“L’arte dell’henné a Jaipur” Alka Joshi Neri Pozza

 

Il carattere intraprendente di Lakshmi Shastri è filo conduttore di un romanzo bellissimo.

Pagina dopo pagina impariamo a conoscerla.

Scopriamo che ha avuto il coraggio di abbandonare il marito violento e fuggire, pur sapendo che la sua scelta sarà causa di una frattura indelebile con i genitori.

Affronta la città e grazie alla perizia nell’utilizzo dell’henné riesce a conquistarsi la clientela che conta.

Ha tanti progetti quando come un fulmine entra nella sua esistenza la sorella Radha.

Una serie di eventi inaspettati costringono la protagonista a decisivi cambiamenti.

“L’arte dell’henné a Jaipur”, pubblicato da Neri Pozza, è viaggio nell’India post coloniale, esperienza sensoriale, magia di colori e sapori.

È tradizione di una terra ancorata al passato, studio antropologico di una società divisa in caste, luogo del privilegio di poche famiglie che contano.

È profumo delle spezie, segreto delle erbe,  celebrazione dei riti.

Alka Joshi affascina grazie ad una scrittura musicale e armoniosa.

Con competenza riesce a regalare un affresco che non trascura nessun dettaglio.

Ha uno sguardo attento alle gerarchie e sa narrare il ruolo delle donne.

Delinea personaggi dalla forte personalità, capaci di dirigere la gestione della famiglia con una forte dose di astuzia.

È alla sua protagonista che dedica le pagine più intime.

Una figura che entra a pieno titolo tra le eroine della letteratura mondiale e spezza il circolo vizioso di un asservimento al potere.

Libera e intransigente con sè stessa, pronta a rinunciare ai sogni pur di non perdere la propria identità.

Un libro che attrae per la qualità stilistica, per la sincerità dei sentimenti.

Indagine raffinata sulla psicologia maschile, sulla maternità e sull’importanza del nucleo familiare.

“Le mie capacità, il desiderio di imparare, l’aspirazione a una vita che potessi considerare mia: ecco le cose che avrei portato con me.

Erano parte di me stessa come il sangue, le ossa, il respiro.”

Una grande lezione da custodire.

“L’ascensore di Prijedor” Darko Cvijetić Bottega Errante Edizioni

 

“Il Condominio rosso (“Abitato 101”) nell’anno 1975, nel giorno in cui ci si trasferirono, aveva quattro ascensori (marca Schindler), due per ciascun lato, A e B.

Ogni lato aveva un ascensore piccolo e uno grande (marca Schindler). Il piccolo per le persone, il grande per gli insediamenti e i traslochi, per i gruppi e cose simili.

I vecchi inquilini ricordano ancora l’odore del trasferimento nel nuovo spazio: un mostro di tredici piani con una grande terrazza e una vista sulla città che solo gli aviatori si sognavano.”

Un palazzo verticale, luogo di condivisione e di interazione.

Struttura sociale che non regge alla guerra e si sfilaccia lasciando scie di morte.

Darko Cvijetić racconta le sorti della Jugoslavia attraverso le micro storie degli abitanti di un condominio.

Mostra la devastazione che il conflitto ha provocato nelle relazioni e lo fa con una scrittura affilata.

La sua competenza di drammaturgo emerge in un costrutto che si sviluppa per immagini.

Nella scansione dei capitoli c’è la necessità di raccontare la realtà di una terra martoriata.

“L’ascensore di Prijedor”, pubblicato da Bottega Errante Edizioni e tradotto da Elisa Copetti, si distingue per la eterogeneità degli stili e per l’immediatezza nel narrare gli eventi.

Taib, “affondato nella solitudine come in un’acqua torbida”, la misteriosa donna velata, Buco e Tica come uccelli che hanno confuso la rotta, Sonia e la passione per il teatro: solo ancuni dei tanti personaggi che animano il testo.

Ognuno è ricordato con il suo nome di battesimo nella speranza che non si perda il senso del loro esistere.

“La morte ha tolto a quelle morti ogni fascino romantico trascinandole in una vera tragedia alla Dostoevskij, che non potevano né sapevano gestire.”

Una città nera come il carbone mentre la neve fitta copre tutto.

Ed il contrasto di colori rispecchia il presente e il passato.

Resta intrappolato il futuro nelle menti dei superstiti che ancora si chiedono sbigottiti il perchè di un conflitto che li ha resi nemici.

Da leggere per non dimenticare e per difendere sempre gli spazi di integrazione.

“Perché le differenze non diventino odio, i confini non si trasformino in muri e perchè le nazioni continuino ad essere terre di molti popoli.”

 

 

“Le minime di Malinconico” Diego De Silva Einaudi Editore

 

 

“Nella vita vera non posso cancellare, tornare indietro, ripensare a quello che ho detto, correggerlo.

Allora scrivo per prendermi la rivincita sulle parole.

Per raccontare come sarebbe andata se avessi scelto quelle giuste.”

“Le minime di Malinconico”, pubblicato da Einaudi Editore, ci regala uno sguardo trasversale utlissimo per riorientare le idee.

Si sperimenta il bianco e il nero, la possibilità A e quella B, la salita e la discesa.

Ci si sente attraversati dal Tempo che “passa e non è a disposizione di nessuno”, da non sprecare e vivere con consapevolezza.

Ci si domanda quanto si è coerenti con sè stessi e con gli altri, quale parte decidiamo di interpretare, se siamo vittimisti o vigliacchi.

Ogni frase merita attenzione e riflessione, scombina l’ordine che ci siamo falsamente costruito e ci mette un pò in crisi.

È come se la nostra coscienza ci parlasse con voce decisa ricordando che “viviamo in una società isterica che cova rancore e desiderio di rivalsa ma non lo dice, non si oppone apertamente al nemico e non lo sfida, piuttosto aspetta l’occasione per prenderlo alle spalle o lavora sottobanco per fregarlo.”

Mi piace paragonare questa meravigliosa raccolta di pensieri ad un vademecum dove trovare pezzi che mancano al nostro puzzle personale.

Ma attenzione, Diego De Silva sa anche provocare, ironizzare, emozionare.

Sa sorridere delle sbandate, non nasconde le indecisioni, racconta l’essenza dei sentimenti, spiazza quando afferma che “la solitudine è bellissima, quando hai qualcuno.”

“La delusione è il più didascalico dei sentimenti.

Guarda in faccia una persona delusa e nove volte su dieci capirai perchè.”

Come si fa a non amare Vincenzo Malinconico?

È espressione sfaccettata di ognuno di noi ed ha il coraggio di ammetterlo.

È abitato dal dubbio, sa mettersi in discussione, si diverte a giocare con le assonanze verbali.

Possiamo finalmente averlo accanto e state certi, saprà trovare la frase giusta per tutti.

E soprattutto ci ricorda che “la vita va presa, usata, spesa: al limite sprecata.”

 

 

“Fantasia floreale in un antico giardino inglese” Walter Crane Elliot Edizioni

 

“Ho sognato un antico

Giardino

I cui fiori hanno

Sembianze umane

E per diletto

Impersonano

Scudieri e dame.”

“Fantasia floreale in un antico giardino inglese”, pubblicato da Elliot Edizioni, è una perla rara.

Il viaggio nel liberty in compagnia di Walter Crane, pittore e illustratore inglese, ha la leggerezza di una prosa ricca di metafore.

Al Tempo che corre senza lasciare scampo si oppone una Natura rigogliosa che riesce a trasformarsi.

Metamorfosi che si rifà alla mitologia con note suggestive inusuali.

“In un angolino

Del verde manto

I fiori si mascherano

Da donne

E uomini.”

Campi intessuti d’oro, corolle che si schiudono, cavalieri misteriosi: sembra di essere nel paradiso delle percezioni.

Forti i colori, dominante l’oro, intense le visioni poetiche.

Una danza o una lotta poco importa, è l’incontro di specie che nel fronteggiarsi si mostrano.

“La graziosa

Erba

Soldina

Si stende e

Propaga

Finchè i

Pensieri felici

Le bisbigliano

Come sollevarsi.

Così monta su

Una scala di

Giacobbe.”

Mentre Narciso si specchia pensoso, altre figure si stagliano maestose.

Caratterialità estreme nella fierezza di una bellezza esplosiva.

Umano e soprannaturale intessono una trama di sogni immaginati mentre le immagini lasciano presagire un ulteriore viaggio nelle terre dell’Arte.

Un prezioso volume da sfogliare nelle notti senza luna e senza stelle.

Sarà la fiaccola della speranza in questa fase storica incapace di regalarci chimere.

 

“L’esatta sequenza dei gesti” Fabio Geda Einaudi Editore

 

Fabio Geda, in “L’esatta sequenza dei gesti”, pubblicato da Einaudi Editore, riesce a regalare ai suoi personaggi la giusta intonazione emozionale.

Non dìstorce la realtà, la racconta con quella semplicità e purezza intellettuale che lo contraddistingue.

Sa cogliere il dolore e la rabbia di adolescenti ai quali è stata negata la spensieratezza.

Senza retorica accende i riflettori sulle famiglie disfunsionali, con sguardo limpido, privo di pregiudizi, entra nelle loro esistenze.

Antonietta devastata dall’alcool non sa più essere madre e questa terribile consapevolezza scatena reazioni inconsulte dettate dall’amore.

In questa figura si concentra la disfatta di tante donne, alle quali i servizi sociali tolgono i figli.

E poi ci sono loro, adulti senza esserlo.

Corrado, arrabbiato col mondo, mostra corazza di duro per nascondere la sua vera natura.

Vorrebbe offrire alla mamma, quando uscirà dal carcere, un’accoglienza speciale.

Marta, cresciuta in fretta, piccolo fiore che cerca stabilità.

Ascanio ed Elisa, educatori di una casa famiglia, capaci di interrogarsi sul loro complicato ruolo.

Nelle gestualità quotidiane sanno donare sè stessi.

“Dove è finita la differenza di polarità che da tempo immemore innesca passaggi di energia tra adulti e ragazzi?

La giusta asimmetria.

A chi è delegato il compito di trasmettere i valori in mezzo a questo clima di resa generale?”

Interrogativo che risuona forte, incisivo mentre il silenzio delle nostre società preferisce non vedere e non sentire.

Il romanzo assume i connotati di una ricerca sociologica che invita a capire i meccanismi di interazione dell’educatore.

“Io, adulto, e tu, ragazzo, siamo diversi ..

Questa diversità è una risorsa che comprende il mio rispetto per te,

la mia capacità di volerti bene,

di ascoltarti,

di mutare strategia per aiutarti a crescere,

e allo stesso tempo la serenità di dirti quando sbagli,

di applicare sanzioni,

di farmi carico di tutte quelle responsabilità che è giusto siano mie, e non tue.”

Mentre il romanzo sviluppa una trama articolata e carica di pathos intuiamo che ha tanto da comunicarci.

Non una storia ma un’infinità di microstorie ed ognuna è legata all’altra da una scrittura coinvolgente, pacata, lucida.

Viene voglia di abbracciare lo scrittore e in quel contatto provare a restituirgli il calore e la nuova consapevolezza che ci ha regalato.

Nel cuore dei lettori si accende una luce e seguendola forse si troverà il coraggio di fare la propria parte per restituire sogni ai tanti ragazzi che vivono all’ombra di una sorte avversa.

“Le stazioni della luna” Ubah Cristina Ali Farah 66THA2ND

 

“Dalla nave, Mogadiscio riluceva di un bianco fulgido, simile al bordo dentellato di una conchiglia.

La superficie baluginava argentea e una striscia di sabbia candida percorreva il litorale.

I minareti spuntavano snelli sugli edifici e, in lontananza, si distingueva il formicolio del porto, i preparativi frenetici per lo sbarco.”

Clara torna nella terra che l’ha vista nascere, vuole riappropriarsi di radici che è stata costretta a tagliare da bambina.

Ad allattarla una donna somala, Ebla, che con generosità le è stata seconda madre.

Da questo legame forte divamperanno passioni e speranze.

“Le stazioni della luna” sembra un viaggio di ritorno ma è solo un’illusione.

Man mano che la trama si infittisce ci si accorge che il romanzo ha marcati tratti storici.

È la testimonianza di un popolo che ha subito “Il protettorato” inglese e italiano.

Non ha avuto scelta ma non ha perduto l’orgoglio e quel bagaglio di conoscenze tramandate dagli avi.

Ubah Cristina Ali Farah scrive un testo politico avvalendosi di dati storici accertati.

Lo fa con il garbo di chi crede nella narrazione come strumento di apprendimento.

Regala una visione dell’Africa nella sua interezza.

I colori, le tradizioni, i riti ancestrali, le tante leggende vengono preservate dell’oblio.

Sono voci che arrivano dal passato, che si impastano con la sabbia e con il sole.

Sono monumenti di una cultura antica che insieme diventano letteratura.

Tante le donne che animano la struttura narrativa ma ad Ebla è affidato il compito di rappresentarle tutte.

Lei che non ha accettato un matrimonio combinato, che sa leggere i presagi del cielo, che non ha fatto infibulare la figlia, è figura di riferimento.

Madre di tutte coloro che credono nella resistenza, pronta a lottare.

“Camminiamo in strada aperta,

la vita è sempre meravigliosa nella luce assolata del giorno.

Nessuno può piegarmi la testa,

nessuno può spezzarmi le ossa,

nessuno può mettermi il cappio,

nessuno può toccare le persone che amo.

Io sono Ebla.”

Un romanzo delicato come un fiore che sta per aprirsi ai raggi del sole.

Poetico, sincero, diffonde amore e amicizia.

Parla di reciprocità e rispetto, di mani che si stringono mentre bianco e nero sono solo colori di un’unica grande famiglia che è quella umana.

“L’ultimo siriano” Omar Youssef Souleimane Edizioni e/o

 

“Nella foresta dei nostri corpi

I nostri piedi allacciati tra due cieli

Una metà di me è nella luce

L’altra vola nel tuo respiro

Mi guidi verso il mio volto

Verso il vento e l’alfabeto

Se una casa esiste

È quando dimentico la stagione degli assassini

Nella luce che la tua voce emana”

Omar Youssef Souleimane riesce a raccontare la Storia contemporanea facendo vibrare di emozioni.

Parlare della Siria mantenendo uno sguardo obiettivo non è facile.

Tante le contraddizioni politiche che hanno fatto fallire la rinascita di un paese che avrebbe potuto scrollarsi di dosso il peso di un’oppressione.

In “L’ultimo siriano”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Alberto Bracci Testasecca, lo scrittore mette in luce la lotta di un gruppo di giovani che credono nella Primavera Araba.

Nella loro tenacia si sente la passione per un’idea di società aperta e libera.

Una libertà che si conquista passo dopo passo, costruendo ponti di condivisione.

“Dobbiamo fare resistenza al regime in maniera pacifica,

rifiutare ogni forma di violenza

e rimanere indipendenti:

non siamo un partito politico che vuole arrivare al potere.”

È fondamentale questa affermazione perché finalmente mostra con chiarezza chi sono coloro che dal regime vengono considerati “ribelli.”

Li conosciamo non solo come militanti e questo è un grande pregio del romanzo.

I desideri e i sogni di una generazione sono stelle che brillano in un cielo scuro.

L’amore tra Mohammad e Youssef, travolgente e vissuto in segreto perchè considerato peccaminoso, è simbolo di una frattura con il passato.

È ribellione alla famiglia e a regole imposte.

È abbraccio che diventa atto rivoluzionario.

L’arresto e le torture subite da Khalid mostrano il volto deformato di una violenza animalesca, brutale.

Il sangue sulle strade di Damasco, l’urlo trattenuto di fronte alle morti assurde, il terrore ai posti di blocco: una scrittura misurata ma incisiva.

“Amiamo il nostro passato perché il presente è doloroso.

Quanto al futuro, l’abbiamo smarrito.

Siamo fieri di aver inventato lo zero e averlo regalato al mondo intero, il problema è che non siamo andati oltre.”

Analisi lucidissime si alternano a pagine struggenti in un cerchio che si rimpicciolisce fino a diventare un puntino.

Luminoso, splendente, educativo.

Risuona come un monito anche per l’Occidente:

“La prossimità della violenza dà più valore alle cose semplici.”

Ci aspetta “un cammino infinito” e siamo grati all’autore per avercelo ricordato.

 

“Non è questo che sognavo da bambina” Sara Canfailla Jolanda Di Virgilio Garzanti

 

“Un lavoro.

Forse è questo che significa diventare adulti.

Ti siedi qui, lo accetti.

Non farai quello che avresti voluto fare, non sarai quello che avresti voluto essere.

Ma sarai qualcuno.”

“Non è questo che sognavo da bambina”, pubblicato da Garzanti, è sincretica rappresentazione di una generazione che entra nel mercato del lavoro da porte secondarie.

Deve accontentarsi, accettare il compromesso di un impiego senza futuro.

Rinunciare ai sogni e ai progetti, annullarsi e diventare trasparente.

È quello che succede ad Ida, costretta ad accettare un posto come stagista in una importante agenzia di comunicazione.

La vediamo muoversi in un ambiente ostile e sentiamo crescere in lei il disagio.

Conosciamo pian piano i suoi sentimenti, le ferite per un amore fallito, il senso di impotenza in una città come Milano che la vuole iperattiva.

Sara Canfailla e Jolanda Di Virgilio scrivono un romanzo a quattro mani riuscendo a mantenere un unico ritmo narrativo.

Prediligono un linguaggio semplice e anche nelle riflessioni argute fanno emergere la complessità dell’esistenza partendo da una visione soggettiva condivisibile.

Parlano al cuore del lettore, lo invitano a porsi interrogativi sulle strategie del mercato del lavoro.

Mostrano le difficoltà quotidiane, i giochi di potere, le prevaricazioni dei colleghi.

Hanno il coraggio di spogliare il personaggio da orpelli metaforici lavorando molto sulla sfera privata.

Una ragazza come tante diventa icona di una società che deve rivedere e accompagnare il percorso formativo dei suoi giovani.

Prendersi cura e non uccidere i desideri.

Aprire prospettive culturali dando spazio alla creatività.

La scrittura utilizza vari strumenti mediatici e questa tecnica permette un’immersione in un mondo da esplorare.

Un testo che non indugia sulla malinconia ma sa costruire una speranza.

Le due autrici mostrano una competenza semantica e teatrale, certamente ci riserveranno altre sorprese.

 

“Chiese chiuse” Tomaso Montanari Einaudi Editore

 

“Varcare la soglia delle immense basiliche ombrose della mia città, Firenze, voleva dire entrare in un tempo separato eppure tangibile, vivo, colorato.

Come una favola: ma vera, e infinita.”

Il silenzio che avvicina a Dio, la sensazione che il tempo abbia “un altro ritmo esistenziale.”

Le opere d’arte che entrano nel presente e si raccontano.

La scrittura di Tomaso Montanari, storico d’arte, rettore dell’Università per Stranieri di Siena, riesce a farci sentire partecipi dei suoi studi.

Insieme a lui ci chiediamo quali motivazioni spingono a tenere le “Chiese chiuse.”

Nel titolo del saggio pubblicato da Einaudi Editore si concentra la scelta dell’autore che propone una mappa di luoghi sacri inaccessibili al pubblico.

“Le circa 85.000 chiese storiche italiane, che da sole rappresentano probabilmente la maggior parte del patrimonio storico e artistico della Nazione, sono un bene pubblico.

Almeno da un punto di vista morale, tutto il patrimonio della Chiesa è pubblico, e lo è a causa di una storia incancellabile.”

Sono sottolineate le tante responsabilità e le cause che hanno portano ad un profondo disinteresse di un patrimonio che appartiene ad ognuno di noi.

Le riflessioni sono pacate e accompagnate da dati ben documentati.

“Ma di chi sono le chiese italiane?

E chi dovrebbe impedire che siano abbandonate al disfacimento, saccheggiate, messe in vendita, trasformate in bigliettifici, gettate nelle fauci dell’estrema destra, scempiate in nome della liturgia?

Chi dovrebbe, insomma, tenerle aperte a tutti?”

Negare spazi culturali significa deprivare la collettività, impedire di sperimentare la relazione tra arte e spiritualità nel senso laico del termine.

“Respirare” entrando in un mondo governato da “altri ritmi, altri colori, altre luci, altre prospettive.”

Un libro che apre scenari interessanti su ipotesi di resistenza al pensiero dominante, un itinerario a più tappe che trasforma la Cultura in materia viva.

Da proporre come libro di testo nelle scuole per educare al rispetto e all’amore per i luoghi che ci raccontano il passato.

“Essere un uomo” Nicole Krauss Guanda Editore

 

Per descrivere i racconti contenuti in “Essere un uomo”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Federica Oddera basta un aggettivo: perfetti.

La cura nella scelta dei fonemi trasforma ogni frase in armonia musicale.

Lo stile sciolto e diretto offre diverse prospettive di lettura.

Si ha la sensazione di osservarsi e di scoprire quei piccoli e grandi buchi interiori che ci erano sfuggiti.

La capacità di stupire creando trame differenti con un finale inaspettato mostrano quanto la letteratura possa svelarci.

I personaggi delineati in pochi tratti essenziali hanno una complessità interiore che emerge lentamente, senza forzature.

Nicole Krauss, nata e vissuta in America, non sottovaluta le sue origini ebraiche e nel descrivere rituali e credenze mantiene uno spirito critico molto interessante.

Da quel mondo trae il positivo pur non sottraendosi ad una sottile ironia e ad un distacco antropologico.

Se è vero che vengono attraversate tutte le fasi della vita un’attenzione particolare è riservata alla relazione tra vita e morte.

Non è casuale in questa visione che oscilla tra finito e infinito la presenza di immagini e figure che contengono qualcosa di misterioso e arcano.

Importanti sono le case e gli oggetti, testimoni silenziosi di un passato che non si può dimenticare.

Nella tristezza di un padre che si è occupato poco delle figlie, si cela una domanda che tormenta: la vita ci concede sempre di scegliere?

“È così che viviamo, scavalcando con disinvoltura certe situazioni finchè non ci pesano più e riusciamo a dimenticarle completamente.”

Questa affermazione che può essere una filosofia della resistenza percorre il testo e permette di vedere in controluce la forza che ognuno di noi possiede.

Non credo che l’autrice voglia mettere in contrapposizione il genere maschile e quello femminile.

Osserva le relazioni, mostra diversità e conflittualità ma lasciando sempre aperta la porta della comunicazione.

Ogni donna ha un suo percorso mai ostacolato da scelte altrui; si respira una libertà mentale e fisica, spesso sudata e faticosa da reggere.

Importante è non lasciarsi spezzare.

Una prova letteraria brillante che risponde agli interrogativi che ci aiutano ad essere veri.