“I segreti del giovedì sera” Elvira Seminara Einaudi Editore

 

Elvira Seminara riesce ad inquadrare l’inquietudine del tempo che passa.

Nei capitoli che compongono “I segreti del giovedì sera”, pubblicato da Einaudi, la cinepresa riprende inflessioni di voci, frammenti di storie, evoluzioni e involuzioni.

Personaggi che arrancano in salita, si fermano, accelerano cercando nuovamente una rotta.

Figure reali nel quotidiano sfogliarsi dei giorni, sempre troppo pochi.

Giovinezza come una chimera ormai lontana mentre aquiloni sgargianti fanno immaginare altri possibili scenari.

Finiscono amori, altri ne nascono per non accontentarsi dei ritagli di vita, per sentirsi ancora vitali.

Catania con i suoi cangianti colori è lo scenario perfetto di incontri, chiacchiere, risate e pianti.

“La strada che porta a casa mia si arresta solo davanti al mare, e questa cosa mi ha sempre emozionato.

La terra finisce dove comincia l’acqua.

Vivo sul bordo dell’isola, dove la terra si fa eccezione, orlo da superare e riagguantare”.

In questo incrociarsi di elementi si esprime la cultura siciliana sempre in bilico tra due estremi, attratti da forze contrarie.

Amici di sempre uniti dal gusto di confrontarsi mentre la scrittrice osserva, annota, sottolinea un pensiero.

“Non è così anche nei rapporti?

La ricetta é la flessibilità.”

Tra i dialoghi si allungano come ombre osservazioni, meditazioni, introspezioni.

Forte è il bisogno di “una quota d’amore al giorno”, un mantello che illumina la narrazione.

Un testo che rappresenta una generazione che non vuole sentirsi sconfitta e grazie alla scrittrice riprende gesti e  pensieri interrotti, abbraccia il presente, sorride dei passi falsi.

È bello pensare che ogni relazione “è fatta di rivelazioni, sospetti, attese e sparizioni.

Di bende, fiori, tagli, di spumante e buchi sul cuscino.

Di spari, allagamenti, crepe, giardini e boschi, di grate e fulmini, candele, e tarme.”

Il ritmo serrato di una “ricercatrice di felicità” vi conquisterà e vi immaginerete seduti insieme all’autrice a gustare una granita con gli occhi pieni di meraviglia.

 

 

“Non esistono posti lontani” Franco Faggiani Fazi Editore

“Le stagioni sembrano bizzarre solo a chi non le conosce e per questo non le sa apprezzare.

Le stagioni sono campi, boschi e nuvole da attraversare, e favoriscono i buoni pensieri.”

In “Non esistono posti lontani”, pubblicato da Fazi Editore, la Natura si coniuga alla narrazione dando alla Storia un fascino particolare.

Ambientato nel 1944 il romanzo affonda le radici, attraverso una ricostruzione puntuale, in un periodo di passaggio.

“L’aria si era fatta pesante e il convivere acido, sospettoso.”

I fascisti sono in ritirata lasciando scie di devastazione e dolore.

La scrittura pacata racconta gli eventi senza enfasi, riuscendo a sottolineare il senso di spaesamento.

“Mi sembrava di procedere su un filo sospeso, ma ancora in accettabile equilibrio.”

Cosa unisce l’archeologo Filippo Cavalcanti e il giovane Quintino, ladro da generazioni e in confino in Alto Adige?

Due mondi inconciliabili che grazie alla geniale penna di Franco Faggiani riescono a comunicare.

Il desiderio di sopravvivere, il bisogno di lasciare un segno delle loro esistenze sono collanti perfetti se si riesce a condividere un progetto.

Il viaggio verso la salvezza è costellato da imprevisti e incontri.

Ci appare l’Italia attraverso volti di contadini, partigiani, religiosi.

Ognuno ha una voce unica, un suo incedere tra le macerie e i disastri.

Si percepisce “il silenzio, denso di tante cose: voli di ali leggere e passi furtivi di piccoli animali, pensieri e promesse, sospiri e battiti del cuore.”

L’autore ancora una volta ci regali piccoli scorci paesaggistici, l’emozione di un arcobaleno, la purezza di un lago.

E la montagna che sa prendersi cura dell’anima, e le confidenze che nascono spontanee e la paura nell’attraversare il confine.

Brividi che tra audacia e timore trasformano il testo in un’avventura.

Tradimenti, gesti eroici, attimi di felicità mentre si snoda una mappa non solo geografica.

Un inno all’amicizia che non conosce diversitá, alla bellezza dei nostri luoghi, alla purezza degli ideali.

E forse “nessuno, in fondo, muore per sempre.”

 

 

 

 

“Come una storia d’amore” Nadia Terranova Giulio Perrone Editore

 

“Come una storia d’amore”, pubblicato da Giulio Perrone Editore, è la poesia che volevi ascoltare.

La musicalità della scrittura investe come un vento di scirocco, ti protegge, ti salva.

La città  si scompone in immagini e ti si offre come un frutto maturo da gustare.

L’infanzia ritorna liberando lacrime e ricordi.

Il grumo di disperazione di Saba, il rumore di una periferia, il colore acceso del mercato.

Andrea con quella voce “che apre molte porte, saluta come una carezza.”

La fabbrica cinese clandestina e i sorrisi forzati dei turisti.

Il tempo lungo, sempre uguale di Teresa.

Il cielo di Ostia Antica e il sogno di Elisa.

Nadia Terranova racconta l’appartenenza ai luoghi dell’anima.

Roma è metafora dell’incertezza di sfiorare l’esistenza, è terra e cielo e volti.

In ogni racconto sentiamo la presenza della scrittrice, è compagna, amica, sorella.

Ci accompagna con gesti affettuosi a cercare la felicità, a comprendere le radici del nostro disincanto, a respirare il tepore di un nuovo inizio.

È una maga e dal cesto del suo scrivere emerge il desiderio di imparare, la necessità di fuggire, “la luce dolce e disperata dell’autunno.”

Ci invita a ritrovare nell’assenza il coraggio di andare avanti.

Piccoli passi come i suoi racconti, luci soffuse nel deserto di un quotidiano che non sa più raccontarsi.

Imparare “l’alfabeto originario”, scoprire che sei tu “casa”, che gli amori possono morire ma resta la malinconica certezza che ogni ora non è stata sprecata.

E forse è tempo di cercare quella parola che sappia coniugare tutti gli estremi.

Grazie, Nadia, per averci mostrato il percorso.

 

 

 

“La casa dei Gunner” Rebecca Kauffman SUR

 

 

Un’amicizia nata con la spontanea esigenza dell’infanzia di condividere lo stesso pezzo di cielo.

Sei bambini riescono a costruire un loro mondo e leggendo “La casa dei Gunner” ne sentiamo le risate, i bisbigli, le parole sussurrate.

Assistiamo alla loro crescita e al cambiamento. Qualcosa si frantuma perchè una nube ha offuscato l’innocenza.

Sally si allontana dal gruppo senza un motivo e quel silenzio, quell’assenza creano il vuoto.

Ognuno ha bisogno di sperimentare se stesso, di superare in fretta l’adolescenza.

A distanza di anni, alla morte di colei che per prima ha saltato il fosso ed è entrata in un tempo diverso, i 5 adulti si riincontrano.

È tempo di comprendere e svelare, di affrontare il passato a viso aperto.

Un fiume di parole e di storie si intrecciano ed é come se i labirinti dove nascondersi crollino tutti insieme.

È l’abbandono di ogni difesa, di ogni pudore.

È l’unione che si consacra sull’altare di verità scomode.

Su tutti pesa il senso di colpa per quello che si è stati, per le frasi non dette.

Si scopre una sotterranea rete di segreti e nella concitatata necessità di confidarsi si esprime la vera amicizia.

Quella che non ha bisogno di conferme quotidiane perchè ha radici profonde.

Rebecca Kauffman scrive un romanzo a più voci con un’intensità lirica a volte straziante.

Riesce con la scrittura che sa cambiare di tonalità a registrare anche i pensieri più intimi.

Sappiamo che ci condurrà negli spazi desolati della solitudine, ci farà assaporare la paura di crescere, ci farà percepire i tanti strati interiori dei suoi personaggi.

Tutti indimenticabili  perchè veri, capaci di accettare gli errori, pronti a mettersi in discussione.

Generosi, sensibili, doloranti, uniti dal senso di fraternità.

Di ognuno di loro resta l’eco di una riflessione o di una confessione perché è a noi lettori che si rivolgono e le loro vite sono la testimonianza di un percorso di consapevolezza dal quale nessuno può sottrarsi.

“Mia sorella è una serial killer” Oyinkan Braithwaite La Nave di Teseo

Oyinkan Braithwaite in “Mia sorella è una serial killer”, pubblicato da La Nave di Teseo, illumina l’Africa regalandole una visione contemporanea, libera da stereotipi.

Romanzo geniale che  coniuga brillantemente più generi letterari.

Brevi capitoli dove si respira un’aria frizzante, sciolta, immediata.

Voce narrante è Korede, donna determinata, pronta a tutto pur di difendere la sorella Ayoola, innocente fanciulla che ha solo “un piccolo difetto.”

Uccide i suoi amanti con dell’ingenuità che solo una bambina sa provare.

Una commedia divertente con dialoghi veloci e personaggi ben caratterizzati.

Nello svilupparsi della trama sentiamo nel profondo rapporto tra le due donne un filo invisibile e misterioso.

Qualcosa che affonda nel passato e che si prova a celare.

“La nostra rabbia non ha causa, a meno che il sole non sia la causa.

Le nostre frustrazioni non hanno radici, a meno che il sole non sia una radice.”

La scrittrice ha l’abilità di creare una suspance crescente, lo stato di attesa di una rivelazione.

Non è casuale l’ambientazione nell’ ospedale dove Korede è infermiera.

È il luogo in cui tutto può dilatarsi, dove si può provare compassione per uno sconosciuto, dove non ci sono mezze misure.

“Vengono in ospedale per farsi curare, e a volte non sono solo i loro corpi ad avere bisogno di attenzione.”

È vita e morte e in questo gioco sull’orlo di un abisso si costruisce il secondo piano narrativo.

La relazione affettiva può diventare un laccio pericoloso e nel finale il lettore comprenderà quanto buio possa offuscare la realtà.

Il testo ha un taglio psicologico molto profondo ma sa essere anche liberatorio.

È un invito ad imparare a curare le ferite e a dimenticare.

 

 

“Ogni volta che ti picchio” Meena Kandasamy Edizioni e/o

“L’amore non è cieco; guarda soltanto nei posti sbagliati.”

“Ogni volta che ti picchio”, pubblicato da Edizioni e/o, non è solo la lenta, minuziosa ricostruzione di un amore malato.

È l’atto liberatorio di chi finalmente ha il coraggio di guardare in faccia la realtà.

Un matrimonio che fin dai primi mesi diventa gabbia che limita ogni spazio ideativo.

“Non c’è passato.

Sono stata trasformata in una tabula rasa.”

Un crescendo di violenze psicologiche e fisiche che vengono narrate con distacco, come se si osservasse una pellicola in bianco e nero.

La distanza necessaria per rendere oggettivo il racconto, per non cadere nella trappola del vittimismo.

“Non ho intenzione di lasciarmi domare da questi attacchi di collera”.

Per sopravvivere la protagonista invia lettere ad amanti immaginari, sceglie rime da ripetere come un mantra.

La forza d’animo di questi tentativi di difesa è commovente, spinge il lettore a sentire empatia, a studiare con attenzione i piccoli e grandi eventi che devastano la quotidianità.

Meena Kandasamy offre uno spaccato della società indiana ancorata a tradizioni che vogliono la figura femminile relegata al ruolo di “moglie perfetta”.

Fa riflettere sull’atteggiamento maschilista dei cosidetti “compagni”.

Ci si chiede quanto cammino bisogna percorrere per liberarsi da tabù e pregiudizi.

“Ogni volta che mi picchia il terrore nasce dall’intuizione che tutto questo continuerà, che non finirà facilmente.”

Il romanzo nello scorrere delle pagine si riempie di dolore.

Cocci di una personalità ridotta ad oggetto, sogni slabbrati e inutilizzabili, corpo violato, parole che si inceppano.

Lo stupro diventa possesso, osceno annullamento della dignità, cenere che si disperde nel silenzio.

Una storia che cuce insieme vergogna e coraggio, solitudine e speranza .

Solo ls scrittura  protegge, avvolge, difende.

“Sono la donna che, col cuore spezzato, crede ancora nell’amore.”

 

 

“Contro un mondo senza amore” Susan Abulhawa Feltrinelli Editore

“Vivo nel Cubo.

Scrivo come posso sulle sue pareti di blocchi di cemento grigio lucido: prima con le unghie e adesso con le matite, da quando le guardie mi procurano un po’ di materiale.”

Una prigione dove restano solo i ricordi, un pungente gomitoli di eventi che non hanno piegato la protagonista di “Contro un mondo senza amore”, pubblicato da Feltrinelli.

“Abbandonare i dettami del calendario mi ha aiutato a capire che il tempo non è reale.”

È la condizione di chi non ha più spazi vitali e si muove nel limbo di un sistema carcerario devastante.

Le parole diventano testimonianza delle violenze subite dal popolo palestinese.

Susan Abulhawa attraverso una saga familiare ricostruisce un lungo periodo storico tracciando una mappa geopolitica.

“Eravamo una famiglia piena di segreti, di cose nascoste nei meandri delle nostre esistenze, invisibili, inespresse ma percepite tra le pieghe di un discorso, nell’esagerata lunghezza di una pausa o nell’intensità di uno sguardo.”

Il romanzo registra i suoni penetranti dello stupro, le dolcezze della danza che nei movimenti armoniosi libera il bisogno di libertà, le lacerazioni di un esodo continuo.

Il Kuwait, la Giordania sono metafore di tutti i luoghi del mondo che non sanno aprire le braccia.

“Spostarsi da un luogo all’altro è il destino di tutti gli esiliati. Qualunque sia il motivo, la terra sotto ai nostri piedi non è mai sicura.”

La tensione narrativa è altissima in una trama ricca, costruita sulla roccia delle emozioni.

Conosceremo il tradimento e la rivolta, il profano e il sacro.

Sentiremo sulla pelle il dolore e fino all’ultima pagina non riusciremo ad abbandonare la nostra eroina.

Una donna forte, indomita, battagliera, incapace di piegarsi.

Una figura che ha conosciuto la perdizione ma ha saputo trovare la sua redenzione.

Il testo va letto cercando di cogliere e registrare la grande lezione che affiora prima piano come un sussurro.

Poi riempie l’aria ed è il canto della speranza di pace.

“Gli uomini muoiono le donne invecchiano” Isabelle Desesquelles Edizioni Clichy

“Il mio lavoro è aiutare le persone a capire che il più bell’incontro della loro vita sono loro stesse.”

Alice nell’istituto di bellezza “L’Éden” riesce a sciogliere intrecci di vite insoddisfatte, bruciate, soffocate.

Un luogo magico carico del mistero di ogni esistenza che si apre, torna a respirare, a sognare.

“Gli uomini muoiono le donne invecchiano”, pubblicato da Edizioni Clichy, è un collage di racconti bellissimi.

Ogni personaggio perde  pudore e reticenza e si mostra con la voglia di capire gli errori commessi.

Con Caroline sentiremo il dolore dell’abbandono e il bisogno di “dimenticare, solo dimenticare, riuscire ad essere una donna dolce con una casa interiore e non una casalinga chiusa a chiave.”

Lilí ci insegnerà ad amare la vita, a ripeterci  come un mantra che non bisogna lasciarsi piegare dagli anni.

Comprenderemo che la relazione con un figlio non è così scontata, è ricerca, ascolto, altruismo.

Barbara con i suoi quattordici anni è il fuoco vivo della ribellione ad affetti familiari troppo ingombranti.

Clarisse va in bici contromano, “osserva con curiosità la sconfitta del corpo contro il tempo”.

Ama Clarice Lispector perché può far finta di “essere abbastanza saggia da disfare i nodi da marinaio che le legavano i polsi.”

Manon, la giovane “bulimica arrabbiata”, segna il disagio tra essere e apparire.

Ci si muove cercando di non spezzare il ritmo a volte spericolato della narrazione, in attesa di ascoltare il canto e il controcanto di un femminile che non si nasconde.

Isabelle Desesquelles offre la verità non solo sulle relazioni.

Mette a nudo la difficoltà di accettarsi senza accettare una scrittura a metà.

Parla di sesso, tradimento, libertà e abbatte ogni filtro mentale.

Nel dipanarsi dei monologhi una presenza è costante: Ève, figura evanescente che anche dopo la morte riesce a imporsi sulla scena.

Ne conosciamo il carattere, le passioni e quel segno che ha ceduto agli altri.

Resta però un’incognita, un fiore isolato, una nuvola passeggera.

Mentre cerchiamo di mettere insieme i tasselli delle tante voci ci rendiamo conto che “la gioia è fatta di pochi momenti.” Ed allora, godiamocela.

“La banda Gordon” Marco Dell’Omo Nutrimenti

Perchè il generale Piero Vinci decide di raccontare il suo passato al giovane atttendente?

C’è l’urgenza di chiudere le pagine scolorite di un diario o la necessità di passare il testimone?

I ricordi fluiscono raccogliendo frammenti che insieme entrano nella Storia.

L’insofferenza al fascismo nasce spontanea, come una scoperta lenta.

“La banda Gordon”, pubblicata da Nutrimenti, racconta la ribellione di un gruppo di ragazzi.

Il candore e l’innocenza di chi comprende che si sta perpetrando una follia.

La scoperta del coraggio mescolato ad una forte dose di entusiasmo.

Le esercitazioni in montagna per farsi trovare pronti alla rivolta.

Sullo sfondo la città si specchia nel lago dell’obbedienza tra adunate e silenziose complicità.

“La vecchia, sonnacchiosa L’Aquila, dove da secoli non succedeva più niente, né una battaglia, né una rivoluzione, e che adesso aspettava la fine della guerra per scrollare le spalle e tornare ad essere quella che era sempre stata, una mobildonns decaduta.”

Dai testi sulla Resistenza il romanzo si allontana cercando di inquadrare il soggetto, l’artefice dell’insurrezione che è soprattutto mentale.

“Ognuno deve prepararsi sempre al peggio, ma senza rassegnarsi mai.”

Non una voce corale ma tante singole presenze che costruiscono unendosi un progetto.

Marco Dell’Omo restituisce dignità a chi ha lottato senza sentirsi un eroe.

Grazie a Carla e Marzia si regala visibilità alle tante partigiane che sono state non solo compagne ma protagoniste.

La scelta di legare la narrazione al fumetto è una trovata intrigante perchè crea una connessione tra il reale e il fantastico invitando a rileggere gli eventi con lo sguardo libero da pregiudizi.

Il paesaggio è cornice perfetta e le montagne sono sincretica rappresentazione di ostacoli fisici e mentali.

Un libro da portare nelle scuole perché è vita che si materializza nelle pagine.

È amore, tradimento, emozione, conquista.

È la strada per diventare grandi.

 

 

“Ricordati di Bach” Alice Cappagli Einaudi Editore

“La musica è fatta di note da afferrare al volo, tempo che scorre e onde da prendere al momento giusto. “

“Ricordati di Bach”, pubblicato da Einaudi, è storia di una passione, di un sogno che può realizzarsi.

Nonostante la menomazione ad una mano in seguito ad un incidente stradale Cecilia non si arrende.

Il limite fisico è ostacolo che va aggirato perchè è il cuore che comanda.

Il violoncello è la rivincita, il mistero da svelare, il suono che diventa armonia.

L’istituto Mascagni di Livorno è palestra per imparare a non cedere.

Una favola moderna in un tempo in cui la fatica, l’impegno, la determinazione sono parole scartate.

“Tiravo avanti con le mie certezze come il monaco che coltiva le piante officinali e prega.”

Il connubio tra strumento e corpo si fortifica grazie al maestro Smotlak.

Una figura bizzarra che colma le instabilità emotive della madre.

Amato perché riesce ad incarnare “il possibile e l’impossibile insieme.”

La scrittura ha la semplicità genuina del romanzo di formazione.

Alice Cappagli racconta il miracolo della nota, l’equilibro perfetto della lingua musicale, la vitalità di un brano.

Fa percepire la differenza tra interpretazione ed esecuzione.

Forse bisogna imparare a scommettere su se stessi e provare a sfidare le voci moleste che suggeriscono di rallentare.