per Anna, in particolare, diventano un modo per raccontare il suo passato.
Un passato che ha molto dell’incubo e, come i sogni, è difficile da ricordare, e nel raccontarlo si distorce.
Quali metafore si nascondono nel Prima e nel Dopo?
Non lo so.
Però una delle cose che distinguono il Dopo dal Prima è che nel Dopo si crede fermamente nel progresso.
Si è certi – pur con ripiegamenti e periodi di stasi – di andare verso il meglio.
Quanto l’ha cambiata questa sfida letteraria?
Ho impiegato troppi anni a scriverlo. Non va bene. Umanamente, personalmente, spero che una fatica così non mi capiti mai più.
Programmi futuri?
Sto scrivendo (lento come sono, guai se non fosse così!)
Copertina "La combattente" di Stefania Nardini Edizioni e/o

Intervista a Stefania Nardini autrice di “La combattente” Edizioni e/o

 

È un piacere ospitare nel salotto virtuale di @CasaLettori la giornalista e scrittrice Stefania Nardini.

Mi piace immaginare che la nostra conversazione si svolga a Marsiglia, luogo di incontro e di condivisione, città molto presente nello splendido romanzo “La combattente”, pubblicato da Edizioni e/o.

Un libro che si ama fin dalle prime pagine non solo per la qualità della scrittura.

È un viaggio nel tempo, una storia d’amore, un atto di ribellione.

 

Come è nato “La combattente”?

Da un’esperienza personale. La perdita di mio marito dopo 30 anni di vita insieme, mesi trascorsi nella nostra casa in campagna a tentare di capire come fosse possibile una rinascita.

 

 

Il suo romanzo affronta con coraggio un periodo storico che volutamente è stato dimenticato.

Cosa ha significato ripercorrere gli anni di piombo?

Per me è stato “naturale”. Nell’aprire una lunga riflessione sulla mia vita e sulla mia storia non potevo evitare l’analisi di un’epoca che ha influito sulle scelte di una generazione come la mia.

Perché i ricordi della mia gioventù sono là.

I ricordi di una generazione sono là.

E non si può affrontare un tema personale privandolo di una contestualizzazione.

E per farlo è stato indispensabile lo strumento letterario che mi ha consentito di spaziare nella costruzione del racconto.

Un’operazione naturale e liberatoria.

Visto che di quegli “anni” non c’è una narrazione storica.

E l’etichetta del “piombo” , che innegabilmente c’è stato, è riduttiva, li liquida come zona del male, foraggiando il sentimento ormai fin troppo diffuso dell’anti politica, o della politica ridotta allo spettacolo che è sotto in nostri occhi.

 

 

Nella ricostruzione degli eventi emerge un raffinato lavoro di ricerca.

Quanto influisce nella sua scrittura l’approccio giornalistico?

Devo dire che se in altri miei lavori la ricerca storica ha costituito la base dei miei lavori, in questo caso la ricerca è stata prevalentemente nella mia memoria.

Nelle letture che mi hanno appassionato negli anni, in quel mio essere spesso fuori dal coro, nel non aver mai abbandonato la memoria della mia formazione.

Che è stata anche quella giornalistica, quando il giornalismo era il culto della verità.

Quando il giornalismo aveva una responsabilità civile.

 

 

Angelita può essere considerata icona di un presente che vuole sconfiggere l’oblio?

Angelita è il presente.

Un presente di cui nessuno parla, che per usare un termine alla moda viene considerato di nicchia, ma che nicchia non è.

Lo dimostra l’interesse per il romanzo non solo da parte del lettore mio coetaneo ma anche da parte di chi non ha ricevuto un’eredità storica.

Angelita è il presente di donne sole che scrivono sui social i loro pensieri, oltre i quali c’è molto di più di una frase ad effetto.

Perché il presente di Angelita è intriso di un passato che le offre gli strumenti per guardare al futuro. Perché è il passato che ci suggerisce “si può fare” “ce la possiamo fare” , è “accaduto che ce l’abbiamo fatta”.

Forse per questo gli anni 70 sono un tabù.

Sono anni scomodi nell’arena dei likes.

Sono anni in cui le persone non si arrendevano facilmente, al di là degli errori.

E Angelita si serve della sua storia per farcela.

 

 

Uno dei compiti della letteratura è far emergere la verità, anche quando è scomoda.

Quanto è doloroso scavare tra le macerie del passato?

Non so se è doloroso.

Potrebbe essere liberatorio.

E’ indispensabile sporcarsi le mani con le macerie per costruire il nuovo.

 

 

Il suo libro ha il pregio di essere giudice implacabile di una generazione.

Cosa è rimasto di quei sogni?

Più che giudice, un testimone.

Di quei sogni c’è molto.

Intanto molti di quei sogni sono realtà e questo non dovremmo dimenticarlo.

E dovremmo sentire il dovere di difendere le tante conquiste di civiltà prodotte da quella storia. Nonostante l’attentato continuo che punta a fare a pezzi quelli che ci sono stati riconosciuti come i pilastri di una società democratica.

Quei sogni, che erano grandi sogni,  hanno contaminato le coscienze sia pure nell’inconsapevolezza. Mentre è indispensabile ritrovare una nuova consapevolezza per rimpossessarci dell’idea di essere soggetti sociali, protagonisti di una politica che nessuno ci impedisce di rielaborare, di costruire. Siamo tutti liberi di farlo.

 

 

La figura di Fabrizio è metaforica rappresentazione di un dolore insopportabile.

Il suo approccio psicologico vuole mettere in luce le fragilità?

La fragilità è propria dell’essere umano.

E con le nostre fragilità ci troviamo a fare i conti.

E credo vadano accettate per quello che sono.

Fanno parte di noi e dobbiamo amarle nella loro autenticità.

Perché non riconoscerle?

In nome di cosa?

Di un cliché che deve far fede alla nostra esteriorità?

 

 

Quanto la sua Marsiglia è simile a quella di Izzo?

Marsiglia è Marsiglia.

Izzo è Marsiglia.

E chi si avvicina a Marsiglia non può farlo con superficialità.

E’ una città complessa, in continua evoluzione.

E la “mia” Marsiglia è quella che vivo, che amo e odio, e poi amo ancora.

E’ un sentimento che accomuna molti marsigliesi di adozione, come nel mio caso, e non.

Izzo l’ha resa reale nella sua emozionalità, come un sentimento.

Perché Marsiglia è un patto d’amore.

 

 

Il messaggio che ha voluto lanciare?

Rinascere è possibile.

Sempre.

Rimuovere è il primo passo per costruire un alibi.

 

 

Nella trama si percepisce un bisogno di rappresentare il tempo.

La sua vuole essere una lettura filosofica?

Più che filosofica di riflessione.

 

 

Programmi futuri?

Non ne ho idea.

Spero di continuare a scrivere.

Quando sentirò di avere qualcosa da dire.

 

 

 

 

 

Intervista a Francesca d’Aloja  autrice di “Corpi speciali” La Nave di Teseo

Intervista a Francesca d’Aloja  autrice di “Corpi speciali” La Nave di Teseo

 

 

Nel titolo “Corpi speciali” traccia un contatto tra narrazione e fisicità?

Il titolo, che fa sorgere immagini militaresche, deve invece essere interpretato “alla lettera”, vale a dire nel suo significato letterale: si parla di corpi, di persone in carne e ossa, non di personaggi (per quanto, la grandezza di taluni li apparenta ai protagonisti di grandi romanzi). Speciali certamente per me, ma anche per le vicende che li hanno visti vincitori o perdenti, per le opere che hanno prodotto, le avventure intraprese, l’esempio che, attraverso la loro vita, ci hanno consegnato. Per alcuni di loro, penso a Nadia Comaneci, a Jose Tomas, Vittorio Gassman,il corpo fisico è stato ed è il mezzo con il quale si sono espressi, l’essenza primaria della loro esistenza.

 

 

Quale è stato il criterio nella scelta dei personaggi?

Sentimentale prima di tutto. Sono persone che amo e che ho amato e poco importa se alcuni di loro li ho davvero conosciuti e altri no. Questo libro non è altro che una esplicita dichiarazione d’amore.

 

 

La figura che ha sentito più simile alla sua?

Una persona a cui tengo molto mi ha detto, dopo aver letto il libro: “Tu sei tutti loro, in ciascuno c’è una parte di te”. In effetti è così: in ognuno dei diciotto protagonisti del libro c’è qualcosa che mi riguarda, qualcosa che già possiedo o che desidererei possedere.

 

 

Theos Bernard è emblema di conoscenza?

Theos Bernard è assetato di conoscenza. È questo il motore che lo spinge a varcare confini proibiti e lontanissimi. Quando ho scoperto la sua esistenza (per puro caso, come è accaduto per altri… la casualità ha giocato un ruolo determinante per la nascita di questo libro) sono stata travolta dal suo spirito di avventura, dal suo coraggio e la sua incoscienza. Ho invidiato l’epoca in cui è vissuto, in cui il significato del termine “lontano” era completamente diverso rispetto ai giorni nostri. Oltrepassare i confini del mondo significava sconfinare davvero nell’altrove. Immaginiamo cosa poteva rappresentare il Tibet degli anni ‘30 per un occidentale cresciuto negli Stati Uniti. Ho cercato di capire, e di restituire, l’emozione che deve aver provato questo giovane, bellissimo uomo, la prima volta che ha varcato l’accesso a Lhasa, la città proibita, accolto come “uno di loro”, poiché considerato la reincarnazione di un Lama. Non era mai accaduto prima. È una storia emozionante, degna di un kolossal hollywoodiano…

 

 

Ci parli del rapporto che la legava a Vittorio Gassman

Vittorio Gassman è stato per me una sorta di padre putativo, l’ho investito io di questo ruolo, perché avendo perso mio padre alla stessa età in cui lui aveva perso il suo (14 anni) ho subito provato nei suoi confronti un affetto filiale. Lui capiva la mia mancanza, ne riconosceva il dolore. Era davvero una gioia passare del tempo insieme a lui, mi bastava ascoltarlo o semplicemente osservarlo. Era un uomo pieno di contraddizioni: intelligentissimo ma a volte naif, forte ma anche fragile, simpatico e antipatico. Pieno di sapere e di conoscenza: in un colpo solo avevo trovato una figura paterna e allo stesso tempo un maestro. Una bella fortuna.

 

 

La letteratura può creare legami più forti di quelli reali?

Io vivo con uno dei miei scrittori preferiti (Edoardo Albinati), direi quindi di aver risolto il dilemma! Battute a parte, penso che gli amori letterari non ti tradiscano, semmai accade il contrario, siamo noi a tradirli. Nel mio caso, come nella vita reale, coltivo amori longevi. Amo Albert Camus da quando ero ragazzina, lo stesso posso dire di Kafka (del quale ho un disegno tatuato sul braccio, tanto per chiarire il mio fanatismo). Poi ho avuto una folgorazione pochi anni fa leggendo (di nuovo, per caso) David Vogel, che ha rivoluzionato il mio modo di pensare la letteratura, di concepirla. È diventato, e credo lo sarà per sempre, un punto di riferimento. Quando scrivo penso a lui, cerco inutilmente di avvicinarmi all’impareggiabile perizia che dimostrava nella descrizione fisica dei suoi personaggi, così come della loro psicologia. Tuttora mi capita, leggendo e rileggendo le sue pagine, di commuovermi per la bellezza (la bellezza mi commuove, sempre). A lui ho dedicato un capitolo del mio libro che, senza modestia, considero il più riuscito. E a lui, misconosciuto gigante della letteratura, offro il mio modesto risarcimento. Ogni tanto mi arrivano dei messaggi di persone che dopo aver letto Corpi speciali si sono comprati i (pochi) libri di David Vogel. Ecco, fosse anche solo per questo, ha avuto senso scriverlo.

 

 

Ricordo e finzione, quale prevale?

Non vi è nulla di più ingannevole della memoria. Credo di essere stata onesta e in buona fede, ma se ciò non fosse vero, poco importa.

 

 

I luoghi e l’appartenenza, stiamo scivolando verso l’incapacità di saperne cogliere la storia?

I luoghi e l’appartenenza sono oggi concetti astratti. Possiamo dire banalmente che la globalizzazione ha uniformato i gusti, cancellando lo specifico, accorciando le distanze. Eppure credo, e voglio credere, che malgrado la superficialità di questi tempi, malgrado l’ignoranza, il solo calpestare le nostre strade, attraversare le piazze, entrare in una chiesa, ci costringa a ricordare chi siamo, o meglio, chi siamo stati.

 

 

È riuscita a rispondere alla domanda: “Cosa voglio fare veramente?”

No. Preferisco concentrarmi su cosa voglio essere.

 

 

Si può con la scrittura lenire il dolore delle assenze?

La scrittura ti rinchiude nella solitudine, ed è una condizione nella quale mi sento totalmente a mio agio. Credo infatti di aver cominciato a scrivere per trovare un alibi al mio desiderio di solitudine. Sono cresciuta con il dolore delle assenze, fa parte della mia vita, ma quel dolore è stato anche un serbatoio prezioso a cui attingere, senza il quale, forse, non avrei sentito la necessità di scrivere.

 

 

Progetti futuri?

Sto lavorando su un romanzo da qualche anno. Lo abbandono, lo riprendo. Non so cosa succederà. Ultimamente mi è tornata la voglia di girare dei documentari, e non è detto che non accada. Mi piace raccontare delle storie e ogni mezzo è lecito.

Intervista a Lorena Spampinato autrice di “Il silenzio dell’acciuga” Nutrimenti Editore

@CasaLettori dialoga con Lorena Spampinato, autrice di “Il silenzio dell’acciuga”, Nutrimenti

La famiglia in “Il silenzio dell’acciuga” ha diverse sfumature. Quale la più significativa rappresentazione?

“La famiglia nel romanzo è un perimetro, uno spazio che suggerisce un’appartenenza, la prima unità di misura – il primo strumento – per stabilire le distanze che ci separano dal resto. Quel perimetro è prima confine invalicabile, poi varco, possibilità.”

 

 

Diversità e similitudine, una correlazione con il presente?

“Il romanzo è ambientato nella Sicilia degli anni ’60. Da allora la superficie è mutata: le dinamiche familiari e relazionali sembrano essersi liberate dalle costrizioni di una volta, ci sentiamo furbi, moderni, emancipati. Il silenzio però resta, spesso a coprire retaggi che fanno fatica a lasciarci. E intanto il sessismo si fa sotterraneo, la sopraffazione velata, le pretese vengono normalizzate. E noi ci ritroviamo ad arredare questo mondo senza preoccuparci di cambiarlo. Compriamo tappeti colorati per non vedere la polvere.”

 

 

La madre è appena accennata, la necessità di definire un’assenza?

“La madre è il frutto di un immaginario, quello che Tresa si crea per buona parte della sua vita. Tresa non fa che interrogarsi sulla sua morte e sulla sua natura di donna, al punto da assegnare alla morte della madre un peso quasi politico, rivoluzionario.
La madre è morta quando Tresa era troppo piccola per ricordare: non c’è un lutto da digerire, solo il bisogno di una storia che dia senso all’assenza.”

 

 

“Un posto dove si poteva consumare la felicità”, la sua scrittura ha una cadenza molto poetica. Si possono conciliare narrativa e poesia?

“La forma romanzo non è un sistema chiuso, ha natura metamorfica: è duttile, inclusiva, onnivora. Io sono per la contaminazione, per l’ibrido.”

 

Nella vita di Tresa c’è una svolta significativa: un invito a cercare sempre la libertà interiore?

“Libertà” è una parola chiave nel romanzo. È apertura, rivoluzione, possibilità. L’unica via per scardinare ogni tabù e affrancarsi da un destino già scritto. Dopo un’infanzia di costrizioni Tresa imparerà a scegliere, a riappropriarsi di ciò che le è stato negato: il suo corpo, la sua voce.”

 

 

Dietro l’arroganza maschile quanta fragilità si nasconde?

“L’arroganza maschile è il frutto di una storia – una storia di attitudini cui aderire: virilità, violenza, misoginia, assenza di emotività – che per anni ha ingabbiato il maschile in uno stereotipo da cui è difficile tirarsi fuori. E come sempre accade, l’urgenza di soffocare ogni inclinazione naturale per aderire a tutti i costi a un ruolo che altri hanno stabilito per noi nasconde fragilità profondissime.”

 

 

Come definirebbe in 3 aggettivi Rosa?

“Vitale, scomoda, carnale.”

 

 

Il personaggio più difficile da delineare?

“Gero, il fratello gemello di Tresa. È il personaggio più ambivalente, più ambiguo. In lui coesistono istanze contrapposte: da un lato la meraviglia della scoperta, dall’altro il terrore del cambiamento.”

 

 

Quello che più le assomiglia?

“Tresa. Mi ricorda molto la bambina e la ragazzina che ero. Forse questo libro è il tentativo di parlare a lei, di dirle di non preoccuparsi, di non avere paura.”

 

 

È stata molto parca nell’uso del dialetto, come mai?

“Nel romanzo i dialoghi sono pochissimi. Volevo che il silenzio si prendesse tutto.”

 

 

La sua Sicilia è appena accennata, sono le figure del romanzo a definirla?

“La Sicilia è dentro Tresa. Tresa è l’isola a sud del sud, separata da tutto.”

 

 

La violenza e l’amore: il romanzo si muove su due traiettorie. Quanto è doloroso confrontarsi con le ferite dell’anima?

“L’idea che Tresa si fa dell’amore tiene insieme due opposti: da una parte l’emozione di una vita che si affaccia alle nuove scoperte, dall’altra il sentore dell’errore, dell’abbaglio. Il dolore viene da questo conflitto; così come il senso di colpa che allarga la sua ombra su tutto.”

 

 

“Il nero della pietra lavica, la cenere di terra scura”: un colore dominante che rappresenta stati d’animo?

“La cromia dei ricordi è simbolica. I primi anni di vita – quando Tresa e Gero vivono con il padre nella provincia catanese – sono cupi e grigi, quando invece ci si sposta nell’entroterra siciliano insieme a Rosa tutto si fa rosseggiante.”

 

È riuscita a far emergere la parte più nascosta di se stessa attraverso la narrazione?

“Dal silenzio qualcosa è venuto fuori.”

 

 

Progetti futuri?

“Per adesso porterò un po’ in giro Tresa, ne ha bisogno. Poi sono certa che sarà lei a portarmi da qualche parte.”

Intervista ad Emanuela Canepa autrice di “Insegnami la tempesta” Einaudi Stile Libero

@Casalettori dialoga con Emanuela Canepa autrice di “Insegnami la tempesta” Einaudi Stile Libero

 

In “Insegnami la tempesta” si percepisce “un magma interiore”. Una lettura psicologica dei personaggi?

“Forse, più dei personaggi, il mio desiderio di approfondimento era diretto a indagare un vincolo incandescente, quello della maternità. Perché è una dimensione su cui pesano molti tabù. Basterebbe pensare che quando ho cominciato a raccontare in giro di voler scrivere questa storia, c’è chi ha cercato di scoraggiarmi dicendo che, non essendo madre, non ero metalmente ed emotivamente attrezzata ad affrontare il tema. Una cosa che colpisce, soprattutto perché sono certa che su nessun altro tema, nemmeno quelli davvero distantissimi dalla mia esperienza personale, avrei subito lo stesso tipo di censura. Ma è un argomento inesauribile, e pieno di cose da dire. Come tutte le dimensioni molto trattate è anche appesantito da tanti clichè. E nel tentativo di scardinarli – non sta a me dire se ci sono riuscita – c’è ancora una spazio narrativo ampio e molto fertile, che è quello che ho cercato di esplorare.”

 

 

Quale è stata la figura più difficile da delineare?

“Senz’altro Irene, la monaca di clausura. Emma, la madre, non la vede da più da vent’anni, e Matilde, la figlia, è irresistibilmente calamitata verso di lei perché intuisce in questa donna uno scarto dalla norma che è lo stesso verso cui anche lei si sente attratta. Ma la la dimensione della fede per me è stata difficile da praticare narrativamente, e infatti in parte l’ho lasciata in ombra. La scelta di Irene – che di questi tempi costituisce davvero lo scandalo per eccellenza, la scelta incomprensibile – è una virata di assoluta libertà, ed questo è soprattutto l’aspetto che ho approfondito.”

 

 

Nella conflittualità madre figlia quanto pesa il non detto?

Non posso parlare in assoluto, non foss’altro perché ogni famiglia fa storia a sé, ma fra Emma e Matilde pesa senz’altro moltissimo. C’è in Emma l’obbligo morale a tacere tutto ciò che non sente conforme al suo ruolo di madre. Ma Matilde percepisce il peso di questo silenzio, e non fa nulla per ridimensionare la trincea che questo scava tra loro due.”

 

Che ruolo hanno le figure maschili?

“Se si eccettua il padre di Emma, ci sono solo due uomini importanti, che sono volutamente molto simili. Fausto, il padre adottivo di Matilde, ed Eugenio, il ragazzo di cui Matilde resta incinta. Sono entrambi uomini saldi ma dolci, presenti ma pronti a fare un passo indietro. E nel decidere se restare o allontanarsi, così come in molte altre dimensioni davvero importanti della loro vita, Emma e Matilde faranno scelte opposte.”

 

 

La verità ristabilisce l’ordine delle cose o sono necessari ulteriori passaggi?

“Non sono a mio agio con il costrutto della verità nelle relazioni. È un termine fulgido e rischioso, proprio perché ammantato di tutte le virtù e perciò più difficile mettere in discussione. Oltretutto, per definizione, è una parola molto sbilanciata verso una certa sfumatura astratta di oggettività. Ma nelle relazioni ci sono tante verità quante sono le persone in gioco, e allora l’unica speranza di coinciliazione, più che la verità, è semmai l’onestà emotiva, che non ha altra pretesa che dichiarare se stessa. Essere sempre onesti su quello che si prova, anche quando apparentemente questo mette in discussione il nostro ruolo. È un grande atto di coraggio, ma anche l’unico in grado di salvare le relazioni sul lungo periodo.”

 

 

Attraverso Matilde ha voluto raccontare il nostro tempo confuso?

“Devo essere onesta: no. Cerco di tenermi lontana dall’idea di lanciare un messaggio, specie se di portata universale. Non mi pare compito dello scrittore. Un giorno mi è venuta in mente questa famiglia, niente di più normale: madre, figlia, padre. Il mio unico obiettivo era di studiarne le reazioni di fronte a una provocazione importante, e raccontarne le vicende nel modo più trasparente possibile, dal centro esatto della storia, equidistante da tutti, e senza prendere le parti di nessuno.”

 

Caravaggio e la ricerca di spiritualità?

“Scegliere le tele di S.Luigi dei Francesi dedicate alla conversione e al martirio di S.Matteo è stato forse frutto più della volontà di rendere omaggio alla mia città, Roma, e al pittore che ne ha rappresentato meglio il cuore nero e senza pace. Che poi la sua pittura si presti straordinariamente bene a raccontare il lato tempestoso della fede, quello che rovescia e le certezze e annichilisce ogni punto di riferimento, è chiaro a chiunque lo conosca e lo ami. E certamente, in questo senso, era molto funzionale alla storia.”

Torna spesso la parola sacrificio, quale legame con la punizione del sé?

“Nella vita di Emma il legame è esplicito. Ogni patimento è il risultato del senso di inadeguatezza. Chi sbaglia, chi non è all’altezza, deve soffrire, e non per questo smetterà di pagare. Ci sono solo due brevi istanti nella vita di Emma in cui lei si illude di poter avere un’altra vita: l’incontro con Irene e la nascita di Matilde. Ma in entrambi i casi tutto le si rivolterà contro.”

 

La sua è una parola molto poetica, quanto tempo ha impiegato nell’elaborazione del testo?

“Moltissimo, è la cosa a cui tengo di più. Le riscritture sono sempre numerose, e non mi soddisfano mai. Che poi è anche la ragione per cui non mi rileggo. Provo un’invidia indicibile per gli scrittori che sono capaci di dire: ho scritto un bel romanzo. A me pare sempre tutto perfettibile, e soprattutto molto lontano dalla perfezione.”

 

In cosa si differenzia questa nuova prova narrativa da “L’animale femmina”?

“Come dicevo prima, non credo di tenere in grande considerazione l’aspetto riflessivo nel momento in cui comincio a scrivere. Quello arriva in un secondo momento. All’inizo si presenta l’urgenza di una storia, che è sgangherata, e non si tiene bene sulle gambe. Quindi c’è l’esigenza di darle struttura, solidità. Infine, quando lo scheletro è pronto, quella di scriverla nel modo migliore possibile. Ho fatto questo sia per il primo romanzo che per il secondo. In entrambi i casi la mia necessità è stata soprattutto essere fedele ai personaggi. Non mi sono mai preoccupata di riflettere sulle differenze tra un romanzo e l’altro. A cose fatta mi pare di poter dire che in questa storia ho cercato di gestire una coreografia di personaggi più ampia, mentre l’impianto di quello precedente era forse più classico e teatrale.”

 

 

La sua definizione di libertà travalica il reale. Una visione trascendentale?

“Trascendentale mi pare un aggettivo molto appropriato. È così. Nulla ha senso nella vita se non rimane acceso il nostro desiderio di muoverci tendendo liberamente al desiderio.”

 

 

Quanto l’hanno cambiata Emma, Irene, Matilde?

“Credo di aver scritto questa storia anche per chiudere i conti con la mia esperienza di maternità, che non c’è stata, e per mia scelta. Direi che mi hanno aiutato soprattutto in questo. Mi mancavano delle risposte, e se ora le ho trovate, è per merito loro.”

 

 

Programmi futuri?

“Sono cinque anni che scrivo ininterrottamente, tra il primo romanzo e il secondo non c’è stata soluzione di continuità. I miei programmi prevedono uno stacco totale. Ho bisogno di capire dove voglio andare, cosa voglio scrivere. E per far questo devo leggere, leggere moltissimo.”

Intervista a Lucia Calamaro autrice di “Nostalgia di Dio” Einaudi

@CasaLettori dialoga con Lucia Calamaro, autrice di “Nostalgia di Dio” Einaudi

 

Il dubbio pervade “Nostalgia di Dio”, un invito ad interrogarsi?

“Beh, ho sempre guardato con certa meraviglia, profondo sospetto e curiosità da zoologo gli individui abitati da certezze assolute.
Infondo non riesco a riconoscergli il carattere di umani.
Quelli che sanno tutto, che hanno capito tutto, che sono sempre sicuri, mi sembrano, di fatto, più vicini all’animale che all’umano. Bestie. Nobili bestie certo: lupi, leoni, altro…
Il fatto è che all’assenza di dubbio associo una qualità predatoria fondante, nonché un unico scopo esistenziale, per me noiosissimo e rozzo: dominare.
E non ho mai conosciuto una persona di vera fede, che non lottasse continuamente con le proprie esitazioni e titubanze.”

 

 

Cosa accomuna i suoi quattro personaggi?

“Una mezza idea di irrisolutezza, fuori luogo, tensione verso un sé diverso ma oramai quasi del tutto irraggiungibile. Ed è quel “ quasi” , che li salva, che li tiene in vita.”

 

 

Come nasce la splendida idea del “Dio bambino”?

“Eh, chi lo sa.
Ammetto che fa parte di quelle immagini interiori che emergono alla coscienza da sole, senza esser chiamate, senza che uno sapesse di saperle. Ma una volta emersa, mi è sembrata cosi chiara, cosi potente.
C’entrano sicuramente reminiscenze impasticciate di letture psicanalitiche, un crocicchio tra Freud e Winnicott e quel loro bambino onnipotente che ha quei suoi pochi anni e che poi, crescendo, muta in un umano qualsiasi, incerto e difettoso, e sempre poco all’ altezza dell’ esistenza.”

 

La visita delle sette chiese può essere letta come una metafora della ricerca interiore?

“L’idea di una cosmogonia insita nell’uomo, biecamente antropocentrica, che rifletta la struttura dell ‘universo, è una vecchia tentazione teorica, demodè, che mi sono permessa di assecondare.
Le chiese sono tappe, ma non si avanza, si gira intorno. Non c’è mai un traguardo, per questo prediligo la forma ellittica alla linea. La ricerca in effetti non ha inizio né fine, è, esiste. Somiglia al gironzolare quando non hai niente da fare. E forse non c’è ricerca, è solo che uno ogni tanto, camminando, trova.

 

A chi si è ispirata ideando la figura di Alfredo?

“A nessuno. Quindi a me. Quando non ho modelli, mi resto solo io.”

 

Descrive le relazioni affettive nella loro evoluzione. Quali le fragilità?

“Mi abita da sempre il sospetto che il bene voluto e ricevuto, non dovrebbe mai finire. Che una volta che fra le persone si è creato affetto, per quanto cambi forma, qualcosa di quel bene, dovrebbe persistere.
La fragilità degli affetti, che si spezzino, che scompaiano, mi risulta un errore di metodo. Certo, nella vita sono riuscita a ragionarmi, ma nei miei spettacoli mi piace metter su quest’ umanità eternamente affezionata , preda di un imprinting emotivo originario, un pò come le papere di Konrad Lorenz, ecco.”

 

Nella sperimentazione del sacro molto resta affidato al lettore.

“Non molto, tutto. Non credo si possa dire o mostrare. Il sacro, per me, appartiene a quelle zone dell ‘Ente tra l’invisibile e l ‘indicibile, e certo non ho la pretesa di smuoverlo da li.”

 

 

Le sue donne spezzano la visione di un femminile statico, quale la loro forza?

“Beh, pensano, studiano, vogliono, fanno. Un fatto che ancora oggi, incredibile, somiglia a una bella novità.”

 

 

Roma e il suo degrado, simbologia o realtà?

“Dispiacere. Roma è casa, ma è perennemente agli sgoccioli. Sembra sempre che non ce la farà più. Che non potrà continuare ad andare avanti cosi. Che stavolta proprio non si rialzerà. Ma questa è una visione poveramente umana, stringata e circoscritta. Una visione di gente che al massimo campa cent’ anni. E Roma, ovviamente, nel suo gestire millenni, è tra immutabile e impossibile.”

 

 

L’immagine dell’infanzia si coniuga con la meraviglia?

“Non c’è dubbio. Nessun altra età, nella suo grumo di potenzialità, riassume meglio il mistero. La partita si gioca nell’ infanzia, bella o brutta che sia. Tutto il resto oscilla tra il ricordo e la reinvenzione di quell’epoca mitologica da cui l adulto, povera cosa, proviene.”

 

 

Preghiera interiore e pensiero mentale, un viaggio verso infinito?

“Mi sono sempre di dispiaciuta di non aver studiato neurobiologia, di non essermi dedicata alle scienze cognitive o di non aver fatto l’ astronauta. Il mondo reale, la vita sulla terra, mi annoiano terribilmente : sembra tutto cosi piccolo. Lo spazio mentale invece, chi lo sa quanto misura? In effetti credo che uno degli infiniti possibili sia il dentro. Di solito ci passo parecchio tempo. Ultimamente un po’ meno, infatti annaspo: ma ci sto tornando.”

 

 

 

Nel libro la nostalgia è ricordo lontano?

“Non era esattamente questa l’intenzione ma poi chissà…
Per me è una misura specifica del dolore dell’ abbandono, ma non si sa di chi. Chi ci ha mollato qui? E l’effetto dell’ allontanamento da una fonte originaria di vita. Anche se casuale e arbitaria. E per me che sono una sentimentale, non c’è vita senza affetti.”

 

 

Assenza e distanza: due modi di rappresentare Dio?

“Più il dubbio, di cui parlavamo all’inizio, che Dio. Ma senza queste due difficili coordinate dell’asse cartesiano umano, assenza e distanza, non si sarebbe capacità simbolica…e tutto sarebbe solo quello che è. Personalmente non auguro a nessuno un mondo dove l orizzonte sia definito dal “ tutto qui”. L’altrove, ci salva.”

 

Il suo è un inno alla vita che resiste. È da questa resilienza che si forma l’Uomo?

“La vita nasce sempre in condizioni ostili, venire al mondo è un gran brutto momento . Per il neonato del fatto di cronaca che cito nello spettacolo lo è ancora di più. Mi piace ricordarlo. Nascere è faticosissimo. E se siamo capaci di nascere, anche nelle peggior condizioni, dovremmo essere pure capaci di vivere. Ma non sempre è cosi. Recuperare la spinta iniziale. Può servire.”

 

 

In un testo teatrale quando è importante la musicalità della parola?

“Per me tanto. Non uso musiche, la melodia è la parola, e i miei attori lo sanno. Ci tengo tantissimo a che, una volta raggiunto un accordo d’intenti tra loro e me, dicano i testi esattamente come li ho scritti, non tanto per “pruderie” d’autore, ma perché mi stonano.”

 

Progetti futuri di scrittura?

“Eh, sempre, viviamo condannati al progetto.
Attualmente due, e con sorpresa in entrambi riscopro una vena moralistica che mi piace, mi conforta, anzi: la rivendico, anche se mi hanno già accusata di latenza di eccessivo spirito conservatore. Non posso farci niente: sto cosi. L’amoralità del presente comincia a farmi impressione: rileggere Montaigne, Rousseau, Pascal, e non distrarsi, non demordere dall‘etica, è il mio obiettivo dei prossimi mesi.”

Intervista a Tommaso Melilli autore di “I conti con l’oste” Einaudi

 


@CasaLettori dialoga conTommaso Melilli autore di “I conti con l’oste” Einaudi

 

Cosa l’ha spinta a scrivere “I conti con l’oste”?

“Ero chef di un bistrot a Parigi da alcuni anni, stavo molto bene. Ma, sia nel tipo di cucina che nel modo di servire i piatti, mi sono reso conto che andavo alla ricerca di cose che venivano dal paese dove sono nato, che non conoscevo affatto salvo i ricordi di quando ero ragazzino. Immaginavo l’Italia dalla mia cucina di Parigi e non mi bastava più, mi ero stancato di immaginare: dovevo viverla.”

 

 

Che ruolo ha la memoria nella narrazione?

 

“La metà dei cibi che ci piacciono e che ci emozionano sono quelli che mangiavamo da bambini, o molto tempo fa. Quando si cucina per gli altri si deve sempre tenere conto di questa cosa, che la cucina è, in parte, una caccia alla memoria degli altri. E quando si raccontano le cose è uguale.”

 

Cosa ha significato tornare in Italia?

“Ho trovato un paese incattivito dalla solitudine, con tanti problemi che alcuni cercano di risolvere ogni giorno, e con troppi altri problemi che ci ossessionano e che in realtà non esistono. E non c’è niente di peggio dei problemi che non esistono: perché quando un problema esiste puoi provare a risolverlo, quando non esiste risolverlo è impossibile.”

 

La dimenticanza per chi parte è una protezione ?

“Ciascuno di noi dovrebbe poter vivere dove vuole senza dover giustificare le sue scelte. Abbiamo il diritto di dimenticare da dove veniamo, almeno fino al momento in cui le cose a cui non vogliamo pensare cominciano a corroderci da dentro.”

 

Perché la tradizione non esiste?

“Perché non la conosciamo. Non sappiamo cosa si faceva “una volta”, abbiamo solo delle idee minime. Quello che tutti chiamano “tradizione” è una storia che ci raccontiamo, una stampella alla quale ci fa comodo appoggiarci quando ci sembra di non reggerci in piedi.”

 

Il personaggio che l’ha incuriosita di più?

“Quello che ho conosciuto di meno, Pierre Jancou, che per me è il modello del nuovo oste.”

 

Qual è il talento di un cuoco?

“Saper ascoltare le persone che mangiano, anche quando non dicono niente.”

 

Quando la Cucina è Cultura?

“Quando ci convince ad assaggiare delle cose che diversamente non avremmo mangiato, che non avremmo riconosciuto come cibo. Quando fa scoprire il nuovo.”

 

Possiamo definire il suo libro una mappa sentimentale?

“Nel modo più assoluto. Non c’è alcun tipo di critica gastronomica, non mi interessa giudicare i miei colleghi, mi interessa dare loro voce.”

 

Tre aggettivi per definire “l’oste di frontiera”

“Affettuoso, libero e imprevedibile.”

 

Ha dimostrato che si può raccontare l’Italia in modo insolito ed originale, le sue impressioni sulla nostra penisola?

“Grazie! Intanto bisogna dire che non l’ho affatto girata tutta, l’Italia. Quello che più mi ha colpito e turbato è quanto le provincie e le campagne si stiano lasciando andare e si siano abbandonate. Ma in mezzo a tutto ciò ci sono tanti piccoli mondi da cui possono ripartire e ritrovare vita, e molti di questi sono legati all’agricoltura, al mangiare e al bere. Dobbiamo lavorare per moltiplicare questi piccoli mondi, per parlarne e farli diventare il sistema sanguigno delle nostre campagne. Non esiste un altro modo.”

 

Quanto è cambiato dopo la stesura del testo?

“Ho trovato una sinergia formidabile con tutti i dipartimenti della casa editrice con cui ho lavorato. Il libro non è molto diverso da come l’avevo inviato, ma tutto ciò che è cambiato è cambiato in meglio.”

 

Cosa è per lei la scrittura?

“E’ il miglior modo che conosco per capire le cose e – se le capisco – per offrirle agli altri.”

 

Continuerà il suo viaggio di ricerca e di scoperta?

“Prima di tutto ritornerò in giro per l’Italia per accompagnare il libro, e sono sicuro di scoprire tanto altro così. E’ un libro che parla di territori, se non andassi nei territori a portarcelo non avrebbe senso.”

 

Progetti futuri?

“Per il momento troppi e ancora troppo confusi! Si vedrà.”

Intervista alla blogger Sara Galletti Manfroni @Ladivoralibri

 

@Casalettori dialoga con la blogger Sara Galletti Manfroni, su twitter @Ladivoralibri

 

Come nasce la passione per la lettura?

“La passione per la lettura nasce per lo stesso motivo per cui nascono i grandi amori: il divieto di farlo. Ai miei genitori non piaceva che leggessi i best-seller che arrivavano a casa per corrispondenza, perché molti erano dell’orrore. Uno su tutti mi era proibito toccare, e fu proprio da quello che iniziai. Rintanata sotto il letto alto di mia madre, coperta dalla lunga trapunta, leggevo. Poco per volta allenavo la mia velocità di lettura per paura che i miei mi scoprissero prima che potessi arrivare alla fine della storia e perché volevo leggere più libri che potevo. Provavo delle sensazioni talmente esclusive, l’atto della lettura mi apparteneva come un segreto, che non misi mai più giù un libro.”

 

 

Leggere perché?

“Ci sono diversi motivi per cui si legge, per riconoscersi nelle parole di qualcun altro e abbattere la percezione di un’intima solitudine, per spostare i propri orizzonti abbracciando tempi e luoghi mai conosciuti, ma soprattutto per vivere delle storie. La possibilità che si ha leggendo è straordinaria, il tempo ha una valenza diversa quando viene messo nero su bianco e trasferito alla pagina, sfidiamo la mortalità. Scrivendo e, per motivi altrettanto necessari, leggendo la percezione è quella di lasciare una traccia significativa su questa terra. Penso a quell’ unicum che sono i frammenti di Saffo. Mentre li leggo la distanza, anche temporale, si azzera. Per questo motivo scrittura e lettura sono intimamente legate tra loro, perché senza l’una non esisterebbe l’altra.”

 

 

Con tre aggettivi come definirebbe il suo sito?

“Informale, preciso e appassionato.”

 

Come concilia la sua vita privata con la scrittura?

“Ci pensavo proprio l’altro giorno. La scrittura la vivo come pulsione. È una necessità, un bisogno che sento prepotentemente e in continuazione. Scrivo e leggo in qualsiasi momento io riesca a farlo. Per riuscirci, con due figlie piccole, mi capita di estraniarmi mentre giocano o di restare più del dovuto in macchina anziché salire subito in casa con la spesa oppure, quando il fisico ancora regge, scrivo mentre dormono e spesso mi detesto perché mi rendo conto di sottrarre quel tempo alla mia famiglia, ma è come se non potessi comandare l’istinto, diventa un automatismo, una specie di infermità mentale, una monopolizzazione che fa concorrenza al più fervido degli amanti.”

 

 

Nella scelta del libro da recensire quali le priorità?

“La priorità nel recensire un libro è la trasmissione della sua, mi si passi il termine inflazionato, bellezza. Quando finisco un libro ed è un buon libro o, meglio ancora, un ottimo libro, l’urgenza è quella di dirlo a tutti, a chi non l’ha letto e a chi l’ha già letto per avere un confronto. L’arte ha la capacità di stupire e di unire.”

 

 

A chi legge poco quale titolo consiglierebbe?

“Uno dei libri che mi porterei su quella famosa, e mai vista, isola deserta: I tre moschettieri di Dumas.”

 

 

Il classico nel quale si identifica?

“Madame Bovary. Flaubert era un genio.”

 

 

Leggendo le sue recensioni traspare una grande competenza linguistica, quanto è importante la parola oggi?

“La parola è importante perché sta alla base del pensiero umano. È uno strumento di cui l’uomo ha l’esclusiva, che lo definisce in quanto tale e che permette la circolazione delle idee. Penso che sia fondamentale anche se oggi si utilizzano molti altri codici di comunicazione, soprattutto visivi, lo vedo sulle mie figlie.”

 

 

Gli errori e i pregi dell’editoria italiana?

“Molti dicono, pubblicare meno, pubblicare meglio. Io trovo che in Italia ci siano molte realtà editoriali, anche piccole, che producono libri di qualità. Tutto sta nell’avventurarsi – accettando anche il rischio della sòla – in un regno che al giorno d’oggi offre molta più scelta rispetto a cinquant’anni fa. Nelle questioni di carattere economico non mi addentro, non ne ho le competenze. Certo che da lettrice appassionata quale sono mi piacerebbe potermi permettere molti più libri di quanti già non compri.”

 

 

Quanto sono importanti i blogger nella promozione di un testo?

“Dipende dal pubblico a cui si rivolgono. Penso che in molti, soprattutto giovanissimi, parlino un linguaggio, anche estetico – quelle tanto vituperate fotografie che accostano i libri al cibo, i libri ai fiori, i libri ai fiocchetti e ai pizzi, per intenderci – diverso da quello che spesso si propone con la critica letteraria da cui difficilmente vengono toccati. Credo che la competenza in materia sia fondamentale e che altrettanto lo sia la capacità di divulgazione. La trasmissione della cultura se elitaria serve a poco, perciò apprezzo anche quei blogger che vicino al libro ci piazzano lucine colorate e merletti. I contenuti però devono esserci. Altrimenti si parla del nulla.”

 

 

 

Se fosse ministro della Cultura quali le priorità?

“Ho una formazione classica ed una specializzazione in archeologia, perciò agevolerei la fruizione della cultura sotto ogni sua forma – l’insegnamento di qualità negli istituti scolastici sta alla base di questo concetto – e promuoverei la conservazione e la valorizzazione di tutto quello che ha interesse storico e artistico, permettendo ai tanti, ottimi professionisti che si sono formati nel settore dei beni culturali di mantenersi svolgendo una professione che venga loro riconosciuta come tale.”

 

 

Oltre a Twitter quali altri social frequenta?

“Utilizzo anche Facebook e Instagram, più in là non mi spingo, mi servirebbero giornate di 48 ore.”

 

 

Un sogno nel cassetto?

“Ne avevo due, il primo l’ho realizzato e ce l’ho accanto ogni giorno della mia vita, il secondo ha incontrato molte difficoltà a decollare nel panorama lavorativo attuale, ma mi ha portata ad essere quella che sono e ad incontrare la persona con cui ho realizzato il primo, tra i due decisamente il più grande.”

Intervista a Vittoria Baruffaldi autrice di “C’era una volta l’amore” Einaudi

@CasaLettori dialoga con Vittoria Baruffaldi autrice di “C’era una volta l’amore” Einaudi

 

Si può educare all’amore?

“Platone parlava di educazione all’eros: un viaggio graduale ed appagante che dalla bellezza fisica porta al bello in sé, e dunque al bene.
Noi avevamo l’inserto di Cioè e dei modelli molto tradizionali che ci educavano a tutto, fuorché all’amore. Così ci siamo improvvisate, e ora ci ritroviamo con il cuore nella rotula destra.”

 

 

Sono bellissime le “Puntualizzazioni amorose”, come nascono?

“Sono frammenti, alla Barthes, che mi piaceva tenere così, come fossero delle piccole illuminazioni dentro il caos dell’amore.”

 

 

Come raccontare il desiderio?

“Il desiderio è il motore dell’amore, perché è mancanza, canzoni in loop, Sturm und Drang, fogli inzuppati di lacrime, struggimento.”

 

Cosa ci insegna Eloisa?

“Eloisa vuole diventare la ragazza più colta della Francia, e invece si ritrova a essere la ragazza più innamorata della Francia, come qualunque sedicenne. Ma è amore vero il suo e, nonostante tutte le traversie, rimarrà fedele a quello che aveva provato. Ostinata, cocciuta, terrà aperta la ferita della sofferenza per ricordarsi chi è davvero lei.”

 

Si continua a credere nel principe azzurro?

“Credere nel principe azzurro – ovvero un concetto ideale – è una fregatura. Niente potrà bastare. L’amore, invece, è sentirsi se stessi all’interno di una relazione, se se stessi comprende alcune qualità e molti difetti, e le qualità sono spinte all’estremo e i difetti ben tollerati.”

 

Lou era una seduttrice, perché ha scelto di introdurla nella narrazione?

“Come non si può inserire la seduzione – gioco tra autentico e artificiale – all’interno del discorso amoroso? Lou voleva e non voleva, si concedeva e non si concedeva; solo di una cosa era certa: voler mantenere a tutti i costi la sua libertà, “osare tutto e non aver bisogno di niente”.

 

 

La vita amorosa di Simone de Beauvoir è pretesto per lanciare un messaggio?

“Simone è anticonformista, indipendente, finanche scandalosa, ma incline all’innamoramento. Stipula un patto con Sartre, fa promesse a Algren, definisce Lanzmann il suo “destino”. Sono cose che si fanno, e si dicono, quando si è innamorati, credendo di mettersi al riparo da istinti razionali e piccolo borghesi, quali la gelosia, il possesso, il controllo ossessivo dei like che lui fa alle altre.”

 

 

Come si può gestire l’assenza dell’amato?

“L’amato è sempre assente: è l’oggetto trascendente, impalpabile; un oggetto che sfugge sempre. Questa è la fatica amorosa, aver sempre più a che fare col vuoto che col pieno.”

 

 

Quanto si è divertita a scrivere “C’era una volta l’amore”?

“Molto. A forza di leggere biografie ed epistolari delle filosofe, sono diventate delle “amiche”, così contemporanee e così simili a noi. Si disperano, sono cocciute, amano profondamente. Divertenti, e consolatorie.”

 

 

Quanto si identifica nel suo personaggio?

“C’è solo una donna che vive il ciclo universale dell’amore: inizio, svolgimento, fine, e ancora inizio. Non c’è alcun pericolo: lei continuerà, e noi continueremo, a innamorarci ancora.”

 

 

Una definizione dell’innamoramento?

“Un meraviglioso stato di delirio. Accende le lucine quando sorride, propaga attorno onde elettromagnetiche, fa i fuochi d’artificio dentro la testa.”

 

 

Delle tre figure maschili presenti nel testo quale sceglie?

“Scelgo, con indulgenza, Abelardo: ambizioso, mitomane e piagnucolone. Non sa quali parole scegliere né quali argomenti addurre per placare la passione di Eloisa, ormai rinchiusa in convento. È “confuso”, è stato Dio a scegliere questo destino per loro, le dice, lui non ne può niente.”

 

È riuscita a conciliare l’attualità con la filosofia, quale cammino ha intrapreso?

“La storia che volevo raccontare – quella di una donna che ripercorre le tappe dell’amore, e prova a illuminarne il senso – ha trovato la sua chiave nella filosofia. La filosofia scandaglia il reale, senza ridurne la complessità.”

 

 

Cosa è per lei la parola scritta?

“La parola scritta comporta fatica. Ginzburg diceva: “Ho scoperto allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. È un cattivo segno se non ci si stanca.”
Mi piace stancarmi, ripensare ossessivamente a una frase, farmi visitare da immagini, trascorrere ore sulla scelta di un vocabolo.”

 

 

Cosa manca oggi alle donne per percorrere il cammino della consapevolezza?

“Dovremmo fare a meno di fingere di stare bene quando stiamo malissimo. Perché lo dice la società: la donna deve essere forte, pancia in dentro e tette in fuori.
Questa dittatura della positività passa sopra persone e corna e sentimenti perché non ha tempo da perdere; deve vincere, andare avanti, essere disumana.”

 

Tre aggettivi per descrivere il suo libro

“Agro, dolce, sensuale.”

 

 

Progetti futuri?

“Continuare a faticare con le parole.”