“Il mondo finirà di notte” Umberto Sebastiano Nutrimenti Editore

 

“Si guardano e scoppiano a ridere: a quindici anni non c’è bisogno di un motivo per essere allegre.”

Kyara è energia, entusiasmo.

È la frenesia di crescere.

La voglia di sperimentare un linguaggio nuovo.

La poesia che rompe gli schemi.

L’amore che arriva come un fulmine in un giorno normale.

Alex “cammina spavaldo” sotto la pioggia, la musica è sua compagna.

Due ragazzi come tanti che incrociano lo sguardo e tutto cambia.

Labbra che si accostano e cuori che battono.

“Il mondo finirà di notte”, pubblicato da Umberto Sebastiano, è un vortice che travolge.

Potrebbe essere il fuoco fatuo di un amore adolescenziale in una città che impassibile osserva.

Pordenone e le sue strade, i gruppi musicali, le serate e le false aggregazioni.

L’obbligo che viene scambiato per amicizia e condivisione, lo strappo che insegna a crescere e la leggerezza di un tempo troppo corto.

I sogni che si schiantano e diventano cocci mentre tutto cambia tonalità.

Al suono si sostituisce il frastuono, alla poesia la violenza del branco.

Umberto Sebastiano racconta la fragilità della generazione degli anni Ottanta, trovando un gergo poetico.

Quasi una cantilena che annuncia la fine dell’innocenza.

Non c’è scampo, solo i bagliori della complicità che dilaga e si fa colpa.

Orfeo non può salvare Euridice e le funi stritolano la carne.

“Dove sono finite le stelle?”

Se avete piacere di ascoltare la colonna sonora che scandisce il romanzo, troverete su Spotify un omaggio dell’autore.

Resta solo una scia luminosa.

Basta per rischiarare la notte?

 

 

 

“Crepuscolo e altre storie” James Salter Guanda Editore

 

“Vide il mondo come se fosse la prima volta, marciapiedi e architettura, i nomi famosi da mille anni.

Gli sembrava che la vita decantasse, che lasciasse depositare i sedimenti.”

È questa la sensazione che si prova leggendo “Crepuscolo e altre storie”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Katia Bagnoli.

È il senso di indefinito, i contorni sfumati, l’aura di mistero, lo scarto tra ciò che è e ciò che si deve immaginare a rendere preziosi gli undici racconti.

È come se la realtà venisse trasfigurata e trasformata mentre la luce crepuscolare avvolge tutto.

Non solo quella paesaggistica, è uno stato perenne di sovraeccitazione dei sensi, uno squilibrio tra i fatti e i pensieri dei personaggi.

Il lettore è continuamente sollecitato e mentre sta seguendo una coppia in una giornata qualunque c’è un fermo immagine.

Un povero uccellino senza vita e la quotidianità scompare, restano le lacrime e la solitudine.

Una condizione esistenziale che si ripete nella giovane attrice, nella donna che guarda a ritroso nel tempo, nei giovani avvocati, nella governante.

Tutti cercano qualcosa e nel tentativo di trovarla perdono se stessi, si disorientano, camminano come ciechi tra oggetti sparsi come fossero segnali lanciati da un altrove.

Splendidi gli incipit che contengono l’attesa, una pausa prima di entrare nella dinamica narrativa e l’attenzione ai volti, ai corpi.

In questa accurata descrizione si rende vero ciò che non è, si materializza l’essenza della personalità.

Si può vagare inseguendo una voce, cercare di aggrapparsi ai ricordi, sfuggire alle brutture sorridendo a un bambino, lottare contro il tempo.

“Per un momento vide dentro di sè profondità sconosciute, sforgorava di immagini.”

Sono questi abissi che ci regala James Salter grazie ad una scrittura acrobatica, carica di tracce e di simbolismi.

Nella conflittualità con il proprio doppio emerge la sconfitta dell’essere umano.

La fragilità, la creatività negata, le insoddisfazioni familiari.

Come ci si salva?

Accettando e vivendo a piente quel “momento unico, che non si ripete più.

Un Maestro nell’arte dialettica, nella strutturazione della minuscola e irripetibile storia, nella parola che sa costruire castelli immaginari.

Difficile abbondonare il libro dopo averlo letto.

Entra nel sangue e fa sentire diversi.

Si sono affinate le percezioni e anche di questo gli siamo grati.

 

“Certo che sì!” François Kasbi Elliot Edizioni

 

“Cito dei libri più che delle opere perché credo che le mie letture siano sempre state esistenziali.

Non ho mai avuto un gusto particolare per l’erudizione pura e cruda.

Ho cercato libri che mi insegnassero: la bellezza, la poesia, la pazienza, l’ascolto, l’amore”

Noi lettori abbiamo sempre sperato che la letteratura si trasformasse in vita vissuta.

È quello che cerchiamo disperatamente in ogni libro, quella luce che ci illumina e ci orienta nel cammino.

Finalmente François Kasbi esaudisce il nostro desiderio, ci fa percepire cosa significhi vivere per e con la Cultura.

Ci fa distaccare dalla materialità permettendoci di diventare puri spiriti.

Insieme al protagonista di “Certo che sì!”, pubblicato da Elliot Edizioni e tradotto da Chetro De Carolis, proviamo a fare un esperimento.

Celebriamo la parola scritta ma per riuscire nell’impresa dobbiamo avere il coraggio di lasciare fuori tutto.

Entrare in una dimensione parallela dove il sentimento viene evocato, trasfigurato, ripulito dalle scorie del quotidiano.

“È la storia di un uomo che si separa da una donna per consacrarle un libro.

È la storia di un uomo che sa che un giorno dovrà scegliere tra la letteratura e la vita.

È la storia di un uomo che ha scelto la letteratura.

Per celebrare una donna.

E la vita.”

Nient’altro che scrivere.

Ma cosa è la scrittura?

Una sublimazione dell’amore?

Scegliere di lasciare Clarisse, colei con la quale ha condiviso “tredici o quattordici anni”, significa sacrificare se stesso, escludere la gestualità.

Farsi desiderio e passione.

Immergersi nella solitudine dell’anima e provare a mettere su carta la purezza del vincolo affettivo.

“E dunque, poichè lo sguardo che si porta su quanto si è vissuto evolve: fissare il momento prima che la sua percezione si alteri col tempo.”

La letteratura diventa “scuola di sopravvivenza” attingendo all’esempio di Balzac, Proust, Verlaine.

Ed ecco che i frammenti dei loro scritti diventano palpitanti, entrano nella trama da protagonisti.

Raccontano la relazione tra corpo e spirito, permettono di comprendere il mistero dell’esistenza.

Difficile definire questo testo meraviglioso.

Un saggio, un’antologia, una sperimentazione.

“La scrittura di questo libro è possibile solo se non si crede all’impermeabilità tra i libri e la vita.

Se si crede che hanno qualcosa a che vedere.”

L’affermazione di Flaubert rappresenta perfettamente la poetica dello scrittore.

Bisogna guardare le stelle e dire:

《 Mi sa che vado》”.

Una trasfigurazione letteraria che vi farà sognare.

Non perdetevela.

 

“Nel nome della madre” Aimara Garlaschelli Einaudi Editore

 

“Cos’è madre e cos’è figlia

Oltrepassata la soglia del tempo?”

Nella ripetizione di una ritualità antica non c’è spazio per il mio e il tuo.

Il grembo si fa nicchia e tale resta anche quando non c’è linfa per nutrire e accudire.

La terra sterile grida al mare che saccheggia vite e nell’urlo che sovrasta il borbottio delle onde il dolore si rapprende in lacrime di sangue.

Quei figli naufragati sono nostri, è questo il messaggio forte di “Nel nome della madre”, pubblicato da Einaudi.

Si ripete una litania che è stata mantra e conforto:

“Stella del mattino

Stella maris

Mater dulcissima

Domus aurea

Torre d’avorio”.

È l’invocazione delle nostre ave, codice genetico di una cultura cristiana.

Oggi sono necessari nuovi ritmi, nuove cadenze.

La realtà che ci ha spodestate, denudate, martoriate.

I nostri corpi mostrano le ferite inferte ai nostri figli e noi possiamo soltanto urlare la nostra rabbia.

Aimara Garlaschelli diventa voce universale e unisce con i suoi versi maschile e femminile.

Racconta l’umanità ridotta in frantumi, annichilita.

“Nelle vene solo silenzio

E vento di neve; sul volto

L’ombra di occhi scolpiti

Sulla veste di marmo i tuoi palmi

Abbandonati aperti

In un corpo a corpo con i muri

Nello spazio intimo del mondo.”

Ma esiste ancora intimità o si cede alla lusinga di specchi opachi?

Ogni verso ci redime, ci accosta a quella parte di noi dimenticata, ci fa sentire stretti da un vincolo che è culturale ed affettivo.

“Se tu non sai dove sei

Io dovrei esserti casa

Assegnare un tempo e un luogo

Perché l’esserci sia vero

Ma dove sono, ogni cosa è Uno.”

Uno è l’inverso di Tanti, è la morte della civiltà, è la solitudine di monadi che si dispendono nell’ampiezza un un Universo fatto di visionarie allucinazioni.

La raccolta si espande in forme metriche accurate, stilizza in immagini le percezioni, si fa rondine che continua a volare.

Mentre i cieli si rabbuiano la luce della parola ha il sopravvento.

È materia viva, spiritualità che non ha bisogno di altarini di un credo che non assolve nè perdona.

È tempo di cantare e nella compattezza articolata del pensiero tornare ad essere Carne che si consacra all’unica verità possibile.

Prima bisogna liberarsi dal peso di zavorre populiste, ritrovare la terra incantata dell’infanzia, correre a perdifiato nei sentieri della purezza espressiva.

“Non piangere,

ascolta i dolci passi della notte

sono il canto della rondine

in volo, sulla via del ritorno.”

Una meditazione sulla vita e sulla morte, una rivisitazione contemporanea della mitologia legata alla maternità.

Finalmente sono stati abbattuti i piedistalli, siamo noi con i piedi e le mani e il cuore con le nostre sconfitte e i nostri progressi.

Insieme sorelle e compagne e padri e figli: una carovana che va verso il sole.

 

“Il Tullio e l’eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino” Davide Rigiani minimum fax

 

“Intanto si può già dire che tutto era cominciato la sera in cui il papà del Tullio aveva trovato un bruco geometra nell’insalata.

Era agosto, un venedì.

Quel giorno il Tullio compiva dieci anni.”

Un incipit folgorante e molto circostanziato nel tempo e nello spazio.

Dettaglio fondamentale che caratterizza “”Il Tullio e l’eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino”, pubblicato da minimum fax.

La struttura narrativa è lineare pur nelle infinite disgressioni creative.

Un libro esplosivo, dinamico, che si differenzia da ogni altra sperimentazione linguistica.

Affermo senza ombra di dubbio che Davide Rigiani ha una voce unica, originale e fantasiosa nel panorama culturale internazionale.

Non costruisce la storia ma più stratificazioni senza perdere mai di vista il nucleo centale.

Ci presenta una famiglia speciale: mamma tuttofare in una banca, papà “poeta avanguardista”, sorella maggiore, una nutrita schiera di gatti e il piccolo Tullio.

Un bambino con spiccata sensibilità e una filosofia di vita molto intrigante.

Riuscire a passare inosservato quando la timidezza ha il sopravvento.

Non comprende la matematica perchè troppo logica e la sua testolina preferisce vagare negli spazi di una fervida fantasia.

Ha una predilezione per i “superlativi iperbolici”, ha già intuito che non esistono le mezze misure in un mondo molto omologato.

I Ghiringhelli saranno strampalati ma hanno un grande pregio: sanno dialogare e condividere le scelte.

Entra nella loro esistenza un animale molto strano, un eolao.

Caratteristiche fisiche che non lo collocano in nessuna categoria, una lingua composita dove domina il suono, l’empatia per il suo giovane amico.

Ama il dentifricio ad azione sbiancante, i biscotti e i bambini.

Lo conoscerete pagina dopo pagina e sentirete uno strano afflato.

Tra mille avventure si sviluppa una traccia animata, mai statica.

Il linguaggio è rutilante, fonico, geniale.

La forma del testo non si ripiega su se stessa, regge senza un cedimento, le 469 pagine  si leggono d’un fiato.

Immerge in un territorio che ci riporta all’infanzia, alla giocosa spensieratezza non turbata da sovrastrutture mentali.

Offre una visione della Svizzera che scardina con competenza le assi portanti di un modo di essere.

Racconta la diversità come valore.

Sfata il mito della bellezza fisica.

Può essere definita una favola ma è molto di più.

È l’ironia sottile, il valore aggiunto di un messaggio forte.

Essere liberi e cercare nella quotidianità quegli spiragli che permettono di ideare, sognare, inventare mondi alternativi.

Adatto a tutte le età, da condividere nelle scuole e nelle case.

Credetemi, vi sorprenderà.

Complimenti all’autore.

 

“Primo amore e altri affanni” Harold Brodkey Fandango Libri

 

 

Come definire “Primo amore e altri affanni”, pubblicato da Fandango Libri e tradotto da Grazia Rattazzi Zambelli?

Una mappa dei sentimenti nelle varie fasi dell’esistenza, la leggerezza di una descrizione che deve comunicare, la purezza di una scrittura che non si ripiega su sè stessa.

Una raccolta di racconti dove l’America è presente nella sua complessità.

È la lussuosa residenza dei ricchi, è la strada abbandonata della periferia.

È il guizzo di chi osserva e non comprende la suddivisione in ceti.

È l’adolescente che non ha mai vissuto l’infanzia e trova la forza di inventarsela.

È il padre malato, ingombro e peso, la madre dalla bellezza sbiadita.

“Nella primavera dei miei sedici anni, quello che più desideravo al mondo era di riuscire ad essere qualcuno, da grande.

Non sapevo che ci potesse essere altro modo per farsi amare.”

Frasi spiazzanti che vanno assaporate e inserite in un contesto che travalica il libro.

Un filo conduttore potrebbe essere la dilatazione del sè.

Cosa appare allo specchio? Chi è l’Io se riferito agli altri?

“Sapevo che avrei superato la prova della mia giovinezza e sarei stato perdonato.”

Tra salite e discese si snodano le esistenze mentre il tempo inverte la sua rotta, con i suoi ingranaggi modifica i lineamenti, affina le sensibilità, esclude o include attraverso un gioco che sembra casuale.

Ma non c’è niente di casuale nella scrittura di questo maestro della letteratura americana.

I riferimenti alla Poesia Metafisica e all’amore platonico offrono una possibile ulteriore interpretazione.

Ci si chiede quanto gli strumenti educativi e le conoscenze filosofiche possano influire sul nostro modo di amare.

L’autore ci invita a mettere in discussione il modello preconfezionato, ad aprirci all’esperienza.

Nelle storie di Laura si intersecano desiderio e senso di colpa, inadeguatezza e speranza.

L’apice è stato raggiunto e dell’amore continueremo a balbettare il senso.

Viverlo all’ombra di quei palpiti che ci rendono vivi.

 

“Il rosmarino non capisce l’inverno” Matteo Bussola Einaudi Editore Stile Libero

 

“A cosa pensa una donna quando, assordata dalle voci di tutti, capisce all’improvviso di aver soffocato la propria?

Di non essersi mai davvero prestata ascolto?

Cos’hai pensato tu, la mattina o il pomeriggio o la notte in cui, per la prima volta, lo hai capito?”

Una lettera rivolta a tutte noi, incalzante, poetica, capace di restituirci le tante sfumature del nostro cammino.

La prefazione di una profondità che disorienta è solo l’inizio del percorso che ci propone “Il rosmarino non capisce l’inverno”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero.

Racconti strutturati, perfetti, penetranti.

Lame che penetrano nella carne, mettono a fuoco stati d’animo, regalano esistenze.

Nella gioia, nel dolore, nella malattia, nell’incertezza, negli inciampi, nelle corse, nel respiro affannato, nella tragedia, nella rabbia: una girandola impazzita che mostra l’attimo del ripensamento.

Il momento in cui la giostra si ferma e sei sola con te stessa.

Ti guardi intorno e sai che è il tempo della scelta.

Nella rarefazione delle lancette esistenziali Matteo Bussola riesce a guardare in controluce.

Madre, moglie, figlia, compagna si scrollano di dosso etichette di una catalogazione subita e incedono.

Non sono concessi tentennamenti o ripensamenti perchè la vita non dà tregua.

Quando il passo si fa lento o il rimpianto brucia la gola,  le lacrime sgorgano, il distacco è difficile, è l’umanità che fa capolino.

E questa immensa, meravigliosa dote che ci rende unici e speciali diventa storia.

Raccontarla significa disegnare una cartografia affettiva dove ogni respiro, ogni sgomento, ogni pausa sono necessari.

Accorgersi di avere scalato la montagna sbagliata, saper perdonare e accogliere, sognare un amore forse impossibile, condividere la sofferenza, voltare pagina, scrivere a chi non c’è più, imparare il linguaggio di un cane, accontentarsi di un addio.

Trovare lo spazio per essere se stesse ed accettarsi, essere guerriere e fiere anche quando la rinuncia è l’unica alternativa.

“Andare oltre le apparenze e gli steccati..

Guardare sempre e solo alle persone.”

Il libro aiuta a guardarci allo specchio, a sorridere, piangere, danzare, cantare.

Ad essere vere a qualunque costo e a credere nella scrittura che ci permette di conoscerci e conoscere.

Un testo da leggere spegnendo i pensieri e seguendo il flusso di emozioni che l’autore sa regalarci.

 

 

“Anni sessanta” Maria Luisa Agnese Neri Pozza

 

“È sbagliato dimenticarsi del passato in quanto passato, perché è come togliere a un animale l’istinto.

E questo sarebbe come ucciderlo completamente.”

Maria Luisa Agnese sceglie De Andrè a conclusione di una commovente introduzione al suo “Anni sessanta”, pubblicato da Neri Pozza.

C’è l’urgenza di ribadire che bisogna mettere da parte la nostalgia quando si torna indietro.

È una tecnica che impedisce la manipolazione del ricordo, gli impedisce di essere falso.

Perché raccontare proprio quegli anni?

Come sono nati e soprattutto cosa hanno lasciato?

“Sembra di entrare in un mondo parallelo.

C’erano possibilità larghe e aperte che prosperavano insieme al Pil, salti di classe, di regione, tutto è possibile.”

È questa l’aria che si respirava mentre il jukebox diventava oggetto di culto.

L’approccio della scrittrice è scientifico, va per gradi, illustra il contesto familiare e sociale.

Ogni capitolo sviluppa una tematica con un criterio rigoroso.

Date e cifre significative si mescolano con il boom economico e il fermento culturale.

La scuola, la famiglia, le gite in Riviera, i primi amori.

Le feste, l’assenza di un’educazione sessuale, i viaggi di formazione: foto di un album che fa luccicare gli occhi.

Le letture e la smania di conoscere l’Oriente, i gruppi musicali e la difficile scelta tra i Beatles e i Rolling Stones.

“È l’Italia del Cantagiro, del Festivalbar, del Disco per l’Estate, sembra modellata sul Giro Ciclistico, dove il carrozzone del giro della canzone – inventato da alcuni impresari dell’epoca, Gianni Ravera, Ezio Radaelli e Vittorio Salvetti – è acclamato a ogni tappa, piano piano la musica da ingenua e spontanea si sta trasformando in prodotto studiato per fare soldi e creare posti di lavoro.”

Le pagine dedicate ai cantautori sono viaggi all’interno delle città mentre “Contessa” crea uno spartiacque politico.

La minigonna e lo spirito di ribellione, la tv e il teatro, la scoperta di Pavese e i film di Bertolucci.

Correndo molti perdono la rotta, altri conoscono la meditazione e noi, poveri reduci, cerchiamo con tenacia di non disperdere le energie positive.

Si assapora “un mix di madeleine private e pubblici cambiamenti.”

“Verso nord” Willy Vlautin Jimenez Editore

 

“Non rimandare come rimandi tutto, stavolta non te lo puoi permettere.

Sei una brutta persona.

Hai rovinato tutte le cose belle che ti sono capitate nella vita e hai fatto andare tutto sempre più a rotoli.

Andrai all’inferno.

Non importa quel che succede, tu comunque vivrai all’inferno per sempre.”

Allison scrive a sé stessa ed è impietosa.

Ogni foglietto viene bruciato come liberazione o scotto da pagare.

Le parole dovrebbero aiutare a liberarsi da un peso troppo pesante per una ragazza di ventidue anni.

La violenza subita, l’alcolismo della madre, la brutalità del fidanzato: è questo il tessuto sociale nel quale ha vissuto e continua a far finta di esistere.

Forte è la tentazione di sparire, lasciare solo cenere, nessun messaggio, nessuna impronta su una Terra maledetta.

L’America è una voragine che inghiotte chi non sa difendersi, è inferno che brucia le carni.

Le lacrime scorrono e nessuno le raccoglie, si dispendono e non si trasformano perché questa non è una leggenda.

È la cruda, devastante realtà di una generazione che cerca il piacere nelle droghe e nello stordimento dell’alcool.

È la periferia dove ogni casa ha grate alle finestre, dove nessuno si fida di nessuno.

Quando si accorge di essere incinta Allison comprende che è il tempo della fuga.

Deve uscire da una relazione che la vuole schiava, deve imparare a sperare.

“Verso nord”, pubblicato da Jimenez Editore e tradotto da Alessandro Agus, contiene già nel titolo un messaggio chiaro che si andrà svelando nel corso della narrazione.

La protagonista compie un gesto di infinito coraggio, sceglie di far nascere il suo bambino, lo affida a una famiglia che potrà accudirlo con amore.

Ma certe scelte sono strappi dell’anima, sono punizioni immeritate.

Willy Vlautin riesce a comunicare i sentimenti, a narrare la disperazione e la rinascita, la fragilità e la forza.

Tratteggia caratteri, contesti paesaggistici, disarmonie sociali e stelle che appaiono all’impovviso.

Ed ognuna contiene il miracolo della guarigione.

Un romanzo struggente dedicato a tutte coloro che vogliono liberarsi dei loro carnefici.

È possibile, basta iniziare a camminare.

Una prosa curata, un ritmo mai costante.

Uno sconfinamento nei territori della speranza.

 

 

“Gli uffici competenti” Iegor Gran Einaudi Editore

 

 

Iegor Gran sa raccontare la Storia con competenza, intelligenza ed ironia.

Trasforma un evento realmente accaduto al padre in una pièce teatrale che suona come un monito.

Riesce ad estrapolare il suo intimo e doloroso vissuto in un racconto collettivo regalandoci un romanzo di altissimo livello culturale.

“Gli uffici competenti”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Giuseppe Giramonti Greco ed Ezio Sinigaglia racconta la Russia durante il governo Chruščëv.

Non viene taciuto ciò che ancora viene negato o sotterrato nelle buie stanze dell’oblio.

Finalmente la verità su un regime che ha soffocato la cultura e la libertà di pensiero.

Il libro è prezioso perché ci fa assistere in diretta alle perquisizioni, alla ricerca di pericolosi sobillatori, alla stupidità e ignoranza dei dirigenti e dei sottoposti.

La figura del tenente Ivanov è emblematica, rappresenta la miseria intellettuale, il bigottismo, la visione dogmatica di un potere che conosce solo la forza da opporre ai venti di ribellione.

Commovente lo sciopero degli operai nel giugno 1962: “venticinque cadaveri. Una trentina di feriti”.

La folla si disperde terrorizzata.

“In men che non si dica, la piazza è vuota!

Scarpe abbandonate, una reticella della spesa, giornali, caschi, occhiali, bigodini..

E nello stesso istante si comincia a ripulire.

Quasi che si trattasse di un malinteso da dimenticare al più presto.”

È questa la strategia del terrore.

Ma c’è un altro aspetto altrettanto interessante.

Un paese povero è allettato dai beni di consumo che arrivano dall’Occidente.

Gli abiti, i jeans, la musica: tutti pericolosi strumenti di perdizione.

L’accanimento maggiore si ha nei confronti dei libri che raccontano la verità.

La struttura narrativa parte proprio dalla tenacia nel voler sventare l’autore di un libricino intitolato: “il realismo socialista”.

Come ha fatto lo scrittore ad eludere la rigorosa sorveglianza e riuscire a far pubblicare il suo testo in Francia?

È una caccia all’uomo tra mille supposizioni e una rete di collaborazionisti.

Che stia nascendo un altro Pasternak?

Iegor Gran mette alla berlina un sistema, lo inchioda alle proprie responsabilità, ne mostra la vanesia frenesia di essere i migliori.

Quando arriva la resa dei conti e si scopre chi è “il colpevole”, colui che ha utilizzato la scrittura per fare propaganga antisovietica, succede qualcosa che nessuno si aspettava.

È un piccolo fuoco, una ribellione, il segno che forse l’aria sta cambiando.

Mi piace pensare che questo bellissimo testo aiuti a comprendere il presente per scegliere da che parte stare.

Si impara tanto, si vivono momenti indimenticabili e si conoscono personaggi che pur nella finzione letteraria sono tragicamente veri.